Consigli per trascorrere delle belle giornate di merda

La Confcommercio ha appena pubblica una lista di consigli per “trascorrere le giornate nonostante il coronavirus”: fare colazione, comprare un libro, approfittare dei saldi, andare dal parrucchiere, prendere giornali e riviste, programmare la prossima vacanza in agenzia, fare la spesa nei negozi sottocasa, prendere un aperitivo al bar, uscire a cena, mangiare un gelato prima di rientrare a casa. Milano non si ferma (#Milanononsiferma), Il commercio non si ferma (#Ilcommerciononsiferma).

Non credo riuscirei a trascorrere una giornata più deprimente: la questione è infatti che questi appelli vengono rivolti ai singoli, quando invece sappiamo che fare certe attività da soli è una infinita rottura di coglioni. Parlo degli uomini naturalmente, anche se una coraggiosissima inchiesta femminista (Quanto costa essere donna?) ha appena scoperto che

“l’esistenza di un numero decisamente maggiore di oggetti specificatamente femminili rispetto a quelli dalle spiccate caratteristiche maschili […] [è dovuta al] condizionamento culturale che porta le donne a dover comprare in volumi maggiori e oggetti ben specifici, incidendo maggiormente nelle tasche delle consumatrici”.

Quindi anche la follia della donna, “quel bisogno di scarpe che non vuole sentire ragioni”, è uno dei frutti avvelenati del patriarcato. Ma sì, ammettiamolo: è colpa di noi maschi se le donne DEVONO comprare in volumi maggiori oggetti ben specifici (scarpe, sushi, pochette), ma tutto sommato finanziare il loro shopping sfrenato e immorale non è poi così sbagliato se in cambio ci danno LA FIGA.

Al contrario, trovo tristissimo un maschio SOLO che va in edicola, si prende un gelato e poi corre a buttare gli stipendi in libreria. Ho già discusso dell’osceno consumérisme bibliofilo aizzato dalle agenzie culturali transnazionali:

Le donne ti consumano e poi non ce la fai più

La questione del consumismo è tuttavia più complessa di così e va affrontata a palle ferme (cosa che -mi scuserete- riesce un po’ difficile al sottoscritto ultimamente). Si tratta infatti di una ideologia trasversale che può passare dalla destra economica alla sinistra liberista, fino a intaccare anche la propaganda nordcoreana tanto anti-occidentale quanto desiderosa, per invidia mimetica (muovendo sia capitalismo che comunismo dal postulato implicito dal materialismo), di replicare quegli stessi successi talvolta stigmatizzati come fonte di corruzione e pervertimento.

“Un cambiamento radicale nella vita delle persone!”

Nelle circostanze attuali, l’appello di Confcommercio rischia di cadere nel vuoto nella misura in cui il consumismo è stato quasi totalmente inglobato dalle sinistre. Come scrive Antonio Pilati ne La catastrofe delle élite, dopo il 1989

“la gran parte dei partiti comunisti cambia nome e si avventura verso linee politiche pro-mercato, molti partito socialisti scoprono che privatizzare è bello, seguono con fiducia la terza via di Blair e puntano tutto sui consumi, gonfiati con ampie quote di debito, come fattore di coesione sociale».

D’altro canto, la destra “che conta” (cioè quella d’oltreoceano) ha da anni intrapreso una critica radicale al consumerism, fomentata anche dal paradosso di un presidente quale Donald Trump, uno degli alfieri del capitalismo occidentale che ha svolto il ruolo di autosabotatore, obbligando il capitale a limitarsi nuovamente allo Stato-nazione attraverso un’abile politica di guerra commerciale, isolazionismo economico-politico e sovranismo d’avanguardia.

Il consumismo ti consuma

Le “orecchie da mercante” della sinistra dimostra indirettamente quanto abbiano introiettato la “terza via”: pensiamo all’incredibile latitanza delle analisi marxiste su Trump, nonostante da sempre gli esponenti di tale corrente filosofica si presentino come possessori di una clavis universalis in grado di spiegare tutto l’esistente (ribaltando il celebre asserto di Wittgenstein “Su ciò di cui si può parlare, non si deve tacere”).

