Cao de’ Ano: la Russia invade l’Ucraina, gli ucraini invadono il Veneto

In questi giorni le massime istituzioni venete sembrano aver sostituito al virus cinese una nuova febbre, quella ucraina: assessori, imprenditori, preti e gente comune paiono tutti galvanizzati dalla nuova “emergenza profughi” causata dalla “follia criminale all’ennesima potenza” di Vladimir Putin. Quest’ultima sparata è di Luca Zaia, il governatore più votato d’Italia (almeno fino alle ultime elezioni), che in coincidenza col famoso Cao de’ Ano (il capodanno more veneto) pare aver perso completamente la testa per Kiev.

A suo parere infatti, i veneti dovrebbero “aprire le porte di casa ai profughi ucraini”: «Chi ha una casa spaziosa, chi ha un appartamento per le vacanze al mare o in collina, potrebbe accogliere qualcuno anche perché parliamo essenzialmente di donne e bambini». Zaia recepisce con entusiasmo anche l’introduzione di sanzioni contro Mosca, nonostante causeranno il fallimento di molte imprese venete: esse, nella sua serenissima visione, “saranno un contributo da parte nostra, un sacrificio, dato che il territorio ha molti scambi commerciali con la Russia. E faremo ogni sforzo necessario. Pensiamo al gas: se servirà, chiederemo di consumare meno”.

Stendiamo un velo pietoso su un politico (nonché un intero partito) che se la parola coerenza avesse ancora un senso dovrebbe farsi da parte oggi stesso. Notiamo tuttavia che molti “patrioti” ucraini non hanno aspettato alcun permesso per venire in Italia: sono scappati alla prima occasione e ora sono qua, ospitati in sacrestie e agriturismi, mentre si scambiano su Whatsapp video di altri ucraini che -per citare un “patriota” appena arrivato- “salutano con bombe, proiettili e molotov” i soldati russi (sempre, naturalmente, in nome della pace). Il Bel Paese ne aspetta minimo mezzo milione, ma a quanto pare il Veneto, o per meglio dire i vertici della regione, hanno l’intenzione di trasformare la Serenissima in una “Lampedusa” mitteleuropea.

L’unica certezza, al momento, è che la metamorfosi da covidioti a kievidioti non è breve: le autorità sanitarie regionali sono già in subbuglio, e mentre c’è qualche direttore di Ulss che fa il passo più lungo della gamba chiedendo la vaccinazione forzata dei profughi, l’assessore alla Salute invoca un “riconoscimento governativo” per il tanto bistrattato Sputnik. In pratica, dopo un’estate passata a boicottare il settore turistico nostrano in nome di Pfizer e Moderna, dirottando i viaggiatori (paganti) dell’Est verso le isole greche e i Balcani, ecco che una nuova isteria consente su due piedi di derogare l’inderogabile.

Del resto se ai profughi ucraini (i quali vengono da un popolo vaccinato solo per il 35%, per giunta con un siero non riconosciuto dalla Ue) venisse riservato lo stesso trattamento dei non vaccinati italiani, essi non solo non potrebbero entrare in una sede comunale per ottenere i documenti per lo status di rifugiato, ma verrebbero messi alla porta persino alla Caritas! In compenso, il clima da emergenza perenne, almeno in Veneto, può avvalersi di una qualche continuità a livello di strutture: alludiamo al fatto che cinque ospedali dismessi riattivati un anno fa dalla Protezione civile per l’emergenza Covid (a Monselice, Noale, Valdobbiadene, Zevio e Isola della Scala) sono stati immediatamente convertiti da Zaia a centri profughi.

Una magra consolazione, questa “osmosi” tra dittature che permette se non altro di non sprecare schei, soprattutto se osservata dalla prospettiva della eccezionalità come unico paradigma per la gestione di ogni aspetto della vita degli italiani: non sarà sfuggita l’ennesima proroga dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2022, stavolta, a detta dello stesso governo, “per assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale”. E così un’emergenza insegue l’altra e ad essa si intreccia; non possono quindi che inquietare i calorosi inviti di Zaia a cedere le seconde case ai patrioti ucraini, considerando che il nuovo decreto prevede l’incremento di posti di accoglienza lasciando, in nome della “semplificazione” e della “straordinarietà”, ancor più ampio margine di manovra ai prefetti.

Non bisognerebbe sottovalutare neanche il fanatismo pro-Kiev del partito che fino a pochi mesi fa era il più russofilo d’Italia: l’ambiguità dei vertici, a partire da Salvini (piscis primum a capite foetet), che con una chutzpah indescrivibile negano persino di aver stretto una alleanza con “Russia Unita” di Putin nel 2017 (perché, come sostiene un deputato, “quell’accordo lo siglò la Lega Nord, non l’attuale Lega per Salvini premier che le è succeduta”), fa pensare di aver di fronte individui poco lucidi, capaci di ogni sorta di nefandezze.

D’altro canto, il nuovo corso “immigrazionistico” da parte dell’ex Ministro “zero sbarchi” è la prova lampante della follia che sta pervadendo la destra italiana (anche se l’unico “pazzo” in tale contesto rimane ovviamente Putin). Eppure il sindaco di Treviso, tra le righe, ha già fatto capire che i nuovi rifugiati non potranno essere collocati negli stessi spazi di quei rifugiati che a Salvini non piacciono, e ciò vale sia se si crede alla propaganda del “fuggono solo donne e bambini” (immaginate dieci bionde in una caserma attorniate da duecento subsahariani) sia se si vede la realtà così com’è, e cioè che numerosi riservisti ucraini stanno disertando come degli eritrei qualsiasi, rendendo complicata la loro convivenza con altri “fratelli migranti”.

In conclusione, credo che a questo punto qualche campanello d’allarme dovrà pur attivarsi nella mente di quei leghisti veneti che, al pari di lombardi e friuliani, dopo aver accettato il “turbovaccinismo” ora vengono invitati a piegarsi anche al “turboucrainismo”. A meno che non sia sempre valido il detto Quos deus perdere vult, dementat prius: in tal caso, una delle regioni più prospere d’Italia farà da apripista a una nuova fase emergenziale, già fomentata dai giornaloni che pubblicano a tutto spiano lettere di anonime damazze vogliose di ospitare nelle loro case “pullman (sic) pieni di mamme, bambini e nonne” (oggi sul Corriere). Chissà che non verrà infine istituito un Green Pass ad hoc basato sui “punti accoglienza”: a ben pensarci, forse il passo da covidiota a kievidiota non è poi così lungo…

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