Appunti per una fiction sovranista-populista

[Visto che si parla di rivoluzione della televisione pubblica, ecco la mia “modesta proposta”…]

Italia, estate 2017: Lodovico, un ragazzo di 26 anni, incontra a Firenze due ex compagne di Erasmus provenienti “dalla Scandinavia” [per restare sul generico]. Anche se staranno solo tre giorni nel capoluogo toscano, si aspettano comunque qualcosa di “magico” dalla breve vacanza. Il trio è infatti molto affiatato, quasi ai limiti della promiscuità: i giovani flirtano uno con l’altro liberamente, senza alcuna remora. D’altronde Fulvio è un ragazzo molto attraente [così chiariamo subito che non è un racconto autobiografico] e le due scandinave sembrano gradire le sue attenzioni [quindi significa che l’attore deve essere particolarmente bello, per giustificare questa apostasia dal femminismo nordico].

Durante la prima giornata i tre girovagano, come ogni turista che si rispetti, esclusivamente a Nord dell’Arno, in quel pugno di vie dove è concentrato il più importante patrimonio artistico dell’umanità [il regista si può sbizzarrire]. Giunti tuttavia al loggiato degli Uffizi, ultima tappa del giro iniziale, Lodovico al cospetto della statua di Giovanni dalle Bande Nere ha quasi un attacco della famosa “sindrome” a cui Stendhal diede il nome. Sebbene avesse appena incrociato il monumento ben più imponente di piazza San Lorenzo, la sua posa pseudo-meditativa non lo aveva colpito più di tanto. Al contrario, vedere ora il grande condottiero italiano con la sua leggendaria spada («Non mi snudare senza ragione, non mi impugnare senza valore»), seppur nella modesta realizzazione del Guerrazzi, gli mette i brividi. Le ragazze, notando il cambio di atteggiamento, fanno qualche vaga domanda sulla statua, ma Lodovico è talmente galvanizzato da non poter trattenere l’entusiasmo: «Rappresenta un grande condottiero, un vero guerriero, un vero italiano». Di fronte allo scetticismo indisponente delle amiche, il giovane rincara la dose: «È l’eroe della nazione italiana, l’ultimo capitano di ventura: un uomo così vale mille vichinghi, diecimila marines e un milione di mujaheddin». Le scandinave, colpite nel loro orgoglio ariano-atlantico-multikulti dall’imbarazzante analogia, cominciano a nutrire qualche dubbio nei confronti di Lodovico. Per fortuna però la prima giornata volge al termine, e l’atmosfera, seppur lievemente incrinata, non pare del tutto rovinata.

O, per meglio dire, questo è ciò che pensa Lodovico: purtroppo il mattino dopo le due amiche sono piuttosto freddine, come se avessero scoperto in lui un “lato oscuro”, qualcosa di sgradevole e inaspettato. Il giro dell’Oltrarno è perciò tutt’altro che esaltante: al Giardino di Boboli, complice forse il caldo eccessivo, una delle due comincia a spararle grosse sul “nazionalismo” dell’arte fiorentina. Lodovico non sa nemmeno come ribattere alle accuse, ma intuisce che l’attacco è rivolto più alla sua persona che alla città: per tentare di recuperare, decide di far girare le ragazze fino a notte fonda, confidando di raddolcirle con un po’ di ebbrezza. L’idea per certi versi sembra funzionare, ma proprio quando stanno per tornare al loro albergo (nei pressi di Santissima Annunziata), trovano una banda di teppisti a sbarrargli il passo.

Il gruppo di aggressori è composto da quattro immigrati di origine africana: un congolese, due marocchini e un senegalese. Il congolese pochi mesi prima era stato premiato come “Migrante dell’anno” dalla Presidentessa della Camera Lorena Bobbitini in persona, per aver trionfato in una challenge di “Water Bottle Flip” su Youtube (in pratica aveva lanciato una bottiglietta facendola cadere in piedi). I marocchini sono invece due spacciatori molto rinomati della zona e col senegalese hanno formato un gruppo rap col quale, grazie a un generoso contributo comunale, sono riusciti a pubblicare due album e sfondare con la hit “Spaccio da mattino a sera” («Ho la pelle nera | io non vado in galera | spaccio tutto il giorno | da mattino a sera»). Il senegalese inoltre sogna di diventare calciatore.

La banda di immigrati è subito addosso alle due scandinave, ma Lodovico non reagisce: è come se fosse paralizzato da un ricordo doloroso. E qui parte un bel flashback: giusto un anno prima il giovane era stato aggredito alla fermata dell’autobus da un arabo ospitato in un centro d’accoglienza allestito in quella che fino a poco tempo prima era un istituto di design. Dopo quella brutta esperienza, Lodovico aveva deciso di procurarsi uno spray urticante: aveva comprato quello più maneggevole, a forma di pistola. [Qui si può aggiungere quel che si vuole, tipo l’imbarazzo del giovane mentre compra lo spray eccetera…]. Era da mesi che lo portava addosso quasi senza accorgersene, in una specie di fondina attaccata ai jeans: ma quando sente le urla disperate delle due scandinave, il Nostro si ricorda di averlo a portata di mano e lo usa istintivamente prima contro il congolese, poi contro uno dei marocchini. La banda si dilegua, ma l”Immigrato dell’Anno” nell’indietreggiare inciampa e batte la testa. Lodovico prende entrambe le ragazze per le braccia e intima loro di fuggire il più velocemente possibile, ma le due hanno un’incredibile reazione di ritrosia nei suoi confronti, si sentono come “umiliate” dall’esser state “salvate” in quel modo. Alla fine Lodovico le strattona entrambe senza pensarci troppo e il trio torna in albergo mascherando l’angoscia con la stanchezza.

