Alcuni 007 italiani hanno tentato di incastrare Trump?

Per un hacker romano, alcuni 007 italiani hanno collaborato nel 2016/17 con i dem Usa per incastrare Trump
(Gog&Magog, 28 maggio 2019)

Potrebbero esserci interessanti sviluppi su una (ennesima) vicenda sulla quale i media italiani stanno mantenendo un silenzio radio quasi totale (e se ne intuirà la ragione): il cosiddetto SpyGate, collegato al fallimento della inchiesta del RussiagateAvevamo già riportato come il tentativo di incastrare un giovane aiuto staff di Trump, George Papadopoulos, a mezzo di una finta “spia russa”, il prof. Mifisud, sia ruotato intorno alla Link University di Roma, e a probabili contatti fra FBI, altre agenzie straniere e i nostri servizi segreti.

Russia connection: l’Italia al centro della “cospirazione”


Così pure come nel quadro si inserisse in qualche modo quella piuttosto bizzarra vicenda (caso “EyePiramid”…) dei due fratelli Occhionero: fratello e sorella, presunti “hacker” non giovanissimi, con lui massone, che vennero arrestati a gennaio 2017 perché in possesso di migliaia di mail di Monti, Renzi, Draghi, generali, cardinali etc., archiviati su server situati in Usa. Finirono a processo, furono condannati e poi rilasciati, ma tutto è rapidamente scomparso dalle cronache, senza alcuna analisi o commento, nonostante la entità macroscopica della presunta attività di pirateria.

Ebbene, ora è lo stesso Giulio Occhionero a inviare ad un sito molto “filotrumpiano” Usa, NeonRevolt, una serie di documenti, fra cui vari suoi esposti preparati ancora mentre era in carcere e pec inviate, più di recente, ai magistrati (li trovate in pdf nel link al sito).

Occhionero delinea un quadro, se possibile, ancora più grave di quello potenzialmente verificatosi con Papadopoulos: sostiene che il suo arresto sia stato compiuto dalle autorità italiane allo specifico scopo di collocare delle mail riservate della Clinton nei suoi server americani. Viste le sue simpatie repubblicane e il fatto che, evidentemente, erano noti agli addetti ai lavori certi suoi buoni contatti in America), sarebbe stata la chiave per poter accusare Trump di aver cercato e ottenuto il materiale compromettente sulla Clinton. L’emersione delle mail, unita all’’avvicinamento” compiuto su Papadopoulos e ad un adeguato battage sui media anglosassoni sarebbe stata sufficiente per costringerlo, in caso di vittoria elettorale, alle dimissioni immediate.

 

Da una Pec inviata da Occhionero ai magistrati il 24 marzo 2019
Una vera e propria bomba a orologeria, che secondo Occhionero, alcune autorità italiane (magistratura, polizia, agenti segreti) avrebbero tentato di piazzare, su istigazione e ordine di forze (Usa, o altro?) vicine ai dem e alla Clinton.

 

Dalle integrazioni ad un esposto presentato da Occhionero alla Procura di Perugia il 9 aprile 2019

Ma nell’operazione qualcosa sarebbe andato storto: nel momento dell’arresto dei due “hacker”, l’accesso ai server è stato subito bloccato dagli Usa, così non è stata possibile alcuna intrusione nello spazio cibernetico americano. Anche alcuni dei documenti serviti a incriminare i due fratelli sarebbero risultati posticci. Ciononostante, gli italiani avrebbero lasciato credere ai “complici” Usa di avere materiale schiacciante, tanto che due nostre “barbefinte” sarebbero volate negli Usa per aiutare le indagini contro Trump, ma proprio in quel giorno il capo dell’FBI Comey veniva cacciato.

Col sen di poi, Occhionero nota anche che la corrispondente del britannico Guardian a Roma (autrice di molti articoli pro Russiagate) fu solertissima nel pubblicare un articolo sul suo arresto, intervistando, caso vuole, proprio uno dei soggetti vicini a De Gennaro e che lui sospetta essere stati implicati nella manovra. Quando la Procura di Perugia voleva sentirla al riguardo, è stata subito trasferita a Washington: ciao ciao…

Per Occhionero, che vi ha molto insistito nel suo profilo Twitter, la richiesta di “collaborazione” da parte degli ambienti “clintoniani” sarebbe arrivata nel 2016 direttamente a Renzi, allora a capo del governo (e che a loro doveva molto: cominciava là, con un viaggio da Soros, la sua ribalta nazionale, da semplice giovane sindaco di provincia quale era).

Il fiorentino, però, non sapendone molto di operazioni cyber né di spionaggio, si sarebbe rivolto a un vecchio amico degli americani, l’allora capo della polizia De Gennaro (in particolare  -per un caso? - conosceva bene… Muller, il futuro procuratore dell’inchiesta Russiagate), che avrebbe coordinato il tutto, coinvolgendo in vario modo agenti e persino inquirenti (ora è a capo di Leonardo/Finmeccanica): come scriveva Occhionero nel suo esposto del 7 novembre 2018 (inviato anche al ministro Salvini),

“mentre l’opinione pubblica si interroga sull’opportunità di valutare l’esistenza di un coinvolgimento delle Procure in politica, potremmo addirittura giungere alla conclusione che tale quesito è superato. Infatti, potrebbero rinvenirsi elementi tali da far ritenere che alcune Procure si stiano addirittura attivando sul terreno della politica estera”.

Interessante notare, su tale ultimo punto, un recente sviluppo, ancora in corso: sul PM che accusò Occhionero, dott. Eugenio Albamonteè stata aperta una inchiesta, e proprio per omissioni d’ufficio che si sarebbero verificate in quelle indagini… in pratica, con prove fabbricate ad hoc.

E quanto agli 007, a metà maggio si è saputo (qui articolo di Repubblica) che Conte ha chiesto le dimissioni “volontarie” di 4 vicedirettori dei dipartimenti dei servizi segreti italiani (due al Dis, uno all’Aise, uno all’Aisi), con il PD (e la allora ministro della Difesa, Pinotti) che ha subito gridato “al regime”.

NB: Trump aveva telefonato a Conte il 22 aprile.

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