L’attuale Presidente americano rappresenta un vero e proprio dilemma per gli “avventisti del socialismo”, divisi tra il considerarlo la pietra tombale del capitalismo (ma così lo accrediterebbero come “uomo della Provvidenza” della nuova fase economico-politica) oppure un semplice riformatore plebeo (ma così ammetterebbero implicitamente che il capitalismo è riformabile e non si autodistrugge per necessità).

Senza farla troppo lunga, rimando (solo a titolo d’esempio) al commento a caldo di tale John Peterson, Trump’s inauguration: a vulgar display of capitalist decay and desperation (“Socialist Appeal”, 24 gennaio 2017; tradotto in italiano da Marxismo.net, Trump e la crisi mondiale del capitalismo, 5 settembre 2017). Secondo l’Autore, Donald Trump non merita nemmeno di essere compreso, perché tanto “poi c’è il socialismo”: ci si rifiuta di affrontare la realtà così come si strilla al “fascismo” ogni volta che qualcuno prova a farlo.

Il dilemma rappresentato dal tycoon americano viene spesso risolto con riferimenti alla deriva autoritaria o al capitalismo che deve diventare nazista per sopravvivere (quando con “nazismo” probabilmente s’intende una blanda riduzione di fondi pubblici per le operazioni di cambio di sesso). Prendiamo un solo spunto dall’articolo in questione (citiamo dall’originale inglese):

In the post-WWII epoch, capitalism temporarily and partially overcame the “natural” limits of the nation-state and the market through the process of “globalization”.

Possiamo essere d’accordo sulla sostanza, anche se il pensiero è viziato dal fatto di immaginare il capitale come naturaliter “nazionale”: una paranoia novecentesca che conduce al delirio anti-patriottico della sinistra odierna di quasi ogni risma. L’ideologia marxista sconta tutti i suoi limiti nella misura in cui non riesce a estrarre dal suo capostipite gli strumenti per rendersi conto del dissidio che è sorto tra nazione e capitale da parecchi decenni.

Spero che almeno il punto sia chiaro, altrimenti poi non si capisce come mai solo la destra sia attualmente l’unica forza politica in grado di porre dei limiti all’annichilimento capitalista. Certo, lo fa coi ferri vecchi del nazionalismo, del bigottismo e del razzismo (per venire incontro al gergo sinistroide), ma non è detto che tali mezzi non finiscano per raffinarsi con l’esperienza. Nel frattempo i salari dei lavoratori americani sono saliti grazie a Trump, non a qualche anonimo e settario partitino incapace di dialogare persino nelle piazze virtuali (figuriamoci in quelle reali).

Detto ciò, torniamo all’appello da cui siamo partiti: di fronte alla sua angustia, mi torna alla mente la magnanimità degli alieni conquistatori di Essi vivono, i quali è vero che suggerivano subliminalmente agli umani di “consumare e obbedire”, ma al contempo aggiungevano anche di “sposarsi e riprodursi”.

Concludiamo con un’altra nota di colore: il Ministero della Salute ha appena pubblicato sul suo sito la guida ufficiale su come lavarsi le mani.

Anche questo è un appello a suo modo coraggioso (ci vuole coraggio in effetti), al quale vogliamo aggiungere le istruzioni su come aprire una porta (da un documentario finlandese del 1979),

e le “Istruzioni per salire le scale” di Julio Cortàzar (da Storie di cronopios e di famas, 1962):

