Nella scuola la peste c’era già. Contro l’obbligo vaccinale per gli insegnanti

In questi anni la scuola è stata una sorta di teatro dell’assurdo, dominato tuttavia da un copione all’apparenza razionale: per fare un esempio, nonostante nei confronti di talune categorie di studenti ci sia stato una sorta di “accanimento pedagogico”, l’obiettivo finale, almeno sulla carta, è rimasto quello di fare dell’istituzione pubblica un medium attraverso il quale integrare i bárbaros verticales in società. Un intento discutibile quanto si vuole, ma se non altro ancora sensato.

Ora però il “terzo anno scolastico del covid” prossimo venturo, come lo chiamano i giornali, si preannuncia essere l’ennesima pietra tombale sull’ennesima istituzione italiana. In primo luogo perché si evoca apertamente, quasi con sadismo, la possibilità dell’obbligo vaccinale per gli insegnanti lanciando cifre a caso (stile bollettino giornalieri dei morti per/di/col covid) a puro scopo di terrorismo psicologico (“200mila appartenenti al personale scolastico non si vogliono vaccinare”).

Il Ministro dell’istruzione del Governissimo Draghi, tale Patrizio Bianchi (non so nemmeno che faccia abbia perché l’ho sempre visto con la mascherina), dichiara che la scelta di vaccinarsi da parte degli insegnanti sarebbe un adempimento del “dovere della solidarietà “. Un altro valore da costui evocato è quello della “comunità”,  ovvero “il senso di responsabilità collettiva che il cuore stesso della scuola”. Ci sono poi governatori che ventilano la possibilità di un green pass per gli studenti, mentre altri auspicano il rinvio dell’inizio dell’anno scolastico.

In tutto questo bailamme, il responsabile del sindacato dei presidi (Antonello Giannelli) in un’intervista al Corriere è riuscito a sostenere da una parte che gli studenti vaccinati potranno riprendere a fare la vita di prima (se se la ricordano) mentre per gli altri resteranno le restrizioni, e dall’altra che “non è possibile discriminare tra chi può entrare in classe chi no”. Aggiungendo che “Da cittadino non capisco perché non si dica chiaramente agli studenti che chi è vaccinato può stare a scuola senza mascherina o senza distanziamento. Qual è il vantaggio di vaccinarsi, altrimenti, se le restrizioni restano le stesse?”.  Si tratta di un quesito retorico al quale però il dirigente rifiuta di dare una risposta.

Nel frattempo anche l’ex consulente del Ministero dell’Istruzione Agostino Miozzo invoca una forte moral suasion verso il reticenti. Insomma, a queste condizioni diventa praticamente impossibile lavorare per un insegnante che abbia ancora conservato un minimo di pensiero critico. Inutile continuare a prendersi in giro: i problemi esistevano già da prima, ma se non altro, come dicevo, restava qualche alibi razionale all’assurdità del sistema. Mancava solo il regime della peste per imporre un’assurdità al quadrato.

Non nascondo, da insegnante, di averne viste realmente di tutti i colori e di essermi trovato, nella mia breve carriera, in situazioni ai limiti del paranormale. Ripensandoci, uno dei lati positivi della scelta di abbandonare questo mondo (e uno stipendio sicuro) è la possibilità di raccontare la mia esperienza “dall’interno”, non per il gusto del pettegolezzo o per lavare i panni sporchi in piazza, ma per dare un quadro più definito di una società ormai al collasso da una prospettiva “privilegiata” (se così si può dire).

In effetti le fonti da cui scaturisce il caos sociale sgorgano dalle aule scolastiche, da ciò che un insegnante può e non può fare, o per meglio dire da ciò che è costretto a fare contro la sua coscienza e contro le sue idee. Di questo però avremo tempo per discuterne. Ciò che mi preme ora è denunciare la pressione fortissima a cui sono stati sottoposti i “reticenti”: colleghi costretti dai loro superiori a fare il vaccino senza che sindacati abbiano avuto nulla da ridire; personale scolastico messo sotto pressione proprio in virtù della propria condizione di subalternità; genitori covidioti aizzati da giornalisti, virologi e starlette; ecc.

Rispetto all’obbligo vaccinale per i sanitari, quello per i docenti mi appare più grave non tanto per spirito di appartenenza (che comunque in me va rapidamente scemando), quanto perché, anche dalla prospettiva di chi “crede” nella pandemia, dovrebbero perlomeno restare chiare le abissali differenze tra un ospedale e una scuola. Ma siccome tali distinzioni sono saltate e la società è ora un’immensa corsia di un sanatorio (se non direttamente un laboratorio per la sperimentazione su cavie), la maggior gravità risiede nel fatto che l’estensione agli insegnanti dell’obbligo è un palese tentativo di giungere al più presto ai limiti della vaccinazione coercitiva di massa.

