Bioleninismo contro biofascismo: e tu da che parti stai?

Spandrell (conosciuti anche come Bloody Shovel) è un anonimo commentatore anglofono (probabilmente di origine francese) che si è ritagliato la sua nicchia nell’alt-right sia per le sue posizioni filocinesi (sui generis nell’area, anche se a ben vedere nemmeno così tanto) sia soprattutto per l’elaborazione del concetto di “bioleninismo”, etichetta con cui ha identificato un fenomeno di cui il nostro Augusto Del Noce aveva già discusso oltre quarant’anni fa: il passaggio del marxismo dalla lotta di classe a quella per le “minoranze”.

Come scrive l’anonimo guru in uno dei post che riassumono meglio la sua “ideologia”,

“Dopo la Seconda guerra mondiale, la sinistra occidentale si è resa conto che il modello oppresso/oppressore funziona meglio con i gruppi biologicamente svantaggiati che con la semplice classe sociale. Ecco quindi il bioleninismo. L’operaio, nonostante gli sforzi per inquadrarlo nel socialismo, può dopotutto diventare un manager, o mettersi in proprio e perdere tutta la passione per la causa. Sono cose che capitano. Un guaio per i politici di sinistra, che vorrebbero i subalterni sempre leali, anche quando una classe smette di sentirsi sottomessa. Tuttavia, se un individuo può cambiare classe (almeno nelle moderne società occidentali), non può cambiare la propria biologia. L’appartenente a qualche minoranza etnica, il sessualmente deviato, il malato di mente, la gattara obesa, costoro saranno sempre esseri di basso rango, si sentiranno sempre oppressi. E la loro lealtà sarà sempre garantita”.

Tale concezione parte dal presupposto che esista una “gerarchia biologica” e che dunque è legge naturale che il più “forte” debba regnare: una prospettiva estranea al Del Noce, che eventualmente avrebbe potuto rifarsi a un blando ius naturale di matrice cattolica (il quale peraltro fu da lui sagacemente “criticizzato” quando si imbatté nella sua distorsione nelle versioni umanistico-liberali del marxismo).

Secondo Spandrell, in effetti, la Destra rappresenterebbe il “Partito della Normalità” e il suo unico scopo dovrebbe essere la conservazione del “normale ciclo biologico di riproduzione”.  Se quello di sinistra è bioleninismo, allora in tal caso dovremmo forse parlare di biofascismo? Sì e no, perché comunque la formula è di derivazione foucaultiana e nella filosofia politica contemporanea dovrebbe assumere un significato ben diverso da quello di “difesa del diritto naturale” che invece sembra solleticare il palato della nuova sinistra dis-umanista. Per certi versi la formula “biofascismo” dovrebbe limitarsi a segnalare un ulteriore irrigidimento autoritario della biopolitica: ma dato che con la cosiddetta “pandemia” tale risvolto ha riguardato perlopiù la sinistra di governo, si capisce ora il giochetto di far passare per “biofascismo” cose come provare attrazione per il sesso opposto, fare la pipì in piedi oppure utilizzare le posate, la carta igienica, il sapone ecc.

Senza voler cedere alla sensazione del delirio trans-post-umano fintamente progressista ed egualitario (che in realtà cova le stesse contraddizioni della proposta teorica dello Spandrell, perché in fondo il tradimento di “classe” vale anche dal punto di vista biologico, nel senso che la “gattara obesa” potrebbe benissimo rivolgersi a dietologi e chirurghi estetici, così come l’omosessuale a uno psicologo allievo di Frank Caprio o Joseph Nicolosi, nonché l’appartenente alle minoranze etniche farsi una scorta di creme sbiancanti come accade “dai Caraibi all’estremo oriente e a sud fino ai paesi africani”), dicevo, senza voler cadere nel tranello, non per questo, da destra, possiamo accettare la feticizzazione del biologico e del naturale, ovvero l’idea dell’uomo come “animale che ce l’ha fatta” (si veda, in tal senso, la nostra critica ad Armando Plebe e a tutta una “certa idea della destra”)

La destra è un po’ troppo puttana

Del resto, tale atteggiamento conduce a illudersi che l’essere umano sia naturaliter di destra e che di conseguenza nel migliore dei mondi possibili la destra nemmeno dovrebbe esistere; mentalità che lo stesso Spandrell stigmatizza in uno dei “pensatori” più in voga nel mainstream conservatore americano, il conduttore televisivo Tucker Carlson:

«L’idea dei conservatori “cucchi” [cuckservatives] sembra essere che la sconfitta della destra nella “guerra culturale” sia dovuta a una sorta di “follia” indotta da demoni, e che attraverso le esortazioni alla calma degli ottimati repubblicani (tra i quali Tucker Carlson) torneremo agli anni ’50 come se niente fosse accaduto. Come infatti sostiene Carlson: “Quando lotti per un principio e sei fermamente convinto di avere ragione […] non hai bisogno di arrabbiarti […], puoi ridacchiare e resistere di fronte a tutti gli insulti, difendere ciò che pensi sia vero, se lo credi davvero. Se lo facessero tutti, questo schifo finirebbe domani”. No, Tucker, mi dispiace ma non è così che funziona. Le follie sinistroidi non sono un “segno” di alcunché, sono solo la conseguenza logica della Culture War, che la sinistra ha vinto completamente, e ora è impegnata in operazioni di riassestamento, dandosi alle follie ideologiche solo per gongolare, per mostrare il potere raggiunto».