Il giorno dopo le due ragazze partono senza neppure salutarlo. Lodovico è solo e sente una profonda malinconia che mal si sposa con la magnificenza di Firenze, perciò decide anche lui di anticipare il ritorno nella sua città. Tuttavia, alla stazione viene bloccato dalla polizia che lo accusa di aver ucciso un immigrato per odio razziale. Il malcapitato, umiliato dalla piega degli eventi, nemmeno si è accorto che la sua faccia è su tutti i giornali e che i politici hanno già iniziato a lapidarlo. La prima ad accusarlo è proprio Lorena Bobbitini, descrivendolo come un militante neofascista che aveva voluto colpire uno straniero a caso solo per eccitarsi. Anche il Presidente della Repubblica, Sandro Magarella, era subitamente intervenuto: «Un crimine orrendo, compiuto da un individuo al di sotto del genere umano». E il capo del Governo, Mattia Gonzi, aveva rincarato la dose: «Ecco dove possono portare le campagne di odio, l’astio per il diverso, il razzismo e la teorizzazione della “ruspa sui campi rom”».

In una sola giornata Lodovico è divenuto il simbolo del razzismo universale, un nazista, un genocida: purtroppo le più alte cariche dello Stato, seppur al corrente di come fossero andate veramente le cose dai filmati delle videocamere di sorveglianza, avevano sottovalutato la possibilità di un leak. Eppure, considerando anche il malumore diffuso tra le forze dell’ordine, era prevedibile che qualcosa trapelasse. Dopo pochi giorni infatti le testate conservatrici caricano sui rispettivi portali il video non censurato dell’aggressione, infiammando l’opinione pubblica con titoloni “innocentisti”. Questo però non sposta di un millimetro il percorso delle indagini, per le quali il gesto di Lodovico è ispirato esclusivamente dal razzismo. I giornalisti intanto riescono a rintracciare le due ragazze per un’intervista, ma si trovano di fronte a un muro di gomma: le scandinave si rifiutano non solo di tornare in Italia per testimoniare in favore del loro “amico”, ma addirittura lo accusano di machismo, xenofobia e islamofobia.

Intanto Lodovico rimane in carcere, e l’attenzione mediatica sul suo caso scema progressivamente. Passano i giorni, le settimane e i mesi, ma per una curiosa coincidenza il processo inizia proprio durante la campagna elettorale. Malgrado il giovane possa ancora votare, e nonostante i partiti dell’opposizione lo abbiano difeso strenuamente, egli decide di infischiarsene del tutto. In quei momenti si sente completamente solo [tanto vale farlo anche orfano, pure qui qualche flashback ci starebbe bene]. L’unico essere umano col quale ogni tanto scambia due parole (ma solo su calcio e meteo) è il compagno di cella, un metalmeccanico cinquantunenne arrestato per aver insultato Lorena Bobbitini su Facebook. Per il resto, Lodovico si rifiuta di leggere i giornali e guardare la tv: non gli importa di restare in galera per sempre, anche perché fuori i rappresentanti del governo sono ancora scatenati contro di lui e lo additano come primo sintomo della “marea nera” che sta per travolgere l’Italia.

Anche giorni dopo le elezioni non gli interessa sapere i risultati, soprattutto perché crede che il suo destino sia comunque segnato: da una parte, infatti, la coalizione Pluto-Democratica di Mattia Gonzi e Lorena Bobbitini vuole semplicemente fargli avere l’ergastolo, mentre la destra è decisa a strumentalizzarlo malgrado egli vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle. La cosa che più gli brucia, in fondo, non è quella di aver ucciso un uomo, ma di esser stato trattato come un delinquente dalle sue “amiche”, con le quali aveva invece sperato di accoppiarsi per tre giorni di fila. A un certo punto, ripensando a Firenze, gli torna in mente la statua di Giovanni delle Bande Nere e finalmente scoppia a piangere. È come se la sua anima fosse in un’altra dimensione, dove l’italianità è motivo d’orgoglio e non di vergogna, dove i nemici vengono sterminati e non perdonati. Proprio mentre sta per svenire, il suo compagno di cella gli sventola in faccia l’ultimo numero de “Il Libero Giornale d’Italia”: L’eroe di Firenze presto libero. La nuova coalizione sovran-populista guidata da Mattia Salvetti e Lucio Di Mario è appunto intenzionata presto a costringere un restio Sandro Magarella a graziarlo. La fiction si conclude quindi con una nota di speranza per la nuova Italia, il cui destino ormai coincide con quello di Lodovico.

[La questione, più che politica, è estetica: mi manca Charles Bronson. Anche se mi andrebbe bene pure una colorazione moralmente più ambigua, come in Un borghese piccolo piccolo di Monicelli o Il giocattolo di Montaldo.]

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