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Barbie è un involontario elogio del patriarcato come forma suprema di civilizzazione

Riprendiamo l’ipotesi, formulata da importanti storici americani, che il film Barbie appena uscito nelle sale (girato dalla regista Greta Gerwig e con protagonisti Margot Robbie e Ryan Gosling) rappresenti l’invasione indoeuropea che pose fine al matriarcato neolitico. La questione merita sicuramente un’analisi più approfondita, che di seguito tenteremo di imbastire.

La pellicola si apre con un’importante citazione, seppure in forma di parodia, da 2001: Odissea nello spazio, precisamente la sequenza denominata “L’alba dell’uomo”, la quale istituisce ipso facto un collegamento ideale tra le cosiddette “veneri preistoriche” e tutti gli altri feticci su cui le femmine nel corso della storia dell’umanità hanno proiettato i propri paradigmi di bellezza e perfezione. Il culmine di questo percorso è ovviamente simboleggiato da Barbie, Venere “metastorica” che nel film governa una delle forme di governo più disumanizzanti che la nostra specie potrebbe mai immaginare: il matriarcato.

Anche se dalla prospettiva degli sceneggiatori il matriarcato di Barbieland dovrebbe essere solo un tipo di organizzazione sociale in cui “comandano le donne” (requisito in virtù del quale, secondo le fantasie di cui si nutre l’ideologia femminista, il potere diventerebbe automaticamente giusto, egualitario e non coercitivo), in verità esso rivela, in modo involontario, le caratteristiche che hanno poi costretto gli uomini a “inventare” il patriarcato.

Seppur in versione caricaturale e fanciullesca, Barbieland tradisce la vera essenza di ogni sistema matriarcale: il motto delle bambole è ogni giorno è bellissimo, perché ogni serata è una “serata tra donne” (“ogni sera per sempre”) e non esiste né passato né futuro, ma solo un eterno presente in cui bisogna assolutamente vietarsi di pensare alla morte (non appena la Barbie protagonista lo farà, aprirà un portale tra Barbieland e il “mondo reale”).

Non è un caso che tutti gli esseri umani siano delle “Barbie” o dei “Ken” (e che questi peraltro esistano solo in funzione delle prime: “Per Ken è un grande giorno solo se Barbie lo vuole”), perché in Barbieland non esiste storia individuale (e di conseguenza nemmeno collettiva, intesa dalla prospettiva dell’ominizzazione). Barbieland sotto certi aspetti delinea in modo pressoché perfetto l’orda arcaica dominata dalle matriarche descritta da Nicolás Gómez Dávila (sulla scorta del Bachofen) in uno dei suoi escolios, ovvero un ambiente “sessualizzato e collettivista” che verrà soppiantato dal jinete, l’uomo a cavallo (il punto è essenziale), il quale fonda una società individualista e guerriera sempre però a rischio di ritornare alla propria “viscosa matrice primitiva”.

Barbieland è la zona grigia della storia dove la matrilinearità corrisponde più all’assenza di un Padre, che non alla presenza di una Madre. I “Ken”, quando non venivano abortiti per necessità, capriccio o fato, erano abbandonati al loro destino e crescevano in branchi senza alcuna coscienza di sé, devoti esclusivamente all’arbitrio delle Grandi Madri. Essi cominciarono ad avere una storia nel momento stesso in cui gli venne imposto, per l’appunto, un nome: tramite la semplice (ma rivoluzionaria) istituzione di patronimici e cognomina, il patriarcato obbligò l’uomo a distinguersi dall’0rda, la famiglia a emergere dalla tribù, la Legge a imporsi sul dispotismo senza volto delle “Veneri”.

Questo è precisamente il percorso che fa Ken (impersonato dal sempre superbo Ryan Gosling) nel momento in cui decide di seguire Barbie nel mondo reale. Si noti, en passant, che la “crisi” del matriarcato parte dalle donne in quanto incapaci di rispettare i modelli che esse stesse, per motivi biologici e culturali, si sono imposte, proprio per l’impossibilità di potersi elevare al di sopra della “nuda vita” e contemplare obiettivi più alti oltre la mera sopravvivenza.

Al contrario di Barbie, una volta sfuggito dal reame delle bambole, Ken è entusiasta del mondo reale: si mette a esplorare l’ambiente circostante, fa amicizia con gli altri uomini e addirittura corre in biblioteca a cercare “libri sui furgoni” (lui che partiva dal presupposto che “pensare è noioso”). In particolare resta ammirato dal connubio tra uomo e cavallo che può osservare al cospetto di due poliziotti e di una statua di Davy Crockett, e si convince (in modo storicamente accurato) che il sistema patriarcale sia quella cosa “dove uomini e cavalli controllano tutto”.

Purtroppo Ken non riesce a inserirsi nel mondo reale in quanto quest’ultimo conserva solo alcune vestigia del patriarcato (per esempio non esistono “quote azzurre” per i maschi in nessun settore, servono invece titoli di studio e raccomandazioni) e dunque decide di “trovare un posto da dove iniziare il patriarcato dal principio”: Barbieland, naturalmente.

Il Prometeo indoeuropeo ritorna perciò nel regno della Dea Madre e impone la nuova tecnologia culturale che è riuscito a portare dal mondo reale. In un batter d’occhio le Barbie si mettono a servire birra ai Ken e gli uomini finalmente governano in base alla convinzione che “i cavalli sono un’estensione degli uomini”. L’insostenibile sistema basato sull’empatia, le emozioni e i sentimenti di Barbieland viene rimpiazzato da Kendom, dove gli uomini istituiscono la religione, il diritto e un premio Nobel per i Cavalli.

Se Barbie si fosse concluso così, sarebbe stato probabilmente l’affresco storico più riuscito dell’epopea patriarcale: ma è chiaro che Hollywood, seppur in modo sempre più confuso e demenziale, deve sempre proporre un “lieto fine” femminista, che in questo caso si esprime nella congiura delle Barbie per scatenare invidie tra i Ken e condurli alla guerra civile allo scopo di ripristinare il loro dominio (anche qui, gli sceneggiatori si saranno resi conto di aver dipinto le donne come infingarde e meschine?).

I Ken tuttavia, invece di sterminarsi a vicenda, decidono di “duellare” tramite un’esibizione di ballo e poi di raggiungere un accordo con le donne, sobillate dalla cosiddetta Weird Barbie (interpretata dalla comica lesbica Kate McKinnon) per la spartizione del potere: nelle scene finali emergono, in maniera tanto ossessiva quanto imbarazzante, le paranoie femministoidi riguardanti la recente decisione della Corte Suprema americana di abrogare la tutela costituzionale dell’aborto.

La conclusione è ancor più illogica, ai limiti dell’incomprensibile: il fantasma dell’inventrice di Barbie, Ruth Handler, concede alla sua “bambola” il dono di diventare reale tramite il conferimento di… una vagina (questa ed altri tipi di allusioni sessuali più che esplicite rendono il prodotto obiettivamente inadatto ai bambini), e la “burattina” divenuta donna può finalmente… andare dal ginecologico indossando delle comode ciabatte. Che poi probabilmente è l’unica cosa che le donne davvero chiedono dalla vita, ma forse pure qui gli sceneggiatori non hanno ragionato abbastanza sulle implicazioni delle loro “trovate”. Comunque, per chiuderla qui, qualora opportunamente censurato, Barbie potrebbe risultare uno degli affreschi più onesti sul trionfo del patriarcato.

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