Alla Casa del Padre

«Questo si chiama telecomando ed è uno degli oggetti più incredibili che l’umanità abbia mai inventato. Non voglio tediarti con la sua storia: ti basti sapere che quelli che iniziarono a criticarlo sin dal momento della sua comparsa debbono essere considerati nostri nemici. La possibilità di detenere il completo dominio degli eventi televisivi è qualcosa che in altri Paesi e altri mondi ancora se lo sognano. La nostra fortuna è che, accendendo la televisione, possiamo immediatamente imbatterci nella réclame di un corpo femminile. Io guardo, per mia libera scelta, le gambe, le braccia, poi i seni, fino alle labbra, gli occhi, i capelli: il prodotto è questo, e pensarci mi emoziona sempre. Non è uno shampoo o una scatoletta di tonno che vogliono vendermi, ma è lei, Astarte

Il fanciullo osservava il padre impugnare il telecomando con noncuranza: era uno di quelli della vecchia generazione (il telecomando, non il padre), provvisto di tasti colorati e inservibili, a testimoniare lo stigma di un certo tipo di tecnologia che cede incessantemente il passo a prodotti più avveniristici. Il padre era il tipo del bell’om, con i capelli ricciolini che ingrigiscono subito, gli occhi neri e la fossetta sul mento.

«Io venero gli spiriti femminili del video, perché sono figure della cura, della conciliazione, ma hanno anche quel tocco trasgressivo che le rende affascinanti, che richiamano i bei culti antichi della prosperità, della ricchezza, l’abbondanza delle forme e del raccolto».

Suo padre non era mai stato un intellettuale, ma da quando viveva nella “Casa dei Papà” aveva avuto modo di conversare ogni giorno con preti e marocchini; tale pratica aveva elevato il suo spirito ad altezze invidiabili. Qualcuno sosteneva anche che la permanenza in un ambiente esclusivamente virile lo avvicinasse nuovamente alla gloria degli patriarchi, le fratrie leggendarie dalle quali sorse la civiltà. Il figlio aveva tuttavia sempre al sensazione fastidiosa che qualsiasi considerazione del genitore, anche la più generica e assurda, avesse come bersaglio polemico la madre.

«Il corpo femminile è adorato per ogni dove, nel commercio, nell’arte, nella scienza. La cosa mi intriga perché non ci si avvede che un giorno noi faremmo una rivoluzione culturale lasciando le cose così come sono, proclamando semplicemente il dominio del maschio al posto dello squallido femminismo odierno».

Continuava a scorrere i canali nella speranza di trovare altre immagini con cui rimettere in moto il flusso di coscienza. Dopo sette interminabili minuti era giunto all’estremo confine dell’etere, verso quei canali dal numero così complicato che anche digitarlo per sbaglio sarebbe stato impossibile. Venne risucchiato da un turbinio di colori e suoni da capogiro, che terminò con l’immagine di una statua di qualche divinità orientale accompagnata da versi recitati in una lingua incomprensibile (la “Casa” aveva infatti un’antenna parabolica): un’immagine statica ma suggestiva, qualcosa che richiamava le profondità del tempo e dello spazio, e una vita più schematica ma semplice e dignitosa.

Il padre ruppe l’incanto schiacciando ripetutamente e con una certa rabbia la freccia in basso del pulsante che serviva a cambiare canali, e si arrestò quasi subito su un canale tedesco sottotitolato in inglese, dove quattro tizi dall’aria professorale accomodati su delle modestissime sedie (e abbigliati in maniera ancora più modesta) discettava della possibilità di archiviare per sempre la Genesi attraverso la genetica. Questi discorsi imbarazzavano fortemente il padre, che infatti non perse tempo a tornare in lande televisivi più accoglienti e familiari (i primi sette canali).

«Il cielo appartiene ai violenti», disse buttando il telecomando sul letto dietro di sé. «Il cielo è dei violenti, caro mio, e chi lo vuole se lo pigli». Il ragazzo provava un forte senso di disagio, una noia che prometteva di ingoiare la sua generazione e quelle successive per i prossimi mille anni.

«Un Patriarca non paga, né oggi né mai», disse il padre ora sdraiato anch’egli sul letto, come a seguire il tragitto del telecomando. «Un Patriarca non paga: questo sarebbe un bel titolo per un libro, un film, una canzone. È divertente perché si può anche interpretare come “Fare il patriarca è un lavoro che non paga”. Infatti paghi tu! Cioè, io».

In realtà lui non pagava, ma il figlio non si sarebbe mai azzardato a rinfacciargli alcunché. Si sentiva anzi sollevato dal fatto che, almeno all’apparenza, il padre avesse superato la fase degli insulti, della violenza psicologica, della meschinità accusatoria. Non lo avrebbe mai più sentito incolpare la consorte di volerlo avvelenare con l’oleandro, oppure di covare l’irrefrenabile desiderio di accoppiarsi con cinghiali, orsi, cavalli. Ora le sue invettive erano lanciate contro l’universo intero, che per coincidenza nella sua mente veniva identificato con l’Eterno Femminino. Adesso non faceva più paura. Quando parlava di sterminare le donne per dar vita a un mondo senza violenza, anche un quindicenne la intendeva come un’innocua posizione filosofica.

«Liberate i patriarchi sarebbe un altro titolo perfetto, non trovi?». Non attese la risposta del figlio. «Il problema è come liberare il maschio, questa razza sottomessa e oltraggiata. Tu sai che il poeta disse che tutte le disgrazie provengono dal desiderio che i sessi pretendono di nutrire uno per l’altro? Io non ci credo, ma è un campo di studi che vorrei approcciare».

«Papà , ora devo andare», riuscì finalmente a intervenire il figlio.

«Va bene, è giusto», scosse la testa il padre. «Voglio soltanto che tu capisca che il problema non è individuale, ma sociale. Io non so se sono stato un cattivo padre, ma quello che so è che in tutti i film americani degli ultimi trent’anni il primo problema del padre è quello di non mancare alla recita scolastica dei figli, e lui non ce la fa perché è un americano di successo che deve lavorare di notte, o magari resta bloccato in aeroporto per una tormenta di neve, oppure lavora per l’Fbi e quelli non gli danno il permesso. Capisci quanto è diversa la società italiana, quante contraddizioni, quante sofferenze inutili. Io vorrei educarti alla virtù e alla felicità, ma tra noi hanno eretto muri su muri: il moralismo e il femminismo e tutte quelle cose che in civiltà superiori quali quella americana e cinese e marocchina non ci sono, dove un’immagine è soltanto un’immagine e una donna è soltanto una donna».

«Ti assicuro che ho capito» disse il figlio come un turista che finge di parlare la lingua del Paese che sta visitando e che per fermare un interlocutore troppo loquace ripete continuamente l’unica espressione che conosce, “ho capito”, che quasi sempre equivale ha “capisco” o “sto capendo”, eccetto che per quegli idiomi dove non esiste soggetto.

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