Contro le gattare (e in difesa del matrimonio)

Pare che il portale L’Intellettuale Dissidente, un tempo foriero di spunti e illuminazioni, abbia deciso di ridursi alla versione “pornosentimentale” di Cioè (Andrea Romani docet), ospitando le “confessioni isteriche di una depravata”, cioè l’imbarazzante intervento intitolato Contro il matrimonio, nel quale una certa gattara vorrebbe dimostrare che “sposarsi (ma anche soltanto convivere) è uccidere l’amore”.


Si tratta dell’ennesima manifestazione del complesso d’inferiorità della destra italiana, che cerca di inseguire le gattare professioniste dell’altra sponda (absit iniura verbis) in maniera goffa e improvvisata (insopportabile il tono gne gne: “Non alzare quel ditino, non scuotere il tuo capino, a me la tua indignazione non mi tocca e non mi ferma”).

In sostanza l’Autrice (tale Barbara Costa) tenta di corroborare il motto delle nonne “il matrimonio è la tomba dell’amore” rifacendosi a un banalissimo saggio di una sociologa statunitense (tale Laura Kipnis), Contro l’amore, “libro dell’anno” per la stampa mainstream di vent’anni fa che però è semplicemente una lamentazione sul grigiore della vita da ammogliati. Non proprio l’avanguardia del pensiero occidentale, dunque, considerando che questa Kipnis in duecento pagine non è riuscita a citare il de Rougemont che due volte di sfuggita, dimostrando tuttavia -forse- di aver almeno dato una scorsa all’indispensabile L’Amore e l’Occidente: cosa che sfortunatamente non possiamo neppure sospettare della Costa, completamente all’oscuro del secolare dibattito sulla dicotomia tra amour-passion e amore coniugale.

Non che si voglia fare del tipico terrorismo psicologico (“Siccome non hai letto X non puoi esprimere la tua opinione su Y”), ma dato che la “pornosentimentalista” afferma fondamentalmente di non voler convivere con un uomo (o comunque con un altro essere umano) perché gelosa della propria solitudine, auspicavamo che almeno fosse riuscita a occupare una parte del suo tempo libero leggendo qualcosa di decente.

Invece no. In questo pippone manca per l’appunto qualsiasi riflessione sul perché il concetto d’amore, così come elaborato nella nostra tradizione, sia diventato una sorta di antitesi al matrimonio: parliamo del fottutissimo amor de lonh trobadorico, una delle manifestazioni più evidenti della “perversione” occidentale, solo in parte “sanata” dall’avvento del cristianesimo. L’amore inteso da tale prospettiva è il Todestrieb freudiano, la “pulsione di morte” che si compiace dell’impossibile, dell’irraggiungibile, dell’iperuranico (ancora, senza offesa). Le creature in carne e ossa sono imperfette e dunque “indegne” di un amore assoluto, gli angeli invece possiamo amarli nella misura in cui non esistono (un po’ come le gattare che adorano i gatti perché non possono esprimere a parole il disgusto per il loro stile di vita degradante).

Si capisce che, alla fin fine, tutto il discorso si riduce alla tipica sparata della d-parola per costringere i maschi tossici al mansplaining: a confermare il sospetto, la chiamata in causa di Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che Barbara Costa prende sul serio manco si trattasse di un romanzo Harmony. “Gustave Flaubert ha messo nero su bianco, davanti agli occhi, quanto il matrimonio sia deleterio”. Questa è proprio la lettura che farebbe la casalinga da costei tanto bistrattata: in realtà lo scrittore francese si stava facendo beffe proprio del pornoromanticismo delle Barbare Coste dell’epoca, cioè in ultima analisi della letteratura tout court. “Madame Bovary, c’est moi!”: il bovarismo non è che la fase suprema del chisciottismo (ma consigliamo all’Autrice di non andare a leggersi il classico di Cervantes, ché potrebbe scambiarlo per un trattato storico sulla cavalleria).

Dunque, parliamoci chiaro: la vita di coppia è l’unica vita che sia degna di essere vissuta. Lo sanno in particolare gli eremiti, che dedicavano l’intera loro esistenza a cercare il coniuge assoluto, in tutti i sensi; come notava argutamente Cesare Pavese: “Per possedere qualcosa o qualcuno, occorre non abbandonarglisi, non perderci dietro la testa, restargli insomma superiore. Ma è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona. Erano in gamba gli inventori dell’amore di Dio: altro che insieme si possieda e si goda, non esiste”. Paradosso terribile, che spiega anche perché non esista nella storia umana una forma “laica” di eremitismo (o di celibato).

Purtroppo sembra che matrimonio e letteratura non vadano d’accordo: è una questione non solo storica e culturale (o storico-culturale, per usare un’espressione che ormai non significa più nulla), ma anche politica, perché è da secoli che il veleno dell’amour-passion è rientrato in circolo con la maschera della falsa coscienza illuminata. Icastico l’incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Ma quando uno scrittore si è mai “abbassato” a raccontare una famiglia felice, col terrore eventualmente di scoprire che l’originalità e l’unicità stanno tutte dalla sua parte?

