Come in un romanzo di Houellebecq

Non posso raccontarvi certi aneddoti personali, non tanto per privacy quanto per il rischio di braggare e alienarmi le residue simpatie della comunità incel, che è convinta mi trovi nel pieno di un processo di ascensione, quando invece mi sto perlopiù barcamenando tra incarnazioni della Dea Bianca. La blackpill purtroppo resta valida: si tratta solo di capire se sia possibile edificare un regime di vittimismo e ricatto psicologico per riuscire a ottenere almeno un po’ di ossitocina. L’amore temo sia da escludere da questa cosa, ad onta di qualche amico che si illude che cose del genere possano schiudere la “possibilità di una relazione più seria”: la verità è che da quando è entrato in scena il sesso, la mia vita è diventata un romanzo di Houellebecq. Potrei citarne uno a caso, ma colgo l’occasione per parlare di uno dei suoi apici, Le particelle elementari, del quale Bompiani ha da poco pubblicato un’edizione deluxe per festeggiare il novantesimo anniversario di attività in questo 2019 che volge al termine.

Qui dentro c’è tutto, anche troppo: alcune parti sono così dolosamente autobiografiche da rendere difficile una rilettura pacata. Houellebecq tuttavia sbaraglia persino il senno di poi, e nonostante siano passati oltre vent’anni di inceldom, social-liberismo, Breivik (evocato in fieri, ma nessuno lo vedeva), sdoganamento lepenista, edonismo ludico-libidico eccetera eccetera, la sua vox clamantis in deserto è più acuta che mai. Ne voglio però discutere solo dalla mia prospettiva, non perché sia egocentrico (è snervante tale accusa continuamente rivoltami da chi non riesce a distinguere proclami e toni oracolari da un’impietosa dissezione del proprio animo), ma perché dal punto di vista letterario-estetico c’è poco da dire: Houellebecq è tutta la tradizione francese e non esistono scrittori in Europa in grado di vantare una così alta fedeltà alle proprie lettere (l’America è un altro discorso). Come diceva Vercors: gli italiani hanno Dante, gli spagnoli Cervantes, gli inglesi Shakespeare, i tedeschi Goethe, i francesi… tutti. All’apparenza una tipica espressione di chauvinisme, questa considerazione è in realtà talmente problematica che persino i critici faticano a interpretarla in maniera positiva: l’immillazione del genio non pare una virtù, a una collettività che si attacca i simboli con lo stesso zelo con cui vorrebbe distruggerli.

Ci siamo concessi la digressione storico-culturale: ora parliamo di cose serie, cioè i ca**i miei. In primis, “le donne di destra non esistono, e quelle che esistono scopano solo con i paracadutisti”. Francamente, non so se confermare o meno: la questione crea ancora incresciosi paradossi (al di là del lepenismo in rosa), e si intreccia poi con un tema per me lancinante: l’attrazione che le donne provano per bulli, sociopatici e femminicidi. Quelle che si lamentano del machismo nella società e nel lavoro, delle molestie e delle micro-aggressioni sono quasi sempre le stesse che poi la tirano letteralmente in faccia agli “aguzzini”.

L’argomento, come detto, è molto “sentito” da queste parti, e il lato ridicolo è che si tratta probabilmente della più grande concessione ai diritti delle donne (anathema sit) che abbia mai fatto: non a caso a prenderla sono soprattutto i “femministi”, mentre qualche femminista (cioè femmina o presunta tale) addirittura ci arriva (mirabile visu).

Si capisce comunque dove voglio arrivare: chi va coi “bulli”, sia di destra o meno, non ha diritto di lamentarsi di alcunché. Pure il povero Bruno infatti alla fine si decide a “conservare il proprio posizionamento sinistra umanista“. La storia della mia vita, praticamente: “Avrei potuto iscrivermi al Front National, ma a che pro mangiare choucroute con una banda di cretini?”. Il pamphlet in forma di romanzo di Houellebecq è stracolmo di questi “bei maschioni“, ma nella sua profonda sensibilità egli li colloca quasi tutti a “sinistra” (se io ho preso il discorso da “destra” è perché sono… “egocentrico”, v. supra): il “tipo forte e virile, quasi animalesco”, come il figlio di un hippy mansoniano che se ne fa due alla volta (“preferibilmente una bruna e una bionda”) e se lo fa succhiare da una dodicenne mentre guarda uno snuff movie nel quale trancia il pene di un malcapitato. Personaggio talmente realistico da meritarsi una contestualizzazione storico-sociologica:

“[I satanisti] erano, come il loro ispiratore Sade, dei materialisti assoluti, dei gaudenti alla ricerca di sensazioni nervose sempre più violente. […] La distruzione progressiva dei valori morali nel corso degli anni sessanta, settanta, ottanta e novanta era un processo logico e ineluttabile. Dopo aver esaurito i godimenti sessuali, era ovvio che gli individui liberati dai comuni vincoli morali si rivolgessero verso i ben più ampi godimenti della crudeltà. Sade aveva seguito un percorso analogo. In quel senso, i serial killer degli anni novanta erano i figli naturali degli hippy degli anni sessanta. […] Beatnik, hippy e assassini seriali si accomunavano nell’essere dei libertari integrali, nell’esaltazione dell’affermazione integrale dei diritti dell’individuo di fronte a tutte le norme sociali, a tutte le ipocrisie che secondo loro costituivano la morale, il sentimento, la giustizia e la pietà. In quel senso Charles Manson non era affatto una mostruosa deviazione dell’esperienza hippy, bensì il suo logico risultato”.

È in tale clima di violenza latente e materialismo ludico-libidico urlato e strombazzato su ogni fondale (a Milano, per citare una città a caso, durante queste feste gli autobus sfoggiano insegne luminose create appositamente per Netflix, mentre ormai non si fa più nemmeno caso alle maxi-pubblicità su monumenti e palazzi storici) che si svolgono le mie fantasmagoriche iniziazioni ai piaceri sconosciuti: “In quella dolcezza, in quel calore, era all’inizio del mondo”.

Tanti commentatori riconoscono nei due fratellastri de Le particelle elementari i primi caratteri incel della letteratura contemporanea (trascurando regolarmente -tra gli altri- il miserabile Raphaël Tisserand di Estensione del dominio della lotta): tutti orfani degli amori adolescenziali in un “universo lento e freddo con una cosa calda, che le donne hanno tra le gambe”, e che avrebbe “il potere di cancellare le umiliazioni e la tristezza”, ma che rimane inaccessibile nei frangenti cruciali della propria evoluzione personale. Alla fine il momento giunge anche per loro, ma è più una via crucis che una liberazione (Houellebecq non è però un chansonnier e non crede nell’intrinseca tragicità dei sentimenti: anche in questo romanzo c’è spazio per il vero amore in una società ordinata e conservatrice, oppure nella creazione di una nuova specie ultra-umana).

L’eccezionalità delle occasioni sessuali per un incel non dipende solamente dalla sua condizione, ma anche dal modello sessuale proposto dalla società liberale, quello dell’avventura:

“All’interno di tale sistema, desiderio e piacere si manifestavano al termine di un processo di seduzione, centrato sulla novità, la passione e la creatività individuale (caratteristiche altresì cruciali per gli impiegati, nell’ambito della loro vita professionale). L’appiattimento dei criteri di seduzione intellettuali e morali a vantaggio dei criteri puramente fisici conduceva […] a un sistema leggermente diverso, che era possibile considerare come calco della cultura ufficiale: il sistema sadiano”.

Era la Francia fin de siècle (anzi fin de millénaire), pullulante ancora di erotismo sartriano (secondo John Huston, Sartre era “un barilotto d’uomo, brutto come il peccato: la faccia gonfia e butterata, i denti giallastri, gli occhi strabici”) ma che già mostrava segni di cedimento: oggi siamo arrivati alla farsa delle sapiosessuali, uno stadio per certi versi inedito rispetto a quello immaginato da Houellebecq, nel quale l’ultimo baluardo contro la deriva sadica diventa la foglia del fico del virtue signalling (cioè la donna non dice che va col “tipo forte e virile, quasi animalesco” perché è forte e virile e quasi animalesco, ma perché ha grande personalità e doti recondite e una segreta saggezza inafferrabile ai più).

La morale del racconto mi pare sia proprio questa: il cambiamento deve partire dalle donne, ma se esse non cambiano allora sarà la specie a doverlo fare. Magari non in senso huxleyano come lo intendeva -quasi per parodia- Houellebecq, ma almeno cessare questo incubo chiamato storia, questo “andamento caotico, destrutturato, irregolare” che non ci permette mai alla fine di emanciparci dalle nostre origini violente. Altrimenti procederemo così, per “avventure”, fino all’Ἀποκατάστασις πάντων.

Un commento su “Come in un romanzo di Houellebecq

  1. C’è sempre una sorta di delegittimazione della maggioranza delle femmine e della maggioranza dei maschi, ed una ipervalorizzazione della minoranza dei maschi e della maggioranza delle femmine, nel rispetto della redpill.
    Non và.

    Inoltre tal romanziere ha favorito la creazione di questo mondo scrivendone, il fantasticare ribalta e deforma.

    Per quanto riguarda il viver l’avventura la società liberale propone l’opposto dell’avventura, e proprio per questo essa viene cercata tenacemente.

    Suppongo.

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