Le rivolte anti-russe del 1916 in Asia centrale

Presentiamo qualche breve annotazione da The Revolt of 1916 in Russian Central Asia di Edward Dennis Sokol, lettura segnalata dal geniale Nemets, obscure historian che impazza su Twitter.

Il volume è stato pubblicato nel 1954 (e ristampato nel 2016), perciò presenta qualche lieve anacronismo: per esempio, come segnalato nell’introduzione, i popoli insediati nella valle di Fergana (Uzbekistan orientale, Tagikistan settentrionale e Kirghizistan meridionale) sono indicati come sarti (“sedentari”).

I nomadi turchi rappresentavano un terzo della popolazione della regione, mentre il resto era composto da sarti e tagiki, oltre che armeni, persiani, ebrei e minoranze russe. Delle popolazioni che occupano l’area alcune sono di pura origine iraniana, come i tagiki, un popolo sedentario particolarmente abile nell’agricoltura. Altri sono turco-mongoli, come kirghisi e kazaki, e vivono nelle kibitka coniche come nomadi: ai tempi dello zar entrambi i popoli venivano definiti “kirghisi”, per distinguerli dai cosacchi veri e propri.

I kazaki occupavano l’area della steppa del Kirghiz (oggi Kazakistan), mentre i kirghisi vagavano per la regione dello T’ien Shan e del Pamir. Anche i turcomanni nel sud-ovest del Turkistan sono di razza turco-mongolica: si tratta di un popolo nomade che, a differenza dei sarti, oppose  una fortissima resistenza alla conquista russa (crollò solo dopo l’assedio di Geok Tepe nel 1881). Un tempo erano perlopiù dediti al saccheggio e con le loro incursioni giunsero oltre Herat, laddove rapirono donne persiane da vendere nei mercati di schiavi di Khiva e Bukhara.

I turcomanni, insieme agli altri nomadi costituivano il 30% della popolazione totale dell’Asia centrale russa. Oltre al ceppo puro iraniano, la popolazione sedentaria comprendeva un insieme di popolazioni turco-mongole e iraniane. Questi popoli abitavano le oasi dell’est e includevano i sarti e gli uzbeki: si pensa che questi ultimi siano collegati ai turchi di Seljuk, sebbene nelle loro vene scorra molto sangue iraniano. Sia i sarti che gli uzbeki vengono considerati da Sokol “gran lavoratori”.

Una menzione meritano anche gli oltre duecentomila ebrei autoctoni. Sebbene oppressi dai governi riuscirono a prosperare, specialmente nel commercio del cotone. Si trovavano in particolare a Samarcanda e a Bukhara. Con la conquista dell’Asia centrale da parte dei russi, iniziò un afflusso di ebrei russi nel paese. Ulteriori elementi “allogeni” erano rappresentati dai persiani, in veste di commercianti, artigiani e operai (Ashkhabad era una città persiana), dagli armeni e dalle altre popolazioni del Caucaso.

Lo sviluppo della rotta marittima verso l’India in seguito alla scoperta del Capo di Buona Speranza portò al declino della Via della Seta: dallo spostamento delle rotte commerciali iniziò l’impoverimento e la stagnazione dell’Asia centrale, rafforzato culturalmente dalla rigidità e dal conservatorismo della dottrina islamica.

I nomadi kazaki e kirghisi praticavamo perlopiù culti sciamanici, fin quando i conquistatori russi decisero di convertirli all’Islam tra il XVI e il XVII secolo: “Per quanto strano possa sembrare, l’islam ai kazaki venne imposto dai russi. Prima del loro avvento non c’era una sola moschea nella Steppa; poi i russi cominciarono a trattarli da musulmani, costruirono luoghi di culto e inviarono mullah improvvisati, che pregavano raramente e adottarono tutte le superstizioni pagane dei locali”.

Il commercio della Russia in Asia durante i primi decenni del XIX secolo era insignificante; la rotta cominciò a svilupparsi nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare grazie alla repressione del brigantaggio. La guerra civile americana fece alzare il prezzo del cotone fino a costringere l’Impero zarista  a importare varietà inferiori dall’Asia Centrale: la “corsa al cotone” coinvolse in particolare la valle di Fergana divisa oggi tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

L’instabilità dei prezzi del cotone, l’usura e le tasse elevate impoverirono i piccoli agricoltori in maniera inversamente proporzionale ai latifondisti. La presenza dei coloni russi ebbe comunque pochi tratti in comune con quella, per esempio, degli inglesi in India, poiché tale tipo di manodopera si prestava a qualsiasi tipo di occupazione: caratteristica che fece entrare i lavoratori russi in competizione con la manodopera locale in ogni campo, dall’agricoltura alle attività di spazzinaggio fino alle nascenti industrie come quella ferroviaria. Il governo russo, intenzionato a slavizzare le terre asiatiche per alleviare la miseria interna e superare i paradossi causati dall’abolizione della servitù della gleba, tolse le terre migliori ai nomadi ormai sedentarizzati per offrirle ai suoi coloni.