Il “miracolo” della vita di coppia sta proprio nel realizzare una felicità di norma irrealizzabile. In primis per l’imprevedibilità con cui due anime si incontrano e decidono di passare l’esistenza assieme: questa logica che unisce l’assoluta causalità all’assoluta necessità ricorda quella dei capolavori in fieri. Anche in esistenze grigie e banalissime il “momento in cui ci siamo conosciuti” del resto assume connotazioni epiche, magiche, provvidenziali. Questo per dire che non tutta la letteratura è espressione di bovarismo e che, come sostiene lo scrittore texano Stefan Merrill Block “un nonno morto è alla stessa distanza dalla vita di una persona di quanto lo è un romanzo per un lettore” (se non si è capito, intendo affermare che trovo infinitamente più interessante sentire un lontano parente raccontarmi di come ha conosciuto quella “stronza di sua moglie” che di farmi spiegare Madame Bovary da una che cioè tipo Flaubbberte voleva dire che il matrimonio è teribile diventi come tu madre o tu padre ahò cioè).

Per il resto, quando l’Autrice scrive che “un amore convivente finisce non per corna […] ma per i colpi inferti dalla mediocrità che ognuno di noi palesa stando fianco a fianco, in quotidianità”, a mio parere invece il problema sono proprio le corna. Perché, nonostante l’esaltazione dell’adulterio da qualche secolo a questa parte, la verità è che dietro il tradimento non c’è chissà quale grande passione, ma pura deficienza: l’adultero ha la stessa intelligenza della falena che si brucia con la candela. L’accusa di “bigottismo” ha fatto il suo tempo: tradire il proprio compagno è una cosa da normaloidi, da mentecatti, da puttane, o puttanieri. Madame Bovary è una normie fatta e finita e Flaubert si compiace di farsi beffe del romanticismo da sartine dei grandi letterati, cioè -come dicevamo- di se stesso.

Una “destra” dignitosa dovrebbe rilanciare una qualche forma di letteratura, o almeno narrazione (brrr) che riesca a raffigurare il miracolo del matrimonio. Le paranoie sulla “famiglia del Mulino Bianco” sono psicologicamente logoranti, in specie perché storicamente le femministe non ce l’avevano con la felicità della famiglia perfetta in sé, ma col prezzo da pagare in termini di paternalismo, violenza domestica e subordinazione della donna all’uomo. Lo stesso Marx auspicava una “forma superiore di famiglia” che scaturisse dall’erosione dell’autorità paterna conseguente all’ingresso di donne e bambini nella forza lavoro.

Si intende dire che il Mulino Bianco suscita fruste ironie in quanto Mulino Nero: dietro la colazione perfetta c’è un pater familias che la notte prima ha ammazzato di botte la mogliettina inadempiente dopo una dura giornata di lavoro. Questo è brutto, sì, ma sulla lunga distanza la ricerca di una “felicità superiore” ha portato a bistrattare anche la felicità minima di una vita coniugale semplice e modesta. Tutti però vogliono essere felici, nessuno vuole morire da solo e alle scoregge trobadoriche bisogna dare il giusto posto nella cultura universale (sicuramente superiore a Scene da un matrimonio, ma incomparabilmente al di sotto di Sposerò Simon Le Bon, che non a caso la Kipnis si guarda bene da citare nel suo libello).

A dispetto delle sparate di una “depravata”, penso che la vera utopia al giorno d’oggi sia tornare a casa e trovare una donna che “marcisce a lavar mutande” domandarci “Amore, che vuoi mangiare stasera?”. Non si comprende in effetti perché tutto ciò debba essere considerato squallido rispetto al fingere di essere intellettuali -per giunta “dissidenti”- con un gatto al posto di un marito (perché per le gattare un gatto c’è comunque anche quando non c’è, come quello di Schrödinger).

4 commenti su “Contro le gattare (e in difesa del matrimonio)

  1. La parte in cui paventi la possibilità da parte di cotanta autrice di scambiare Don Chisciotte per un trattato sulla cavalleria è al livello di Geoffrey Chaucer. Forse non ti sei neppure accorto della sottile potenza del paradosso…

  2. Proprio oggi riflettevo sul fatto che non mi sovvengono film che narrino storie di famiglie felici, solo e sempre di più (ormai anche nei telefilm) sordide storie di pervertiti. Ed ecco che trovo questo articolo che tocca l’argomento, con notevole profondità: complimenti!

  3. Forse sono off topic, comunque più invecchio e più mi rendo conto di come affrontare qualsiasi discorso serio con una femmina sia ormai perfettamente inutile. Sono muri cosparsi di ideologia. Capacità dialogica zero, capacità logica zero, razionalità zero. Si legano – letteralmente – le tube piuttosto che ammettere che le loro paranoie alla moda sono stronzate.
    Ciao,
    Stefano

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