Anche la vaccinazione è una questione geopolitica

Chi mi conosce sa che tra i lettori di questo blog c’è anche un giro di russofili, russofoni e italorussi che ogni tanto fa capolino con segnalazioni di articoli, testimonianze e dichiarazioni di fedeltà nonostante la mia generica “freddezza” nei confronti di Vladimir Putin (un politico che posso valutare appunto solo dal punto di vista… politico, dunque non teologico, fantascientifico o soprannaturale). Negli ultimi giorni ho ricevuto un paio di messaggi riguardanti l’impossibilità di ottenere il famigerato Green Pass italiota da parte di chi ha ricevuto lo Sputnik V.

La questione era in effetti già salita alla ribalta della cronaca nostrana per il “caso” rappresentato da San Marino, che mesi fa aveva provveduto alla vaccinazione a tappetto con il siero russo in barba a tutti gli impedimenti geopolitici mascherati da ragioni pseudo-scientifiche: è noto infatti che sia l’Ema che l’Aifa rifiutano di riconoscere la validità del vaccino “putiniano”, nonostante utilizzi una tecnologia simile ad altri medicamenti approvati (AstraZeneca e Johnson&Johnson). I giornali riportano, tra le altre, le testimonianze di un architetto comasco che lavora in Kazakistan ed è costretto a farsi tamponi su tamponi per girare liberamente in Italia e di una giovane studiosa russa a Firenze che si considera vittima di “giochini economici e geopolitici”.

In effetti la dimensione puramente geopolitica dell’affaire è talmente palese da rendere quasi inutile ricordare che governi come quello bulgaro, greco, slovacco o ungherese abbiano ricevuto pressioni da Bruxelles per impedire anche solo il riconoscimento della validità della vaccinazione con Sputnik V per cittadini che vivono o lavorano o studiano in Paesi extra-europei.

Non dimentichiamo poi che Sputnik è stato il primo vaccino al mondo ad aver ricevuto, nell’agosto 2020, l’autorizzazione all’utilizzo da parte di uno Stato. A quell’epoca le gazzette occidentali, con gli italioti in testa, commentavamo sconcertate la barbarie di propinare un prodotto sperimentale a un’intera popolazione. Inoltre irridevano il fatto che più della maggioranza dei russi fosse comunque scettica nei confronti del siero. Ma era il 2020, che sta al 2021 come il 2019 stava a esso (spero abbiate capito): i novax russi sono dei partigiani, quelli europei dei terroristi. E la riduzione a cavia dei cittadini vale solo se vivi dalle parti di Mosca, ché invece a Washington come a Berlino bisogna ringraziare per la manna piovuta dal cielo.

In ogni caso se l’Unione Europea, stabilendo le regole per il passaporto vaccinale, sta escludendo per mera Realpolitik quegli esseri umani che hanno completato il ciclo con siero russo e cinese (sorprende, per inciso, che contro quello britannico ci sia limitati solo all’allarmismo mediatico), ovvero un’importante fetta di popolazione mondiale che va dall’India alla Corea e dall’Argentina all’Iran, l’Italia in tutto ciò si dimostra ancora una volta più realista del re (o per meglio dire più servile dei servi), non provvedendo in alcun modo a una qualche deroga nei confronti dei facoltosi turisti russi, che già questa estate hanno optato per Grecia, Croazia e Cipro (Paesi Ue che accettano lo Sputnik).

A parte tuttavia le quisquilie “tecniche”, c’è un dettaglio etico che non può sfuggire anche agli osservatori più disattenti: una volta accettato un certo modello politico, i paladini dell’Occidente non potranno più dir nulla su ulteriori “restrizioni alla libertà” in nome non più della dissidenza politica o civile, ma della “salute pubblica”.

Per esempio, a differenza anche solo di qualche mese fa, non potranno più fare la voce grossa nei confronti del ricovero coatto di Violetta Grudina, attivista navalniana costretta all’ospedalizzazione -nonostante il tampone negativo- per “violazione delle restrizioni anti-covid” (e che a causa di ciò ha dovuto rinunciare alla candidatura alle ultime elezioni). Il teatrino andrà dunque avanti in un contesto in cui il doppio standard sarà pericolosamente scoperto: un’eventualità che non potrà che contribuire all’erosione della presunta superiorità morale di cui il “mondo libero” si fregia.

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