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Anarco-tirannia: il crimine come strumento di controllo sociale

Mi viene richiesto un commento alle dichiarazioni del pm Viviana Del Tede5c0 sull’assassino di Rovereto: per ricapitolare in due parole l’episodio di cronaca nera, una settimana fa (5 agosto 2023) una signora di 61 anni, mentre passeggiava di sera in un parco comunale della provincia di Trento, è stata uccisa a pugni e sassate durante un tentativo di stupro da parte di un quarantenne nigeriano senza fissa dimora.

La percezione del caso da parte dell’opinione pubblica, già di per sé segnale di una condizione dell’ordine pubblico ai limiti dell’ingovernabilità, è stata resa ancor più allarmante da un’intervista rilasciata al quotidiano “La Verità” (ma a suo dire “rubata”) da parte della procuratrice di Rovereto di cui sopra, che avrebbe espresso considerazioni imbarazzanti e di cattivo gusto a favore dell’assassino:

«Non aveva per niente una sfilza di precedenti, non so dove li avete trovati […] Aveva una puntualità nel fare la firma che se gli studenti di oggi fossero così puntuali a scuola saremmo a cavallo. Era anche collaborativo, una persona assolutamente corretta. […] È un uomo fisicamente spettacolare. Quello lì doveva andare a fare le Olimpiadi, a fare i mondiali di pugilato […]. Che poi la droga, quella roba lì, bisogna vedere, è vero, non è vero… arrestato in flagranza con 56 dosi [di eroina] […] se si va in Olanda non è nemmeno considerato reato [ride, ndr] io non so…» 

I motivi per cui sono solitamente restio a discutere di certi argomenti è che in un Paese come il nostro è forse più sicuro negare l’Olocausto che criticare un magistrato. I motivi sono tanti, ma fondamentalmente tutti riconducibili allo status assunto dalle strutture atte all’amministrazione del potere giudiziario dopo quel golpe passato alla storia sotto il nome di “Mani Pulite”, il quale ha conferito alle procure un ruolo di “contenimento” degli altri poteri in ossequio a oscuri interessi sovranazionali.

Sono consapevole che questa sia una lettura a dir poco “complottista”, ma escludendo qualsiasi riferimento alla dimensione globale del problema, molti opinionisti, intellettuali e storici mainstream potrebbero concordare con tale interpretazione: in fondo, si tratta semplicemente di ammettere che nel sistema post-Tangentopoli la magistratura ha acquisito un ascendente inedito per un sistema che vorrebbe definirsi “democratico”. Tutto ciò peraltro non rappresenta -se non si fosse capito- una critica alla “giustizia” in sé, ma agli obiettivi politici che le sono stati conferiti da chi ha compreso che attraverso di essa sarebbe stato possibile gestire concretamente il potere (a condizioni diverse, invece dei magistrati si sarebbero potuti utilizzare politici, banchieri, preti, soldati, giornalisti, burocrati ecc…).

Il caso di Rovereto riporta alla mente la prima sentenza del 2008 contro l’omicida rom di una signora cinquantenne a Tor di Quinto a Roma (che anche in quel caso venne uccisa di botte dopo uno stupro), nella quale il giudice si sentì in dovere di esprimere tali -incommentabili- considerazioni nei confronti dell’assassino:

«La Corte, pur valutando la scelleratezza e l’odiosità del fatto, commesso in danno di una donna inerme […] con violenza inaudita, non può non rilevare che omicidio e violenza sessuale sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori: la completa ubriachezza e l’ira dell’aggressore, e la fiera resistenza della vittima. […] In assenza degli stessi fattori l’episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi».

Posto che solo la presenza di un obiettivo altro rispetto alla mera amministrazione della giustizia potrebbe forse spiegare la forma mentis del magistrato medio, personalmente mi sono convinto che lo scopo sia l’imposizione di un regime che il pensatore conservatore americano Samuel Todd Francis definiva “anarco-tirannia” [anarcho-tyranny].

L’espressione si riferirebbe alla creazione di una condizione di “caos controllato” in cui lo Stato esercita il potere solo su determinate fasce di popolazione, consentendo al contempo il propagarsi di alcune forme di illegalità. Come scriveva nel 1992 Francis:

«[Il sistema politico che vige oggi negli Stati Uniti] è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato per scopi oppressivi; la criminalizzazione degli onesti e degli innocenti attraverso una tassazione esorbitante; la regolamentazione burocratica; la violazione della privacy e l’ingegneria sociale contro istituzioni come la famiglia e la scuola; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso programmi di “formazione alla sensibilità” e al multiculturalismo; leggi sui “crimini d’odio”; leggi sul controllo delle armi che disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti […]. In una parola, anarco-tirannia».

Posto che il concetto andrebbe ricondotto al suo “terreno di coltura” (l’antistatalismo dei conservatori d’oltreoceano, anch’esso ai limiti dell’anarchia) e che le idee da cui è stato desunto sono patrimonio comune di parecchi altri pensatori (per fare un esempio, La rivoluzione manageriale del filosofo James Burnham, maestro di Sam Francis, ha ispirato anche 1984 di Orwell), è comunque difficile negare la sua aderenza alla realtà in cui viviamo (la “prova provata”, al di là delle dichiarazioni del pm di turno, la si può rintracciare, giusto per richiamare un caso recente, nella perenne impunità degli spacciatori di quartiere anche in periodi di lockdown).

Per citare ancora Francis:

«L’anarco-tirannia è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano opposti dialettici: una combinazione tra il potere oppressivo del governo esercitato contro chi rispetta la legge, e una paralisi grottesca della capacità o della volontà di usare quel potere per garantire il minimo indispensabile di sicurezza pubblica. Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e far rispettare l’ordine legittimo, ma criminalizzare gli innocenti».

L’unico motivo di perplessità riguarda il fine che dovrebbe porsi tale metodo di governo. Nel caso dell’Unione Sovietica (additata spesso da paleoconservatori come un modello di anarco-tirannia), l’obiettivo di perseguire il “nemico del popolo” più dell’assassinio di donne aveva una connotazione ideologico-politica piuttosto palese.

Per quanto concerne le società occidentali, a meno di non ipotizzare come scopo lo “sterminio dei kulaki” (altra formula con cui una certa corrente di pensiero si riferisce a tutte quelle politiche volte all’estinzione della classe media come elemento contrario all’ordine neofeudale auspicato dalle élite), non è possibile identificare chiaramente i propositi celati dietro a questa assurda riluttanza a far piazza pulita dei “microcriminali”. Di certo è difficile pensare sia tutto casuale, o dovuto interamente a incapacità e lassismo.

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