Aldo Moro ucciso dal complottismo

Vorrei scrivere giusto due parole in occasione del quarto decennale della tragica scomparsa di Aldo Moro (9 maggio 1978), senza aggiungere poi molto a quello già detto, per esempio, qui. Mi piacerebbe concentrarmi sull’unica “narrativa” che permette ancora una qualche “appropriazione” dell’eredità dello statista democristiano, cioè quella cosiddetta “complottista”.

In un modo o nell’altro, non si riesce ancora a parlare di Aldo Moro come un personaggio storico, senza ridurlo alla cronaca o costruirgli attorno un abbacinante affresco da film spionistico. Questo è, forse, il peccato originale di qualsiasi “dietrologia”: procedere a una sorta di “beatificazione laica” di taluni personaggi politici allo scopo di mettere in scena il copione già scritto del “capro espiatorio”.

Insomma, Moro è stato ucciso perché era “buono e giusto” (come Mattei o Pasolini o Kennedy o Papa Luciani ecc…) e questa stessa soverchiante “bontà” contribuisce a rafforzare l’ipotesi del Grande Complotto. Eppure, guardando la vicenda dalla nostra prospettiva potremmo quasi dire che i complottisti “morotei” di oggi sarebbero stati i suoi primi accusatori di ieri. E’ impossibile, infatti, non notare che tutte le premesse del fantomatico “processo” messo in piedi dalle Br muovono dal principio più rozzo e banale a cui potrebbe pensare un complottista alle prime armi: rapire il politico per farsi svelare i segreti.

Perché alla fin fine sembra sia andata proprio così: le BR hanno interrogato Moro su argomenti di livello inferiore a quelli proposti attualmente da qualche blogger zimbello del debunking. Anche Lanfranco Pace, in Commissione Stragi, trovò modo di ironizzare sulla deriva “fantapolitica” dell’operaismo militante:

«A Balzerani, Faranda, Seghetti ed altri, […] cercavo di spiegare come mai fossero passati dalle tre M, da Mann, Mahler e Musil al SIM (Stato imperialista delle multinazionali) e all’attacco al cuore dello Stato che notoriamente non ha cuore. Io dicevo loro: “guardate che il cuore non c’è”».

L’analisi di Claudio Signorile, nella stessa sede, è ancora più puntuale e sarcastica (si consiglia una scorsa a tutta la sua audizione):

«Tutto il sistema delle domande sull’ENI, sulla Montedison e via dicendo, rivela una grande ingenuità, una visione in un certo senso infantile della politica, come se questa fosse fatta da grandi misteri, da oscuri complotti; invece, sappiamo che tutte le vicende più oscure magari accadono, ma difficilmente possono essere formulate in domande ed espresse in giudizi. Tutto il ragionamento e le domande rivolte a Moro derivano – secondo me – da una persona che ha una visione esterna, formale e in un certo senso precostituita dei processi politici e del rapporto fra politica e potere. Ritengo – per esempio – che, se veramente ci fosse stato qualche grande vecchio intelligente capace in quegli anni, non avrebbe dovuto rivolgere domande sulla Montedison o comunque domande comiche; avrebbe dovuto, invece, rivolgere domande su che cosa stava succedendo nel mondo finanziario – mi sembra che al riguardo non ci siano domande; non dimenticate che stiamo alla fine degli anni settanta – e su che cosa volesse dire la finanza internazionale dell’ENI, che è quella sulla quale avvengono negli anni successivi grandi stravolgimenti, sconvolgimenti. Quello che colgo, nella tipologia delle domande e nelle attese, è che Moro doveva fare la grande rivelazione, ma qual è la grande rivelazione? Il Governo italiano aveva preso gli ordini… si tratta di una visione in un certo senso primitiva […]»

Agostino Giovagnoli, ne Il caso Moro (2005) parla di “una logica che confondeva il piano della realtà con quello dei simboli”: non era tanto Moro l’obiettivo della sortita brigatista, ma il suo “valore” spendibile contro il mulino immaginario del SIM. Tutto questo dovrebbe farci riflettere a contrario sul modo in cui anche oggi si tenta di “valorizzare” Moro, fino a domandarci se la sua riduzione a emanazione del SIM non sia formalmente assimilabile all’inserimento della sua figura (politica) e del suo operato (politico) in un quadretto idilliaco ma in ultima analisi donchisciottesco (per restare in tema).

Andrebbero in effetti sfatati ancora una volta, fino allo sfinimento, alcuni miti inscalfibili della morologia. Per elencarne giusto un paio, il fatto che volesse “i comunisti al governo” (per lui si trattava solo di una maggioranza parlamentare, non politica, addirittura in contrasto con un Andreotti molto più possibilista sul superamento della non-sfiducia!); che fosse anti-americano (era un atlantista di ferro, tra i fondatori di Gladio, il cui unico momento di scontro con gli Stati Uniti viene tirato dal 1974 al 1978, quando a Washington l’ambiente era completamente diverso); che fosse “onesto” (sulla qual cosa non ho dubbi, ma chi ha fatto dell'”onestà” una categoria politica avrebbe comunque beatificato Moro se fosse stato travolto da una Mani Pulite in anticipo?); che fosse “di sinistra” (era un “centrista” assoluto, e se oggi il centro-sinistra cerca di appropriarsi della sua memoria è probabilmente dovuto solo all’eventualità che dalle macerie di Tangentopoli a destra siano rimasti solo i post-missini, nemici giurati del Presidente Dc che “voleva i comunisti al governo”, v. supra); eccetera eccetera.

Ciò ovviamente non significa dire che non esistano più “misteri” sul caso Moro (come invece annuncia trionfalmente qualche testata); tuttavia per scoprirli temo sarà necessario un vero e proprio cambio di paradigma: metaforicamente parlando, che i complottisti, dopo aver ucciso il “Moro cattivo”, ora procedano all’eliminazione anche di quello “buono”, il santino creato ad uso e consumo dei propri miraggi.

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