La politica mercantilistica russa (fatta perlopiù di vodka, sigarette e stivali laccati) fece indebitare molti nomadi, li ridusse a braccianti, tolse loro le terre e fece diminuire drasticamente la quantità di armenti in loro possesso. I colonizzatori praticarono il divide et impera con le tribù nomadi offrendo ad alcune di esse la possibilità di eleggere un capo, il quale poteva poi usare il suo potere per sostenere i propri elettori e perseguitare gli avversari. Tale sistema permise alle divisioni di “partito” di minare i tradizionali raggruppamenti tribali.

La resistenza al dominio stranieri si fece particolarmente sentire nella valle di Ferghana, centro dell’antico Khanato di Kokand, nonostante si tradusse solo in azioni di brigantaggio: i russi, poco impensieriti, etichettarono i banditi come “khan fantocci”, perché la pretesa di molti di loro era quella di ripristinare il khanato.

Nel maggio del 1898 in uno uezd della valle di Ferghana un predicatore islamista, Mahomet-Ali-Khalfa (conosciuto come “Madali”), al quale venivano attribuite doti magiche (per esempio saper cucinare il riso senza fuoco) radunò un piccolo esercito in nome della gazavat, la guerra santa contro la decadente società russa. La rivolta colse di sorpresa gli occupanti ma fu rapidamente repressa: si sospettò subito l’influenza di qualche sobillatore ottomano dietro di essa, anche se gli effimeri contatti tra Madali e gli emissari del Sultano non valsero come prova di un reale interesse dei turchi. In ogni caso il potere zarista preferì ovviamente attribuire i tumulti nella regione al pan-islamismo piuttosto che al proprio malgoverno.

Nelle aree più progredite, i sarti si rivolsero agli jadid, la minoranza islamica riformista ostile al clero che si era posta come missione l’istruzione delle masse. Anche la classe media russa della valle di Ferghana era di orientamento liberale, mentre tra gli operai serpeggiavano già idee socialiste. La mancanza di alfabetizzazione, la debolezza del clero e l’isolamento impedì invece lo sviluppo politico di kirghisi e kazaki (Grigorij Broido, il primo segretario del Partito comunista del Tagikistan scrisse di loro che “non sapevano scrivere in arabo e non leggevano alcun libro, forse nemmeno il Corano”), che infatti non presero parte alla rivoluzione del 1905 e invece di approfittare del caos politico russo reagirono come tribù nomadi tradizionali, attraverso incursioni e razzie.

Durante gli anni della Grande Guerra, l’Impero a lungo non richiese truppe all’Asia Centrale: in compenso pretese materiale di ogni tipo, dal cotone alla carne, dal sapone all’olio, dai cammelli ai cavalli al feltro. I tedeschi e i turchi esercitarono pochissima influenza nell’area nei primi due anni di guerra, e anche gli appelli al pan-islamismo caddero nell’indifferenza.

Quando i soldati cominciano a scarseggiare, la Russia decise di arruolare 250.000 uomini dell’Asia Centrale, circa l’8% della loro popolazione, facendo dirigere la coscrizione i governanti locali. La tensione tra i sarti, già fomentata dai prezzi bloccati del cotone e l’aumento del costo dei generi alimentari, aumentò all’idea da fare da canne da cannone per lo Zar.

I rapporti dell’Ochrana, la polizia segreta, descrivevano masse di musulmani che avevano interrotto le celebrazioni notturne per il Ramdan e si recavano solo nelle moschee per la preghiera. C’era il timore di una rivolta generale islamica in occasione del 18 luglio, il primo giorno dell’Id al-fitr, la “festa della interruzione” del digiuno. Gli agenti dello zar riferivano di poveri che avrebbero saldato i conti con i ricchi se questi avessero avuto il diritto di acquistare la via d’uscita dalla coscrizione: in effetti dopo le prime rivolte, i cittadini abbienti di Tashkent e Samarcanda lasciarono le città.

La mattina del 13 giugno 1916 un ufficiale giudiziario del distretto fu assassinato dopo aver minacciato la folla con una pistola: venne dunque annunciato il gazavat (la solita “guerra santa”) e Nazir Khoja fu proclamato bek. Gli insorti, armati di bastoni, coltelli, falci, spade, prese il controllo dell’intera valle di Fergana, uccidendo i funzionari del volost e i jigit (i “messaggeri” a cavallo) e distruggendo ferrovie, ponti e linee telegrafiche, assaltando un treno e colpendo anche i lavoratori ferroviari russi.

L’obiettivo dei ribelli a quel punto non era più evitare la coscrizione, ma ottenere direttamente l’indipendenza (magari contando su un aiuto tedesco in realtà mai giunto). Per riprendere il controllo dell’area le truppe russe e i cosacchi ci misero due settimane (26-27 luglio): la durezza della reazione convinse i sarti ad arrendersi e ad accettare la coscrizione.

Altre sacche di resistenza vennero alimentate da kirghisi e kazaki, che formarono bande e uccisero anch’essi i funzionari locali; tuttavia le rivolte nella parte kazaka della steppa non incisero più di tanto: una maggiore integrazione con i russi, la mancanza di un leader, la bassa densità di popolazione, la scarsità degli armamenti (spade e asce fatte a mano…) le resero più effimere delle altre. Molti nomadi della parte orientale (Semipalatinsk) emigrarono nello Xinjiang (Cina) coi loro armenti.

