Coronavirus in Svezia: il sole splende e tutti sono felici

In questi tempi di quarantena di massa, in cui trionfa il “culto della peste” con i suoi dogmi (decisamente cangianti), le sue liturgie (distanziamento sociale), la sua architettura sacra (in plexiglas) e financo i suoi paramenti (mascherina e guanti), unica “eretica” tra le nazioni europee rimane la Svezia, che si è rifiutata di adottare le misure draconiane prese dalle altre.

A Stoccolma, infatti, le persone possono ancora riunirsi in gruppi fino a cinquanta individui, così come recarsi in bar, discoteche e cinema, mentre le frontiere e le scuole sono rimaste aperte. Nonostante molti svedesi lavorino da casa, la vita è andata avanti praticamente come prima.

Come ha dichiarato il premier Stefan Löfven in un recente discorso, “noi adulti dobbiamo comportarci come tali: da adulti. Non dobbiamo diffondere panico o fandonie”. A quanto pare l’obiettivo del governo è di far contagiare lentamente la popolazione fino al raggiungimento della fatidica “immunità di gregge”, un approccio considerato pericoloso dalle autorità sanitarie di altri Paesi e che ha impensierito soprattutto la vicina Danimarca.

“Guardare la Svezia in questo momento è un po’ come guardare un film dell’orrore, temiamo che da loro sarà una catastrofe perché hanno lasciato tutto aperto”, ha affermato a fine marzo una giornalista danese a una tv svedese.

A inizio di aprile, è stata poi la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a chiedere ufficialmente a Stoccolma di “incrementare le misure per il controllo della diffusione della pandemia e la capacità di gestione da parte del sistema sanitario, assicurare il distanziamento sociale e comunicare alla popolazione il perché di tali misure”.

Come tuttavia ha osservato, in tempi non sospetti, un blogger conservatore britannico (A Comparison of Lockdown UK With Non-Lockdown Sweden, 12 aprile 2020), “l’approccio svedese, relativamente cauto nel gestire la pandemia, senza introdurre restrizioni draconiane e senza far crollare l’economia, sta funzionando e alla lunga dimostrerà che la risposta degli altri Paesi è stata enormemente sproporzionata”, mostrando dati alla mano come il lockdown inglese non abbia avuto molto più successo del laissez-faire scandinavo.

Decisamente critica verso il terrorismo psicologico e mediatico contro la Svezia anche la rivista italo-finlandese “La Rondine” (La Svezia e le bufale di sistema, 13 aprile 2020):

“In questo periodo di pandemie mediatiche e virali, gli occhi continuano ad essere puntati sulla Svezia. Guidata dall’epidemiologo Anders Tegnell, capo del Folkhälsomyndigheten, l’Agenzia Pubblica per la Salute, si ostina a non voler dichiarare un lockdown, al contrario di praticamente ogni paese europeo, Bielorussia a parte. Ora che il picco sembra essere stato raggiunto, almeno nella regione di Stoccolma (di gran lunga la più colpita dall’epidemia di CoViD-19), la Svezia è diventato il nemico da combattere, con tutte le forze. Il regime mediatico ci sta riuscendo benissimo, con forze dispiegate in massa contro l’unico obiettivo, il paese che, a conti fatti, potrebbe dimostrare al mondo che certe decisioni di blocco totale, prese con la pancia e tardivamente, hanno in realtà portato più danni che benefici. È quindi importante screditare la Svezia, e quale strumento migliore delle bufale di sistema per farlo?
[…] Sulla pagina Facebook personale (ma perché non in quella istituzionale?) di Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, si legge uno scoop: pare che l’ospedale del Karolinska Institutet, una delle più prestigiose università mediche al mondo, con sede a Solna, nei pressi di Stoccolma, abbia pubblicato un documento interno che informava lo staff dei criteri di ammissione dei pazienti nelle terapie intensive. Il documento è reperibile facilmente online, grazie alla soffiata del tabloid Aftonbladet.
[…] Ora, Lopalco sarà anche bravo come epidemiologo, e sicuramente mastica lo svedese avendo lavorato a Stoccolma, ma forse non è andato troppo a fondo nella lettura. Lo aiutiamo. Nell’introduzione del documento c’è scritto che non si fa altro che riportare le istruzioni contenute nell’informativa nazionale prodotta qualche giorno prima da Socialstyrelsen […].
Questa informativa fa luce sui criteri etici e medici da adottare nel caso in cui ci si trovi di fronte a squilibri eccezionali tra domanda e offerta di trattamenti di terapia intensiva. […] Lo stesso, pressoché identico protocollo esiste anche in Italia, ed è consultabile online sul sito di SIAARTI.
[…] Gli svedesi non sono mai stati spavaldi, anzi hanno iniziato a porre restrizioni molto forti sulla loro vita sociale; non hanno però fatto lockdown, misura in cui non credono e che i numeri, grazie proprio alla Svezia, stanno dimostrando serva a poco o nulla. Infatti, le statistiche di un paese molto simile come la Danimarca sono molto simili in termini di contagi e ricoveri, e differiscono solo nella mortalità, in quanto in Svezia, purtroppo, si sono infettate molte case di riposo, specie nei sobborghi più poveri di Stoccolma (lo stesso è successo anche in un caso in Finlandia, nel Savo meridionale) […]”.

Ebbene, ora la Svezia è finalmente vendicata: ancora l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con un clamoroso dietrofront, per bocca di tale Mike Ryan (capo del Programma delle emergenze sanitarie), riconosce a Stoccolma di aver adottato “una forte strategia di sanità pubblica, puntando sulle misure di igiene, di distanziamento, proteggendo le persone nelle residenze assistenziali”.

Tutto ciò mi riporta alla mente una polemica di pochi mesi fa, quando il comune di Staffanstorp (22.174 abitanti) realizzò uno spot in cui una famiglia fugge da una violenta e decadente Malmö per trasferirsi (guarda caso) proprio nella cittadina della contea di Scania. Il video era stato girato nello stesso quartiere di Malmö dove un quindicenne era stato appena assassinato in una sparatoria.

Lo spot mostra madre e figlia che, molestate da dei giovani, scelgono di far fagotto e lasciare la città. La voce di sottofondo dice: “L’insicurezza e l’esclusione hanno fatto sentire molti cittadini estranei alla loro stessa città”. A Staffanstorp invece splende il sole e tutti sono felici: “Nel nostro comune, ci prendiamo cura l’uno dell’altro, giovani e vecchi”. Lo slogan che accompagna la pubblicità progresso è “Staffanstorp: come dovrebbe essere l’intera Svezia”. In risposta alle accuse, il sindaco di Staffanstorp (di centro-destra) ha affermato che Malmö non veniva nemmeno menzionata ma era stata scelta solo come tipico sfondo urbano.

Bene, da questo potremmo dedurre che, nonostante il campionario di cialtronate politicamente corrette a cui ci hanno abituato i fratelli svedesi, sulla lunga distanza il loro approccio “scanzonato” e liberale (nel vero senso del termine) nei confronti del coronavirus permetterà che, almeno da qualche parte in Europa, il sole splenda ancora e tutti siano felici, dal momento che forse si saranno salvati sia dalla peste che dalla carestia.

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