Egoboostaggio: perché le attenzioni dei brutti non aumentano l’autostima di una donna

Un divertissement diffuso tra youtuber è fingersi donna sui social allo scopo di esporre alla berlina i cosiddetti simp (in italiano li definiremmo “morti di fi*a”) che tempesteranno il profilo falso di like e messaggi. Alcuni di questi “esperimenti” sono semplicemente crudeli e mancano di qualsiasi empatia (come se “mettere la donna su un piedistallo” non fosse un istinto quasi impossibile da reprimere per i maschi della nostra specie); altri invece risultano simpatici e anche intelligenti (un esempio qui sotto):

In Italia recentemente ci ha provato un contributor del portale “Stalker Sarai Tu” (Mi sono finto donna su Instagram. Ecco cosa ho capito, 5 Agosto 2020), creando appunto un profilo fake su uno dei social “più femminilizzati fra quelli maggiormente in voga negli ultimi tempi”, Instagram. Per quanto l’Autore esprima opinioni generalmente condivisibili, in ultima istanza cade nel medesimo equivoco dei suoi “predecessori”, convincendosi che le attenzioni da parte degli uomini “servono squisitamente a rafforzare a dismisura l’ego di queste signorine”. In particolare egli formula una considerazione a dir poco controversa:

“Nell’essere costantemente sommerso da una pioggia di richieste di amicizie, likes (che su Instagram sono cuori), messaggi privati, commenti, apprezzamenti, sono riuscito nella paradossale impresa di vedere il mio ego rafforzato di riflesso, nel senso che pur essendo io di sesso maschile, ed essendo pienamente conscio di aver imbastito un gioco fasullo, questa ondata letterale di attenzioni mi ha stuzzicato e piacevolmente colpito, non c’è nulla da fare”.

Se fosse stato un americano, avrebbe dovuto aggiungere no homo tho per scongiurare ogni illazione sul proprio orientamento sessuale. Ma, battute a parte, tutto ciò, semplicemente, non è vero: la convinzione che esser circondato di attenzioni da parte di persone non attraenti sia fonte di autostima potrebbe sorgere solo in un cervello maschile, per diverse ragioni.

In primo luogo, perché noi uomini siamo incapaci di giudicare la bellezza maschile, e di conseguenza partiamo sempre dal presupposto che qualora un tizio non sia calvo, nano, deforme, senza un occhio e sdentato, debba per forza essere un “6 onorario” o comunque potrebbe eventualmente compensare le insufficienze estetiche attraverso la simpatia, il carattere, la personalità e altri trucchi di prestigio.

In secondo luogo, un uomo non può immedesimarsi nella situazione di una donna circondata da ammiratori non graditi nemmeno immaginandosi attorniato da una corte di bruttine (o addirittura bruttone), perché l’istinto sessuale maschile, molto più caparbio di quelle femminile, potenzialmente gli consente di soprassedere a qualsiasi pecca fisica. Sempre a proposito di “natura” (cioè di “cultura”, perché in fondo parliamo di una “inculturazione” degli istinti), a un livello più profondo è necessario osservare che un uomo è ulteriormente “agevolato” nel compito di ignorare i difetti estetici per cause analizzate dalla psicologia evoluzionistica: la bruttezza, specificamente se concentrata nel volto, rappresenta una minaccia diretta per un essere che è portato a considerare qualsiasi elemento di ambiguità e vaghezza come apportatore di dolore e morte. Nonostante il contesto in cui oggi interagiscono i sessi sia diverso da quello di diecimila anni fa, per la femmina un brutto costituisce comunque fonte se non di terrore immediato, almeno di disagio e inquietudine (tracce di tale impulso rimangono nel famigerato “effetto della zona perturbante, uncanny valley, l’orrore innato per le creature dai tratti antropomorfi).

Alla luce di ciò, dovremmo chiedere -con un po’ di imbarazzo- all’Autore del pezzo da cui siamo partiti di figurarsi quanto sarebbe “stuzzicato e piacevolmente colpito” dalle attenzioni di quegli uomini se l’eventualità di uscire con loro si prefigurasse come possibilità effettiva… Alla fine, pare questo l’unico modo per far capire a un maschio quanto un certo tipo di attenzioni, lungi dall’aumentare l’autostima, possano talvolta indurre un effetto contrario. Sempre partendo dalla psicologia evoluzionista, notiamo che l’uomo è portato “per natura” a guardare le cose in prospettiva, a “sfidare l’ignoto”, come si dice; tuttavia anch’esso ha i suoi “limiti biologici”, specialmente in materia di sessualità. Sovviene a tal proposito una frase da una biografia dedicata allo scrittore russo Eduard Limonov: “Per lui uccidere un uomo in un corpo a corpo sia come farsi inculare: qualcosa che almeno una volta nella vita devi provare”. La prospettiva di mettere alla prova la propria virilità giacendo con un uomo fa comprendere i modi, anche perversi, con cui natura e cultura “interagiscono”.

