Alle radici del Sessantotto

«“Rimprovero a mia madre – dice ora una parmigiana e con amarezza che sa di pianto – ma senza severità né astio, piuttosto con tristezza, di non aver mai detto una volta quella dolce bugia che le madri dovrebbero trovare per le loro figliole sotto i venti anni, cioè: Sei carina, stai bene con quel vestito, con quella pettinatura. Mai! Con nessun vestito, con nessuna pettinatura. Sempre amari commenti sulla durezza dei miei capelli, la magrezza delle guance, delle braccia, la linea del naso. Penso di essere la ragazza meno adulata del secolo. Questo continuo desiderio” (di una buona parola anche se bugiarda) “è frutto della mia vanità di ragazza brutta e mi fa vergognare di me”. […] Quel sentimento di odio al quale la studentessa si ribella, è affermato con violenza invece da una ferrarese: “Mio padre, ora lo odio, o mi è indifferente… Io sbaglio sempre, per mio padre, sono una lazzerona (sic), una buona a nulla, una maledetta; sono parole che non si dimenticano e ancora di più se non dicono la verità… Mia sorella è coccolata, ma io egoisticamente, con gioia, mi accorge che è peggiore di me”. Le “ingiustizie” familiari, le preferenze e la inevitabile gelosia che seguono abbuiano l’animo fino a tal punto. Se questa ragazza sconcerta, la reggiana che ora ascolteremo dà molta pena: “Sono stata tradita dall’unica persona dalla quale avrei il diritto di avere tanto affetto, di avere anche quello di chi (il padre) non mi ha mai voluto dare”. Molti anni fa sua madre indisposta l’aveva mandata fuori per compere, ma la bambina tardò a rincasare perché si era distratta in cortile. “Mia madre – racconta – sentì dalla camera le mie grida allegre e quando salii la trovai tanto scura che pur essendoci abituata, mi spaventai. Mi disse tante cose brutte che non voglio ripetere; dirò solo la più brutta, la più cattiva, che non ho mai detto a nessuno, ma che ora voglio ripetere a voi che mi conoscete. Mi gridò ‘Stupida che sono stata il giorno in cui non ho dato retta a tuo padre e non ti ho ammazzata prima che venissi al mondo!’. Ho cercato tutte le scuse possibili per giustificare questa frase, ma non ne ho trovate, e quel giorno morì anche l’ultimo umano legame di affetto. Non la odiai, ma cominciai dentro di me a rimproverarla di non aver dato ascolto a quell’uomo” […]. La nostalgia di un passato che sembrò sereno, i confronti con altri giovani più fortunati – cioè con quasi tutti quelli che si incontrano – intristiscono l’animo. La soluzione alla quale si ricorre spesso in queste o simili circostanze, cioè di mandare i figli in collegio aggiungere umiliazione al dolore […]. Un esempio: “Mi rodevo il cuore nel guardare le ragazzine che frequentavano il pio istituto in qualità di esterne e pensavo al calore delle loro case e all’affetto di cui senz’altro erano colmate. A me invece ogni inverno venivano i geloni perché nelle immense sale del collegio non c’era caldo abbastanza. Non potevo neppure sognare casa mia perché mio padre e mia madre non riuscivano più a tollerarsi ed erano continue scenate che mi avvilivano sempre di più. Poi tutti – racconta una studentessa modenese – anche le suore, lo seppero e io non desideravo che scomparire, per di più ero brutta e qualche anima caritatevole mi derideva anche per questo. Ero goffa, pure sentivo in me un’anima immortale… Sono rimasta così. non ho nessuna aspirazione o ambizione e tutto mi sembra inutile dal momento che non riesco mai in ciò che vorrei»

(Massimo Dursi, Giovani soli. Indagine fra gli studenti italiani, Il Mulino, Bologna 1958, pp. 37-42, 190)

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