“Come rabbino capo non posso più tacere sulle sofferenze degli uiguri”

As chief rabbi, I can no longer remain silent
about the plight of the Uighurs
(Ephraim Mirvis, Guardian, 15 dicembre 2020)

In Cina vengono perpetrate impenetrabili atrocità di massa: la responsabilità di fare qualcosa è di tutti noi. Così Ephraim Mirvis, rabbino capo delle Congregazioni Ebraiche Unite del Commonwealth, sul “Guardian”.

Recentemente ho avuto il privilegio di parlare con Rahima Mahmut, straordinaria attivista uigura che abita a Londra. Mi ha raccontato che, pur essendo sempre rimasta in contatto con la sua famiglia in Cina, col passare del tempo i suoi cari hanno smesso persino di rispondere alle sue chiamate, per timore di eventuali ritorsioni.

All’inizio hanno smesso di usare i tradizionali saluti islamici (che sono proibiti dalle autorità cinesi) e alla fine hanno smesso del tutto di rispondere alle chiamate. Dopo aver tentato con insistenza di ricontattarli, un giorno Rahima si è sentita rispondere dal fartello con voce implorante: “Lasciaci nelle mani di Dio e lasceremo anche te nelle mani di Dio”. Sono passati ormai quasi quattro anni da quando Rahima ha sentito quelle agghiaccianti parole di commiato. Non ha modo di sapere cosa ne è stato della sua famiglia e vive nella costante paura delle conseguenze che potrebbero subire.

Elie Wiesel una volta disse: “Chi ascolta un testimone diventa un testimone”. Avendo anche sentito racconti simili da altri e riflettendo sul profondo dolore della persecuzione ebraica nel corso dei secoli, mi sento obbligato a parlare. Tale responsabilità è ancor più sentita in questa settimana di Hanukkah, quando ricordiamo i tentativi “di far dimenticare la fede ebraica e di impedire agli ebrei di mantenere le loro tradizioni”. Queste parole si riferiscono alla crudele oppressione degli ebrei avvenuta oltre duemila anni fa.

È possibile che, nel nostro mondo moderno e sofisticato, uomini e donne siano ancora perseguitati per la loro fede? Che le donne siano costrette ad abortire e vengano poi sterilizzate per evitare che rimangano ancora incinte? Che la reclusione forzata, la separazione dei bambini dai genitori e una cultura di intimidazione e paura siano diventate la norma?

Purtroppo le prove della persecuzione in atto nei confronti della minoranza musulmana uigura in Cina è schiacciante. Immagini satellitari, documenti trapelati e testimonianze di sopravvissuti vanno a formare un quadro tragico che riguarda oltre un milione di persone, per la maggior parte ancora ignorate dal mondo. Ho incontrato ricercatori e attivisti per scoprire se ci fosse qualche speranza di cambiamento. Ho scritto lettere e sollevato la questione con figure chiave. Dopo ogni incontro mi è rimasta la sensazione che un miglioramento della situazione fosse impossibile.

“Impossibile” è una parola che ho sentito spesso nel Sud Africa dell’apartheid negli anni ’60 e ’70. Mio padre, un rabbino, faceva visite pastorali ai prigionieri politici detenuti a Robben Island, dove era imprigionato Nelson Mandela. Mia madre era la preside dell’unico istituto di formazione per insegnanti di scuola materna nera del paese. Per così tanto tempo, qualsiasi idea di cambiamento è stata resa impossibile dal potere e dalla determinazione spietata delle autorità dell’apartheid. Eppure, alla fine, il cambiamento è giunto.

“Impossibile” fu la triste conclusione quando, durante il mio mandato come rabbino capo d’Irlanda negli anni ’80, mia moglie ed io partecipammo alle iniziative internazionali per gli ebrei sovietici. L’oppressione da parte della potente Unione Sovietica sembrava un’ingiustizia insormontabile. Sembrava impossibile che i manifestanti di tutto il mondo potessero cambiare le sorti di uomini e donne innocenti mandati nei campi di lavoro per il peccato di essere ebrei. Ma alla fine il cambiamento è giunto.

La scorsa settimana si è celebrato il 72° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948). Il 9 dicembre dello stesso anno è stata adottata anche la convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Entrambi i documenti, che sono tra i proclami legali e morali più importanti dell’umanità, rischiano di passare in secondo piano se non siamo preparati a seguirli alla lettera.

Le libertà di cui godiamo, insieme alla percezione che non possiamo farci nulla, spesso creano una cultura dell’apatia. Più volte la storia ci ha insegnato che è proprio questa apatia che permette all’odio di fiorire. Il Talmud insegna che: “Non siamo tenuti a completare il compito, ma nemmeno siamo liberi di desistere da esso”.

Da nessuna parte la verità di questa lezione è stata più evidente per me che nella reazione di persone perbene all’apartheid e all’Unione Sovietica. In qualche modo, con ogni titolo di giornale e con ogni nuovo alleato, ciò che una volta sembrava impossibile alla fine divenne inevitabile. Il cambiamento alla fine è giunto perché, nel tempo, la gente comune ha avuto la forza di parole, anche quando coloro che soffrivano erano di un’altra fede, a loro sconosciuta e vivevano dall’altra parte del mondo. È così che possiamo portare il cambiamento per i musulmani uiguri.

È chiaro che ci deve essere un’indagine urgente, indipendente e senza censura su ciò che sta accadendo. I responsabili devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni e agli uiguri in grado di fuggire deve essere offerto asilo. In parallelo a tali iniziative, ognuno di noi ha la responsabilità di agire.

Vi esorto dunque a scrivere al vostro parlamentare di riferimento. Scrivere alla stampa. Alle aziende che sfruttano il lavoro degli uiguri internati. Sui social media. Parlate ai vostri amici di ciò che sta accadendo e incoraggiateli a far lo stesso. Nessuno dica che la responsabilità è di qualcun altro.

In questo preciso momento viene perpetrata una impenetrabile atrocità di massa. Sebbene il compito sia grande, nessuno di noi è libero di desistere da esso. Come disse lo stesso Nelson Mandela: “Una cosa sembra impossibile finché non viene fatta”.

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