È finalmente giunto il momento di vietare Fortnite?

Brenton Tarrant, il terrorista australiano che fatto la strage in una moschea di Christchurch, ha lasciato dietro di sé un “manifesto” di una settantina di pagine composto secondo lo stile dello shitposting, una sorta di versione nichilistica e insensata del semplice trolling: tanto per non perderci in queste americanate che fanno impazzire i gazzettieri, la questione si può riassumere in un “sparare cazzate a raffica per fare incazzare tutti”.

Il “manifesto” di Tarrant è stato pensato per indirizzare la canea mediatica esclusivamente verso la propria persona, costringendo così i giornalisti a mettere in secondo piano le vittime per esaltare il “genio criminale” dell’attentatore. Il riferimento, per esempio, a una politica conservatrice afroamericana come sua primaria fonte di ispirazione (lui che è un nazionalista bianco) è una delle spie che avrebbe dovuto far intuire la natura “cazzeggiante” dello scritto (oltre a tantissimi altri dettagli memetici, come il navy seal copypasta).

Per certi versi ogni gesto del terrorista andrebbe interpretato come una “continuazione dello shitposting con altri mezzi”: sia quando ha introdotto la sua macabra “diretta” invitando chi lo sta guardando a “iscriversi a PewDiePie” (un noto dank meme al quale la stampa ha “abboccato” tirando in ballo lo youtuber svedese da essa già considerato una sorta di “nazi”) sia quando durante la comparsa in tribunale ha fatto il gesto dell’OK con le dita (trasformato dai media boccaloni in “simbolo del potere bianco”).

Insomma, il tizio conosce i suoi polli e ha piazzato gli “ami” alla perfezione: tuttavia, abbiamo notato che in tutto questo “smerdamento” (ah, ecco la traduzione di shitposting che non mi veniva) i “professionisti dell’informazione” si sono stranamente dimenticati di cogliere il riferimento al videogioco Fortnite. Scrive infatti il terrorista: “Fortnite trained me to be a killer and to floss on the corpses of my enemies” («Fortnite mi ha insegnato a diventare un assassino e a ballare sulle carcasse dei miei nemici»).

Ora, quel floss si riferisce a una di quelle danzette che i personaggi eseguono sui corpi delle loro vittime: probabilmente anche chi non sa nulla di Fortnite deve aver presente di che si tratta, poiché avrà visto qualche volta un bambino ballare come un deficiente muovendo le braccia a destra e a sinistra stando sulla posizione.

Ovviamente ciò non significa che il giochetto abbia in qualche modo ispirato la strage, tuttavia non si capisce perché, mentre i media sono pronti a cadere in qualsiasi “provocazione” del terrorista, questa, come dicevamo, l’hanno accuratamente evitata: forse perché la polemica sui videogiochi violenti è considerata di “destra” e ora il mainstream vuole apparire come ultra-progressista e illuminato?

Peccato, sarebbe stata una bella occasione per far sparire questa porcheria dal tablet di qualche seienne: perché è di questo che stiamo parlando, di uno sparatutto progettato per “i più piccoli”, pensato in forma di cartone animato, dove anche se stermini gli avversari “nessuno si fa male” e “l’atmosfera è leggera”.

Finora ad accennare una protesta sono state non a caso le categorie più martoriate del momento, insegnanti e psicologi: rimostranze che, si sa, non porteranno a nulla. In effetti l’unica possibilità di tamponare il rincoglionimento imposto ai nostri figli finora sembrava proprio quella di approfittare dell’andazzo mediatico attuale e presentare finalmente la prova (seppur “smerdazzata”) di un collegamento tra Fortnite e il razzismo, il terrorismo, l’islamofobia. Invece neppure questo è servito: e allora godiamoci la danse macabre in forma di cartone animato.

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