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Carl Schmitt e il liberalismo come romanticismo politico

Uno dei temi più trascurati di quel periodo altrettanto trascurato della storia italiana che va sotto il nome di era giolittiana (il quale, forse anche per provincialismo, è sempre stato considerato come un “tinello del fascismo” di fronte alla ben più tragica e tenebrosa “anticamera” weimariana), è la segreta simbiosi che intrattennero liberali e fascisti nell’opposizione al primo governo timidamente riformista della nazione.

Ancora oggi è difficile comprendere chi fu la “coda” e chi il “cane”: se le sobrie polemiche dei tecnocrati ante litteram oppure la veemenza teorica e pratica della avanguardie intellettuali e politiche che fiorirono all’inizio del nuovo secolo. Per ricordare quale fosse il panorama culturale italiano d’allora, possiamo citare alcune delle riviste attorno alle quali si raggrupparono le fazioni anti-giolittiane: il “Leonardo” (1903-1907), “Lacerba” (1913-1915) e “La Voce” (1908-1916) animate dalle correnti facenti capo a Papini e Prezzolini, il foglio dannunziano “Hermes” (1904-1906) di Giuseppe Antonio Borgese (“idealista in filosofia, aristocratico in arte, individualista nella vita”), il “Regno” (1903-1906) di Enrico Corradini (“una voce contro l’ignobile socialismo”) e il “Marzocco” (1896-1932) di Angiolo Orvieto, forse la più “moderata” in questa teoria di nichilismo, bellicismo e irrazionalismo.

Si potrebbe dire che tale forma rumorosa e militante di anti-giolittismo sia l’unica davvero “passata alla storia”; ne esiste tuttavia -come ricordavamo- anche un’altra, che esercitò una pressione altrettanto tenace, ma in modo più sottile e sommesso. Mentre Giolitti si batteva per le sue politiche di cauto riformismo contro le superstizioni economiche che già all’epoca monopolizzavano il discorso pubblico (ricordiamo una delle tante lungimiranti osservazioni che lo statista profferì alla Camera il 4 febbraio 1901: «Noi lodiamo come una gran cosa la frugalità eccessiva dei nostri contadini; anche questa lode è un pregiudizio. Chi non consuma, credetelo pure, non produce!»), i liberali si richiamavano appunto alla “frugalità” come virtù essenziale di una nazione povera quale l’Italia, che non poteva permettersi di sottrarre alcun capitale all’imperativo della produzione.

È l’affinità elettiva tra i due tipi di opposizione che oggi ancora sfugge: si è trattata solo di una convergenza parallela, oppure fascismo e liberalismo rappresentarono (e rappresentano ancora) due ganasce della stessa tenaglia? Sono note da tempo (nonostante si sia sempre tentato di occultarle) le tendenze autoritarie degli esponenti della cosiddetta “Scuola austriaca” di ieri e di oggi, da Von Mises che nel suo “manifesto” Liberalism (1927) affermò apertis verbis che “i meriti che il fascismo ha guadagnato alla sua causa vivranno in eterno nella storia”, al von Hayek che auspicava un “dittatore liberale” contro le tendenze egualitarie e democratiche, fino all’exploit del più recente Hans-Hermann Hoppe, che sollecita con disinvoltura la “rimozione fisica” di “edonisti, parassiti, ambientalisti, omosessuali e comunisti” per la realizzazione del libertarian order.

Recentemente “L’Intellettuale Dissidente” ha pubblicato un articolo degno di nota sul “cuore liberista” del regime fascista (A. Marconi, Mussolini, servo del capitale?, 4 giugno 2018), nel quale si riconosce che almeno dal punto di vista ideologico un Benito Mussolini potesse permettersi la “retorica sacrificale” in nome del pareggio di bilancio più che non un Luigi Einaudi. Forse è questo il punto cruciale della questione; ma per affrontarlo dobbiamo rifarci a un testo giovanile di Carl Schmitt, Politische Romantik (1919), nel quale il politologo attribuì la definizione di “romanticismo politico” non al pensiero controrivoluzionario né a qualsiasi ideologia conservatrice, ma proprio al liberalismo, inteso come una individualità modellata su un soggetto lirico-poetico che mobilita le masse in un rapporto puramente estetico e sentimentale col mondo. In tal senso l’unico principio a cui il liberalismo si manterrebbe fedele sarebbe la possibilità di sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e storiche in nome della dicotomia tra causa (inteso come principio razionalistico di causalità che contraddistingue la modernità) e occasio (il principio di possibilità che colloca idealmente il momento della “decisione” in qualsiasi istante dell’agire politico).

Col senno di poi, non sembra disonesto affermare che l’occasione del liberalismo alla fin fine sia sempre sfociata in qualche forma di fascismo, proprio in base alla sua natura romantica, che ancora oggi si nasconde dietro le maschere della tecnocrazia, degli appelli alla “medicina amara” e del There Is No Alternative. Il momento del “sacrificio” viene sempre accollato al dittatore di turno, mentre i liberali continuano ostinatamente a promettere libertà, prosperità, felicità. L’unica differenza nel contesto odierno potrebbe forse essere rappresentata da una accentuazione della dimensione impolitica del liberalismo, che lo porta ad affidarsi ai “piloti automatici” e alle “parti giuste della storia” nella speranza di procrastinare all’infinito il momento della decisione. Eppure, per paradosso, anche questo minuzioso esperimento di ingegneria sociale si concretizza definitivamente nel piccolo borghese impoverito e scontento, ma ben marinato nella zuppetta del ricatto psicologico e della propaganda, che si rivolta contro il suffragio universale e rivendica la propria “aristocrazia morale” perlopiù in nome della stabilità finanziaria (inconsciamente dissimulata come antifascismo, civismo, europeismo o puro e semplice perbenismo).

L’alta finanza non sembra però del tutto consapevole di questa “brutta china”, specialmente quando si colora di rosa e arcobaleno fingendo di dimenticare che al momento opportuno dovrà adottare ben altre tinte, quando prevedibilmente l’elettorato si farà prendere dalla “sindrome del piromane” e rigetterà la servitù volontaria al capitale perpetrata attraverso la propaganda e la suggestione (i “vincoli d’amore” di bruniana memoria). A quel punto si capirà se per i liberali è sempre agevole giocare al “marciare divisi e colpire uniti”, oppure se nascerà finalmente una forma di decisionismo plebeo che riporti l’economia nell’alveo che gli spetta (un destino peraltro imposto dal suo stesso etimo).

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