A proposito di “sbirri morti”

L’altroieri due poliziotti sono stati uccisi all’interno della Questura di Trieste da un dominicano affetto da disturbi psichici che è riuscito a sottrarre due pistole agli agenti e a scaricarle interamente su chiunque fosse alla sua portata, rischiando di abbattere almeno una decina di persone.

Non vogliamo però discutere dell’orrendo fatto di sangue in sé, quanto della ricezione che ha avuto a livello mediatico: il panorama politico italiano è intervenuto interamente a sostegno delle forze di polizia, da Mattarella all’estrema sinistra, dai ministri “tecnici” alle varie emittenti filogovernative (Tg3, il famoso “TeleKabul”, ha dedicato ben quattro servizi alla vicenda). Mancava solo esprimessero il proprio cordoglio i gestori della famigerata Osteria allo Sbirro Morto, quella di un rinomato centro sociale dal quale sono fuorusciti i filantropi odierni:

L’ironia è forse fuori luogo, ma ancora peggio credo sia farsi prendere in giro da un sistema mediatico-politico che trasforma la polizia in “democratica” ogni volta che c’è un governo amico: viene il sospetto che se al posto di Berlusconi ci fosse stato Prodi, dei casi come quelli di Carlo Giuliani o Stefano Cucchi nemmeno avremmo sentito parlare, come del resto dimostra indirettamente il trattamento riservato ad altre vicende simili, seppur diversissime tra di loro, quali quelle di  Gabriele Sandri e Giuseppe Uva.

Del resto, non è solo la “sinistra” a sfruttare certi fatti di cronaca per favorire la propria parte politica: ricordiamo il caso del carabiniere ucciso a Roma “pompato” dall’allora Ministro Salvini fino a che sembrava che gli assassini fossero nordafricani, e scomparso quasi subito dai giornali una volta scoperto che a ucciderlo sono stati due giovani americani benestanti (un esemplare antropologico che almeno del 1945 sul nostro territorio non può essere in alcun modo processato).

Certo, se Salvini fosse stato ancora in carica durante la tragedia di Trieste inevitabilmente gli sarebbe accollata ogni responsabilità, per aver “creato un clima d’odio” e aver “generato insicurezza con le sue manie di sicurezza”. Ormai conosciamo i nostri polli: in ogni caso lo squallore della sinistra rimane inarrivabile rispetto alle furbizie propagandistiche di un ministro conservatore.

Quello che mi inquieta di tutti questi cortocircuiti mediatici è il clima da “guerra civile” che alcune vicende, un tempo relegate alla cronaca locale, adesso sono in grado di suscitare. Non riesco a fare a meno di associarlo mentalmente alla “epicizzazione” che si verificò per decenni nella Jugoslavia (e che portarono all’esito che conosciamo): ricordo, per esempio, che un fatto come l’uccisione di un ufficiale di polizia federale serbo in Kosovo nel 1981 diede lo spunto a un artista folk (un cosiddetto guslar) per un intero disco di lamentazioni patriottiche e irredentiste.

Non siamo ancora giunti a tal punto, ma una “balcanizzazione” dell’immaginario collettivo mi sembra già in atto: ci si divide soprattutto sui confini etnici, ma anche sociali e naturalmente politici. Per di più, a causa della propaganda diffusa si sta aprendo un nuovo “fronte” di lotta: quello della malattia mentale. Nemmeno a farlo apposta, lo scorso settembre il tema ha dominato ancora la cronaca quando due donne, una a Torino e un’altra a Milano, lo hanno usato per interpretare la violenza esercitata contro di loro da due immigrati irregolari, uno proveniente dal Marocco e l’altro dal Togo.

La signora di Lecco stesa con un diretto nel sottopassaggio della stazione da un aitante ventiquattrenne africano, ha così commentato la sua disavventura al Corriere (13 settembre 2019): “Non voglio che la vicenda venga strumentalizzata. Chi mi ha picchiato nel sottopassaggio farneticava e il disagio psichico non dipende dalla razza. Però pretendo che mi venga garantita protezione perché non si può andare a un colloquio di lavoro e risvegliarsi in ospedale”.

Parole simili sono state usate qualche giorno dopo da una attrice presa a pugni senza alcuna motivazione da un marocchino a Torino, che sempre al “Corriere” ha lamentato che i commenti razzisti online quasi le hanno fatto più male del cartone preso in pieno volto:

«Urlava la stessa frase a ripetizione, credo in arabo, non si capiva bene. Non vorrei mai però che il dettaglio che lui parlasse arabo desse adito a polemiche razziste e sterili, perché odio il chiacchiericcio da bar alla Salvini e sono rimasta molto colpita da alcuni commenti che ho letto online, riferiti alla cronaca di quanto mi è successo. […] Penso che sia molto ingiusto quanto è accaduto a me, ma credo che anche questa persona abbia subito delle ingiustizie nella vita, e non abbia ricevuto amore. Mi sono chiesta perché vomitasse questa rabbia addosso alle persone e quali fantasmi avesse dentro. Sicuramente è un uomo che non sta bene e che non sa gestire un disagio».

Si comprende l’intento filantropico (speriamo non della stessa filantropia di cui sopra – quella da “sbirro morto”, per intenderci), tuttavia vorremmo ricordare che anche il campo della salute mentale non è esente dalla politicizzazione, per il semplice motivo che noi viviamo ancora a tutti gli effetti in una repubblica “basaglista”, dove il disagiato psichico è sempre considerato appartenente a una “minoranza oppressa” e dunque dalla prospettiva di Franco Basaglia occupa un posto identico all’immigrato nell’avanguardia rivoluzionaria che dovrebbe ribaltare la società borghese. Come scriveva lo stesso padre della famigerata “Legge 180”,

«la crisi del malato e dei mezzi deputati alla sua cura non è una crisi isolata che può essere risolta con misure riparative a carattere parziale e specialistico. Se essa deve assumere un significato globale, dovrà passare attraverso la presa di coscienza da parte del malato della sua condizione di escluso, oltre la quale possa dialettizzarne tutti gli aspetti, mantenendo fermamente presenti gli stretti legami che essa presenta con la violenza su cui si fonda la nostra società. Questa presa di coscienza passa attraverso lo stimolo all’aggressività sopita e al potere di contestazione che deve diventare potere di contestazione dialettica di fronte a ogni forma di sopraffazione» (cfr. Scritti 1953-1968. Dalla psichiatria fenomenologica all’esperienza di Gorizia, Torino, Einaudi, 1981).

Ricordiamo anche che tra le soluzioni “pittoresche” (ma perfettamente legittimate dall’andazzo dell’epoca) offerte da Basaglia c’era anche quella di sottoporre i malati a una “maoterapia”, cioè “curare politicamente col pensiero di Mao i malati mentali”, come si faceva -a suo dire- in Cina.

Dunque non si illudano i “panciafichisti” di neutralizzare il conflitto con la propaganda e il “benaltrismo”: sia il poliziotto “democratizzato” che l’immigrato “ospedalizzato” rientrano nella logica amico-nemico da loro stessi creata per cinismo e opportunismo. Chi semina vento raccoglie tempesta.

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