Esperire tale sensazioni “primarie”, come abbiamo visto, non è semplice: bisogna lavorare un po’ di fantasia, per esempio vedendosi in una situazione in cui si è “perseguitati” da un omosessuale che sfortunatamente ha frainteso qualche convenevole di troppo (si crede che tali malintesi siano tipico nei Paesi “omofobi” e “repressi”, quando in un contesto dove non esiste, almeno legalmente, la possibilità di tale fraintendimento, manifestazioni di affetto e tenerezza tra uomini non pregiudicano in alcun modo l’immagine pubblica della loro virilità). Ecco, forse solo così un uomo può davvero capire il tipo di ansia che affligge la donna alle prese con un individuo poco attraente, e il senso di quegli espedienti, talvolta goffi e miserabili, che essa mette in atto per evitare di respingerlo direttamente. Anche il sottoscritto, pur essendo secondo i criteri attuali a tutti gli effetti un “omofobo”, si è trovato talvolta in una situazione del genere e, per non contravvenire allo stile al galateo, piuttosto che parlare apertamente come avrebbe dovuto fare, ha preferito “sgattaiolare dalla finestra” come in quel memorabile siparietto dei Simpson.

Per volere dell’Altissimo il corteggiamento non è mai giunto fino a effusioni non richieste (perché probabilmente la reazione sarebbe stata meno educata), ma ricordo come una volta, non avendo compreso che un occasionale interlocutore sui mezzi pubblici fosse un incallito pederasta (che purtroppo amava particolarmente discutere di Louis-Ferdinand Céline, scrittore nei confronti del quale, lo ammetto con vergogna, ho cominciato a provare un interesse calante proprio in seguito alla spiacevole esperienza), per scampare qualsiasi pericolo optai di scendere con scatto felino alla prima fermata disponibile un attimo prima che le porte del tram si richiudessero.

Perciò gli appartenenti alla cosiddetta “androsfera” dovrebbe forse rivedere il concetto di ego boost ormai assimilato, quasi a guisa di “dogma”, attraverso l’insistenza con cui è stato proposto dai cosiddetti MGTOW (fondamentalmente il corrispettivo maschile del femminismo “separatista”). Immaginare che una donna possa utilizzare qualsiasi social o app di incontri come lo specchio della Regina in una versione della fiaba senza Biancaneve, è piuttosto ingenuo. Pensiamo solo alla quantità di tempo e denaro che una donna investe per “farsi bella” e al modo in cui quest’aura posticcia venga squarciata da un uomo brutto che abbia avuto l’ardire di considerarla alla propria portata.

Da tale prospettiva non può non risultare ridicolo l’invito a non provarci nemmeno per non egoboostare le donne.  Non perché non esistano motivi per “lasciar perdere”, a partire dalla paranoia sulle micro-aggressioni fino all’inevitabile calo di autostima (questo, reale) che comporta il mettersi continuamente in gioco senza alcuna possibilità di successo; ma perché la possibilità che l’attenzione di un brutto faccia loro piacere non rientra affatto tra le ragioni valide per farsi da parte. D’altro canto, come suggerisce un intelligentissimo commentatore incel (FACEandLMS, ma prima o poi verrà prevedibilmente censurato), nel campo della seduzione il modo migliore per acquisire un minimo di consapevolezza sul proprio “valore sessuale di mercato” è proprio quello di provarci a destra e manca (ovviamente in modo discreto, ispirandosi a maestri di stile come il sottoscritto) finché se ne ha la possibilità.

3 commenti su “Egoboostaggio: perché le attenzioni dei brutti non aumentano l’autostima di una donna

  1. “Da tale prospettiva non può risultare ridicolo l’invito a non provarci nemmeno per non egoboostare le donne.”
    Manca un “non”, sbaglio?

  2. Condivido in pieno.
    L’idea secondo la quale il “valore delle donne” calerebbe per mezzo di un calo di attenzioni da parte dell’utenza maschile, è risibile.
    E’ come sostenere che per produrre un abbassamento del prezzo bisogna incidere sulla domanda: è esattamente il contrario, il prezzo è la variabile indipendente, la domanda è la variabile dipendente.
    A parte la fallacia logica della premessa, c’è poi la considerazione che è impossibile pretendere questa uniformità di comportamento da parte degli uomini.
    E anche se la si ottenesse, ciò non cambierebbe nulla; impedire agli uomini di provarci con le donne non determinerebbe che le stesse manifestino in maniera diversa le proprie preferenze. E ciò in ragione del fatto che non si agirebbe sulla possibilità delle stesse (l’azione delle preferenze), che rimarrebbe immutata.

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