Se così stanno le cose, obiettivamente questa non è una battaglia che vorrei combattere da una posizione nella quale mi sono sempre sentito subalterno da un punto di vista morale e psicologico e ideologico e politico (potrei andare avanti all’infinito). Inutile nascondere che all’occorrenza esisterebbero migliaia di scappatoie per evitare di vaccinarsi anche in presenza di obbligo, dal tempestare di telefonate tutti i sindacalisti che si conoscono fino a rintracciare qualche medico o farmacista “amico” (occhiolino occhiolino). Ma è proprio il fatto di non voler per l’ennesima volta fare il napoletano che obbliga a una scelta: non insegnare più. Almeno non nella scuola napoletana, cioè volevo dire italiana.

Ho cercato di svolgere questo lavoro con il massimo della serietà in controtendenza rispetto all’idea comune che ci si può fare di un impiegato statale, tuttavia ora lo Stato mi chiede davvero troppo. E non parlo della punturina. La scuola italiana è già stata caricata di troppe responsabilità: come mi diceva una collega di sinistra vecchio stile (una di quelle che anche quest’anno ha insegnato Bella Ciao agli alunni di quinta), dal momento che nelle nuove classi la metà dei bambini è di origine straniera, un insegnante di italiano di scuola primaria non dovrà più insegnare italiano a chi già lo parla, ma una nuova lingua a dei bambini che non la conoscono (situazione angosciante, partendo dal presupposto che l’apprendimento delle regole di una lingua, essendo un ragionamento logico a posteriori, implica la conoscenza della stessa a priori). Aggiungendo infine che “venissero i nostri politici a fare lezione in queste classi, loro che parlano di integrazione e fanno tutti quei bei discorsi, e dicessero apertamente che vogliono annientare il loro stesso popolo”.

Questo non per il gusto dell’aneddoto, ma solo per dare il quadro di una situazione ormai compromessa, dove già alle elementari diventa impossibile porre le basi. Fonti sempre più torbide e inquinate, quindi: se la società italiana vi appariva una fogna, immaginate cosa sarà tra meno di una generazione. In conclusione, dice ancora giusto Giorgio Agamben: “La peste c’era già”.

“In qualche modo, sia pure inconsapevolmente, la peste c’era già, che, evidentemente, le condizioni di vita della gente erano diventate tali, che è bastato un segno improvviso perché esse apparissero per quello che erano – cioè intollerabili, come una peste appunto”

5 commenti su “Nella scuola la peste c’era già. Contro l’obbligo vaccinale per gli insegnanti

  1. Gli insegnanti non mi sono mai andati troppo a genio, nemmeno quand’ero un bravo scolaro, ma restano una categoria meno detestabile dei giornalisti; comunque gli aneddoti sulle storture della scuola sono sempre piacevoli. Anzi perché non parli di quella letteratura che andava di moda una quindicina d’anni fa, tipo “La classe fa la ola mentre spiego” o “La scuola raccontata al mio cane”?

    P.S. Invece di “reticente” sarebbe più corretto “riluttante”, “recalcitrante” o perfino “renitente” che richiama la leva obbligatoria.

  2. Quindi confermi che l’accesso sregolato di incivili alloctoni nelle nostre scuole danneggia la qualità dell’insegnamento ai nostri (italiani etnici) alunni?

  3. Ce l’hai telegram? Ti faccio aggiungere a un gruppo privo di soia così vieni a farti quattro chiacchiere (ti giuro che non brillo nel buio, ti seguo da più di 2 anni e mi dispiace un sacco per quello che ti succedendo)

  4. Ce l’hai telegram? Ti faccio aggiungere a un gruppo privo di soia così vieni a farti quattro chiacchiere (ti giuro che non sto brillando nel buio, ti seguo da 2 anni e mi dispiace un sacco per quello che ti sta succedendo)

  5. Già il fatto che un insegnante dica “venissero i nostri politici a fare lezione” invece che “vengano” è abbastanza desolante.

    Comunque non se ne esce: retorica della comunità o meno, una società per definizione è fatta di legami, che per definizione costringono. In un modo o nell’altro si è sempre “costretti”. Nelle società “organiche”, identitarie e senza alloctoni hai certe costrizioni (che reprimono, che so, i tuoi istinti sessuali o certe forme di espressione), in quelle liberali e politicamente corrette ne hai altre: è questione di trovare, faticosamente ma ostinatamente, un equilibrio dinamico. Nello specifico, io non ho nulla in contrario a una vaccinazione coercitiva di massa, pur cosciente che meno coercizioni esistono in una società meglio è.

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