Nadie habrá dejado de observar que con frecuencia el suelo se pliega de manera tal que una parte sube en ángulo recto con el plano del suelo, y luego la parte siguiente se coloca paralela a este plano, para dar paso a una nueva perpendicular, conducta que se repite en espiral o en línea quebrada hasta alturas sumamente variables. Agachándose y poniendo la mano izquierda en una de las partes verticales, y la derecha en la horizontal correspondiente, se está en posesión momentánea de un peldaño o escalón. Cada uno de estos peldaños, formados como se ve por dos elementos, se sitúa un tanto más arriba y adelante que el anterior, principio que da sentido a la escalera, ya que cualquiera otra combinación producirá formas quizá más bellas o pintorescas, pero incapaces de trasladar de una planta baja a un primer piso.
Las escaleras se suben de frente, pues hacia atrás o de costado resultan particularmente incómodas. La actitud natural consiste en mantenerse de pie, los brazos colgando sin esfuerzo, la cabeza erguida aunque no tanto que los ojos dejen de ver los peldaños inmediatamente superiores al que se pisa, y respirando lenta y regularmente. Para subir una escalera se comienza por levantar esa parte del cuerpo situada a la derecha abajo, envuelta casi siempre en cuero o gamuza, y que salvo excepciones cabe exactamente en el escalón. Puesta en el primer peldaño dicha parte, que para abreviar llamaremos pie, se recoge la parte equivalente de la izquierda (también llamada pie, pero que no ha de confundirse con el pie antes citado), y llevándola a la altura del pie, se le hace seguir hasta colocarla en el segundo peldaño, con lo cual en éste descansará el pie, y en el primero descansará el pie. (Los primeros peldaños son siempre los más difíciles, hasta adquirir la coordinación necesaria. La coincidencia de nombre entre el pie y el pie hace difícil la explicación. Cuídese especialmente de no levantar al mismo tiempo el pie y el pie).
Llegado en esta forma al segundo peldaño, basta repetir alternadamente los movimientos hasta encontrarse con el final de la escalera. Se sale de ella fácilmente, con un ligero golpe de talón que la fija en su sitio, del que no se moverá hasta el momento del descenso.

Nessuno può non aver notato che sovente il suolo si piega in modo che da una parte sale ad angolo retto rispetto al piano del suolo medesimo mentre la parte che segue si colloca parallelamente a questo piano per dar luogo ad un’altra perpendicolare, comportamento che si ripete a spirali o secondo una linea spezzata fino ad altezze sommamente variabili. Chinandoci e mettendo la mano sinistra su una delle parti verticali e quella destra sulla corrispondente orizzontale ci troveremo in momentaneo possesso di un gradino o scalino. Ciascuno di questi scalini, formanti come si vede da due elementi, si trova ubicato un po’ più in alto e un po’ più in avanti rispetto al precedente, principio che da significato alla scala, dato che qualsiasi altra combinazione determinerebbe forme magari più belle o pittoresche, ma inadatte a trasportare da un pianterreno a un primo piano.
Le scale si salgono frontalmente, in quanto all’indietro o di fianco risultano particolarmente scomode. La posizione naturale è quella in piedi, le braccia in giù senza sforzo, la testa eretta ma non tanto da impedire agli occhi di vedere gli scalini immediatamente superiori a quello sul quale ci si trova, e respirando con lentezza e ritmo regolare. Per salire una scala si cominci con l’alzare quella parte del corpo posta a destra in basso, avvolta quasi sempre nel cuoio o nella pelle scamosciata, e che salvo eccezioni è della misura dello scalino. Posta sul primo scalino la suddetta parte, che per brevità chiamiamo piede, si tira su la parte corrispondente sinistra (anch’essa detta piede, ma da non confondersi con il piede menzionato), e portandola all’altezza del piede la si fa proseguire fino a poggiarla sul secondo scalino, sul quale grazie a detto movimento riposerà il piede mentre sul primo riposerà il piede. (I primi scalini sono sempre i più difficili, fino a quando non si sarà acquisito il coordinamento necessario. Il fatto che coincidano nel nome il piede e il piede rende difficoltosa la spiegazione. Fare attenzione a non alzare contemporaneamente il piede e il piede).
Giunti con questo procedimento sul secondo scalino, basta ripetere a tempi alterni i suddetti movimenti fino a trovarsi in cima alla scala. Se ne esce facilmente con un leggero colpo di tallone che la fissa al suo posto, dal quale non si muoverà fino al momento della discesa.

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