Per l’appunto: la legge naturale non basta. Oppure sì, ma solo nel momento in cui essa viene fatta rispettare nella maniera più “artificiale” possibile. Perciò, anche l’obiettivo della società umana stabilito dall’anonimo destrorso (“avere un normale ciclo biologico di riproduzione”) non ha nulla di “normale” o “naturale” se deve essere ricalibrato a ogni generazione. Forse è proprio questo uno dei motivi per cui la destra sulla lunga distanza non vince mai, e se lo fa poi non riesce però a realizzare alcunché: l’illusione che essa stia semplicemente facendo il “lavoro sporco” per conto della Natura (o per qualche altro riferimento paradigmatico).

Rendersi conto che non c’è nulla di naturale quando si parla di umano è sicuramente tragico dal punto di vista non solo intellettuale, ma anche morale. Eppure se non si arriva finalmente a patti con l’idea che cose come la monogamia, la fertilità, l’istinto materno ecc… siano “tecnologie culturali” che l’essere umano ha dovuto letteralmente inventare e imporre a se stesso pena l’estinzione (anche in senso spirituale, non solo materiale), il pensiero di destra continuerà a essere fallace e contraddittorio.

Prendiamo ancora Spandrell, che (colgo fior da fiore) discutendo di legalizzazione delle droghe leggere, fa un esempio decisamente singolare:

“Gli esseri umani nelle società agricole hanno sviluppato adattamenti genetici per digerire l’alcol, mentre quelle non stanziali non l’hanno fatto. Questo non significa che le persone abbiano sviluppato un lento adattamento bevendo allegramente del vino. No, ciò significa che ogni singolo ubriacone in Francia o in Italia che non poteva sopportare l’alcol moriva, mentre i pochi (all’inizio pochissimi) che non erano diventati dipendenti erano in grado di sopravvivere e passare tale adattamento ai discendenti. Non ho idea di quale percentuale della popolazione dei primi agricoltori dell’Europa meridionale sia dovuta morire affinché si diffondesse un adattamento al vino, ma dato il modo in cui gli amerindi reggono l’alcol, potrebbe essere stato nell’ordine dell’80%. La legalizzazione delle droghe farebbe ripartire questo processo. Certo, alcune persone potrebbero sballarsi con coca o metanfetamina ed essere comunque produttive. Ma la stragrande maggioranza no. Se legalizzassimo la coca e la metanfetamina, praticamente uccideremmo l’80% della popolazione che diventerebbe dipendente e andrebbe perduta.”.

Qui è lo stesso Spandrell a svelare il meccanismo del “buon tempo antico”: siccome una cosa esiste “da sempre”, cioè da così tanto tempo che la sua origine è stata dimenticata, allora essa è naturale e va tramandata per le generazioni. Ma dalla prospettiva della Destra della Normalità, la difesa dell’alcol come “droga tradizionale” potrebbe portare a credere che l’uomo si sia adattato al vino proprio perché la coltivazione dell’uva sarebbe più “naturale” di quella della coca o della canapa.

Il ragionamento si estende poi a tutto il resto (eterosessualità, monogamia etc). Inutile però tirarla in lungo, perché il discorso si è capito. Se sulla breve distanza è ovviamente preferibile essere biofascisti che bioleninisti (per il celebro motto “Meglio f******a che f****o”), al punto in cui siamo giunti, in cui la destra può solo sperare di vincere approfittando dei passi falsi della sinistra, sarebbe necessario un ripensamento, per quanto radicale e doloroso esso possa rivelarsi.

2 commenti su “Bioleninismo contro biofascismo: e tu da che parti stai?

  1. Estremamente interessante il ragionamento in merito all’origine artificiale (diciamo sociale) di alcuni aspetti genetici oggigiorno considerati naturali. Mi ricorda alcuni passaggi dell’ottimo libro “Una scomoda eredità. La storia umana tra razza e genetica” di Nicholas Wade (ed. italiana Le Scienze, 2015), dove si nota come le leggi umane siano state in grado di plasmare, nell’arco di pochi secoli, anche caratteristiche genetiche.

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