A destra e a sinistra di Agostino

È singolare che il concetto di “sinistra” e “destra” in filosofia abbia avuto fortuna solo nel caso di Hegel, e non sia stato adottato come chiave di lettura per altri pensatori. Ultimamente mi è capitato però di ritrovare un abbozzo di “polarizzazione” in Enzo Melandri (La linea e il circolo, 1968), utilizzato per analizzare le conseguenze sviluppatesi dalle due teorie aristoteliche sull’unione di materia/forma e sul concetto di anima.

Il paradigma, ovviamente depurato da qualsiasi implicazione politica, potrebbe essere usato anche per Sant’Agostino. C’è stato infatti un momento particolare nella storia della filosofia medievale in cui le due posizioni sono emerse chiaramente: mi riferisco alla controversia tra Gotescalco d’Orbais e Giovanni Scoto Eriugena sulla predestinazione. Il primo rappresenterebbe la “destra”, il secondo la “sinistra”, poiché mentre Gotescalco si rifà alle polemiche anti-pelagiane dell’ultimo Agostino, Eriugena invece si affida agli elementi neoplatonici dei primi scritti del Padre della Chiesa per interpretare in modo “figurato” (traslato) la tarda dottrina della grazia e la teologia della predestinazione (anticipando così anche Abelardo, che nel Sic et Non avrebbe posto la ragione sopra l’autorità).

Eriugena non può accettare la teoria della predestinazione perché per lui Dio non è semplicemente Giudice, ma la Giustizia stessa. Si potrebbe quasi affermare che Eriugena “superi da sinistra” Gotescalco: infatti, lungi dall’essere un semplice gioco vittima/carnefice (anche se Gotescalco fu flagellato in pubblico e rinchiuso in galera!), lo scontro intellettuale si risolve con una vittoria (culturale) dell’irlandese, che interpreta la grazia in Agostino più come un esercizio di umiltà che una revisione di tutto il suo pensiero.

Eriugena rappresenterebbe ulteriormente la sinistra agostiniana attraverso il concetto di teofania, col quale egli alterna la teologia negativa a quella positiva: Dio si mostra ai sapienti e agli ignoranti, tramite la Scrittura e la Natura, e mentre lo fa si autolimita, cosicché noi dobbiamo per forza immaginarlo in modo teologicamente negativo: Dio non è amore, ma ultra-amore, super-amore.
L’Eriugena sostiene anche che le arti liberali risvegliano ciò che c’era già di innato nell’anima e portano l’uomo verso le origini: un recupero del “maestro interiore”, il Cristo/Logos-in-noi, in vista di un ritorno al Creatore.

Forse è anche vero che Eriugena godette della protezione di Carlo il Calvo, mentre Gotescalco era deciso ad attentare all’ottimismo carolingio con un’interpretazione della grazia che è, infatti, simile all’interpretazione che la destra hegeliana diede allo Stato etico. Gotescalco in definitiva vuole “ripotenziare” la divinità: con l’affermazione che Cristo “non è morto per tutti” e lo sviluppo del tema della gemina praedestinatio erige un monolite invalicabile per l’uomo. Eriugena invece, oltre a controbattere con gli argomenti di legge universale contro legge individuale, di valenza del peccato e di inopportunità di termini, trova un esempio, impraticabile ma reale, in Giovanni Evangelista, che ha potuto umanamente contemplare la vox all’origine, quando essa era Verbum e Veritas, e con essa trasfigurarsi.

E se Agostino ha sostenuto l’inesistenza male, Eriugena ha aggiunto (e per questo è stato condannato) che l’inferno è il rimorso, che il peccatore si crea da sé la punizione poiché si rende schiavo dei vizi. L’uomo è libero al massimo grado, altrimenti non potrebbe neanche accettare la grazia, che diviene ciò che è nel non-peccato.
Umiltà  e grazia sono legate indissolubilmente – non a caso Dante si fa annunciare da Cacciaguida la sua certa assunzione in paradiso: egli sa già che il non peccare e l’intenzione buona verranno premiate, e che saranno comunque già premio di per se stesse.
Quindi, alla sinistra agostiniana c’è la logica del desiderio assoluto, la volontà, la vicinanza, la possibilità. A destra la predestinazione, la lontananza, l’impossibilità, l’imperscrutabilità.

Alla fine questa lettura non è così entusiasmante come credevo. Quindi ripiego su un altro argomento: sembra che la Trinità, nell’interpretazione dei teologi, dopo Agostino si sia divisa in intelletto (teologia razionale), amore (teologia mistica) e memoria (teologia assiomatica).
Credo che ciò dipenda dalla concezione della somiglianza tra Dio e uomo: Abelardo ritiene che ciò che accomuna divino e umano è la ragione; i monaci invece pensano che sia l’amore. L’errore, secondo Abelardo, sta nel non interpretare la fede con la ragione, mentre per Bernardo di non porre l’amore sopra la ragione.
La teologia monastica subordina la ragione e la volontà all’amore; addirittura per gli assiomatici (come Nicola d’Amiens), la ragione diviene un “difetto necessario” per convertire gli infedeli. Il punto è dove l’armonia si spezzi: e se si ipotizzassero tre posizioni, sinistra, destra e centro, con la prima dedita alla teologia razionale, la seconda da quella mistica e la terza dall’assiomatica?

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