Per evitare una rivolta alla coscrizione anche nel Semireč’e (parte sud-orientale dell’attuale Kazakistan) l’area maggiormente colonizzata dai russi (ne ospitava il 60%, 300.000 su 500.000, dell’intera Asia centrale), il governatore divise l’oblast in 17 sezioni ognuna sorvegliata da un comandante con relative truppe e inviò una parte considerevole delle forze alla frontiera con la Cina, per impedire che altri fuggissero, senza però riuscire a trattenere i famigerati dungani.

Nell’agosto 1916 i kirghisi insorsero, si organizzarono in orde e diedero il via a stupri, saccheggi e incendi, animando ai momenti più violenti della ribellione, incoraggiata da un sequestro riuscito di armamenti:

“Grande importanza nel convertire la resistenza passiva dei nativi del Semireč’e in attiva fu un episodio che ebbe luogo vicino a Rybachev nell’uezd di Przhevalsk prima dello scoppio della rivolta. Il 6-7 agosto una banda di kirghisi assaltò un convoglio di soldati che scortavano un trasporto di armi e munizioni. Uccisero i soldati e si presero il carico di 200 fucili e 3000 cartucce. I nomadi furono galvanizzati da quella che sembrava una riserva inesauribile di armamenti, essendo poco abituati ad avere a che fare con così tante armi”.

L’assedio di 4000 kirghisi divisi in una trentina di unità di Tokmak (nell’uezd di Biškek) condotto per una settimana da ogni lato si rivelò comunque fallimentare: l’arrivo di unità russe in soccorso con mitragliatrici e cannoni impedì loro di penetrare nella città. Gli assalti kirghisi furono così furiosi che, nonostante il fuoco della mitragliatrice che falciava intere file, i ribelli si gettarono all’attacco per tre volte.

Per stroncare definitamente la ribellione, il generale Kuropatkin (Ministro della guerra dell’Impero russo) diede l’ordine di “non risparmiare le cartucce” (anche se nei suoi diari poi annotò che “i soldati russi hanno dimostrato davvero poco onore nel reprimere la rivolta”): interi villaggi furono rasi al suolo dal fuoco di artiglieria, i civili sterminati a migliaia, gli accampamenti dei nomadi dati alle fiamme e il loro bestiame sequestrato (così da sottrarre alla popolazione locale la sua primaria fonte di sostentamento). Alla fine il governo si servì anche dei coloni russi, assetati di vendetta, che massacrarono indiscriminatamente i kirghisi, anche quelli catturati dai soldati (il 13 agosto ne ammazzarono oltre 500 in un sol giorno), perché “chiunque difenda un kirghiso viene considerato ora un traditore” (sempre Kuropatkin).

I musulmani cinesi nell’Asia centrale, i dungani evocati più sopra (che avevano mantenuti stretti contatti con quelli dello Xinjiang e ovviamente con la popolazione uigura) si unirono ai kirghisi in rivolta per vendicarsi del controllo russo sul traffico di oppio, attività tradizionalmente praticata da quel popolo: quando le cose si misero male, decisero di passare il confine cinese portandosi dietro la maggior parte del “raccolto”. Nel settembre del 1916 vennero seguiti da circa centomila kirghisi, che durante il viaggio persero quasi tutti i loro armenti e si presentarono ai cinesi in veste di veri e propri “rifugiati”. Dopo una timida accoglienza iniziale, furono tuttavia rimandati a casa, soprattutto per il timore da parte di Pechino di insorgenze musulmane nell’ovest del Paese, oltre che per problemi di ordine pubblico e igiene (epidemie di tifo); non prima naturalmente di essere espropriati dei loro beni (mandrie, armi e persino le donne).

Anche quest’ultima parte della ribellione fu costellata da episodi particolarmente cruenti, come il massacro di donne e bambini portati dai kirghisi in Cina come ostaggi, uccisi per rappresaglia contro i tentativi del console di liberarli; oppure le violenze dei calmucchi contro gli stessi kirghisi, come vendetta dei massacri compiuti da essi 150 anni prima.

La colonizzazione russa del Turkmenistan fu marginale, quindi la regione rimase relativamente tranquilla. Solo la tribù degli yomud (o yomut) insorse al confine persiano ma venne velocemente ricacciata sulle montagne e privata di pecore e cammelli dai cosacchi.

In generale la Russia ha perso più uomini nelle ribellioni di tutte le sue campagne in Asia centrale del XIX secolo messe assieme: i numeri più alti di vittime civili russe si registrarono in quelle aree dove i coloni finirono per trovarsi in competizione con le popolazioni locali per il controllo delle terre. Le ribellioni colsero di sorpresa non solo l’Ochrana, ma anche le diverse componenti culturali dell’islam, come gli jadid e i pan-islamisti. Le autorità russe tentarono di individuare sobillatori stranieri, come agenti tedeschi, panislamisti turchi o musulmani cinesi, ma secondo Sokol le rivolte furono assolutamente spontanee.

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