“Chthulucene” di Donna Haraway: il femminismo contemporaneo tra piccioni, uncinetto e creature ctonie piene di tentacoli

Non riesco ancora a capacitarmi che quella boiata sesquipedale che va sotto il nome di Chthulucene, un centone tecno-trans-post-femminista stilato da Donna Haraway e tradotto dalla casa editrice legata al famigerato portale Not-Nero-come-si-chiama (quello che ogni tanto scrive la parola “incel” in verde fluo, per intenderci), abbia ricevuto praticamente solo recensioni positive. Ma qualcuno l’ha letto veramente, oppure come con i libri di Greta alla fine sono io l’unico stronxo ad averlo fatto?

Si tratta di una delle opere più ridicole e deliranti (a tratti anche disgustosa) in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi (e ho letto persino il pamphlet di Pippo Civati dedicato a Greta, sempre per restare in tema). Per dirvela in due parole: la signorina cosa, Haraway, sogna un’era di umani ibridati geneticamente con farfalle e anguille che lottano assieme a comunità di indios assortiti per “ridurre drasticamente la presenza degli esseri umani sulla terra”.

Questo sarebbe il famigerato Chthulucene del titolo: però siccome citare Lovecraft sarebbe stato troppo etero e figo, “Donna” (si fa per dire) tira fuori dal cilindro verde fluo una etimologia farlocca, khthon-kainos, in modo da evitare anche solo di nominare il Maestro di Providence, che naturalmente è solo un maschio bianco etero morto e deve sparire dai libri di storia. Quindi l’era di Cthulhu non c’entra nulla con Cthulhu, ma è un pippone colossale su una sorta di “utopia ctonia” all’insegna del compost, nuova trans-umanità fatta di ibridi tra specie diverse che si accoppiano gli uni con gli altri.

Veniamo perciò ai fantasmagorici progetti di ingegneria genetica “equosolidale” della Haraway: una volta superato lo squallido e “cisessuale” Antropocene, il pianeta terra nei progetti transumanisti dell’Autrice dovrebbe popolarsi di creature “piene di tentacoli, antenne, dita, cavi, code a frusta, zampe da ragno e chiome arruffate”. Ma che è, il Necronomicon delle gattare? E la Digos che si lamentava di Svart Jugend. Basta.

Mi dispiace, non ci arrivo. Non capisco come questa roba possa rappresentare da qualsiasi prospettiva una proposta non dico politica, ma anche solo letteraria o culturale. Perché anche dal punto di vista strutturale il volume, con la scusa del “post-tutto”, non ha praticamente né capo né coda: trenta pagina introduttive dedicate al piccione, l’araba fenice del Chthulucene (peraltro le uniche minimamente comprensibili, dove vengono evocate addirittura le ricerche di B.F. Skinner tanto care al grande Simone Amicucci), poi un’altra fraccata di sproloqui a tema “Ursula K. Le Guin e Bruno Latour”, attraverso i quali, non sapendo né perché né percome, la Harrawy giunge a elaborare una definizione di Gaia quale insieme di

“accoppiamenti non lineari complessi tra processi che compongono e sostengono dei sotto-sistemi intrecciati ma non cumulativi per formare un insieme sistemico parzialmente coerente”.

Sì, è tutto così. La parte più cringe però, saltando a piè pari le vignette su Octopi Wall Street (quando la sinistra tenta di memare il risultato è solo il cringe: non possono accontentarsi di detenere l’egemonia culturale e il monopolio dei mezzi di comunicazione?),

sono le digressioni sulle virtù dell’uncinetto. Sì, nel manifesto trans-femminista del terzo millennio l’uncinetto è “mondeggiamento tra arte e scienza per vivere su un pianeta danneggiato”: nel linguaggio umano, la Haraway vuol probabilmente dire che fare la calzetta è divertente. L’ossessione per l’arte tessile si esprime attraverso il “gioco della matassa” (nodi marinari per passare il tempo), il Crochet Coral Reef (gattare da tutto il mondo che creano barriere coralline con materiali di riciclo) e gli studi della matematica lettone Daina Taimiņa sullo spazio iperbolico, sorti appunto dalla sua passione per i lavori all’uncinetto. E ci sono anche delle foto di tappeti navajo.

Direi che può bastare, vero? Ciliegina sulla torta è comunque il racconto finale, I Bambini del Compost, che narra la storia di Camille1-5, una bambina innestata con una farfalla monarca che passa la sua lunga esistenza (la vicenda è ambientata tra il 2025 e il 2045) a combattere per le comunità indigene-scientifiche-attiviste (sic) e a farsi innestare delle antenne di farfalla “tipo barba molecolare” sul mento. Io non

2 commenti su ““Chthulucene” di Donna Haraway: il femminismo contemporaneo tra piccioni, uncinetto e creature ctonie piene di tentacoli

  1. La migliore recensione letta su questo libro, che ho letto a causa del fatto che è stato acquistato dalla mia ragazza.

    Ps: lei non l’ha poi letto, e non riesce a pronunciare il titolo.

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