Edgar Morin e l’Europa come espiazione

Recentemente mi sono imbattuto in un volumetto di Edgar Morin risalente al 1991, L’Europa nell’era planetaria, scritto in collaborazione con Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti. È uno di quei documenti che testimoniano l’accecamento ideologico (quasi millenaristico) prodotto negli intellettuali dal miraggio dell’Europa unita. In verità non saprei dire chi fra i tre autori abbia scritto cosa, ma in generale tenderei ad addebitare il tutto al “maestro” Morin, più per scrupolo che altro: infatti credo che nessuno gli chiederà mai di chiarire i suoi sogni da visionario non dico con quelli della metafisica, ma almeno con quelli della sociologia. In ogni caso, d’ora in avanti per praticità mi riferirò a un ipotetico autore collettivo del libello identificandolo come “Edgardo Morini” (detto “Sogno”? Sogno europeo, ça va sans dire).

Cosa scrive dunque questo Edgardo Morini? Lasciamo da parte le utopie su una meta-nazione trans-nazionale macro-regionale eccetera eccetera; sorvoliamo pure sulle illusioni che l’Europa Unita all’epoca avrebbe offerto «una via d’uscita praticabile per l’attuale crisi jugoslava» (del senno di poi sono piene le fosse comuni); c’è però un passaggio, a proposito delle motivazioni che dovrebbero ispirare la gloriosa costruzione europea, che mi pare degno di attenzione:

«Nel suo processo di auto-disorganizzazione e di auto-riorganizzazione permanente, l’Europa ha trascinato con sé tutto il mondo. Ha diffuso in tutto il mondo il proprio patrimonio culturale, ma in questo processo di diffusione ha anche arrecato ovunque gravi danni alle culture originali. Il carattere barbaro del suo intervento di civilizzazione è così responsabile della reazione altrettanto barbara di molte culture tradizionali, come l’attuale impressionante reazione del fondamentalismo islamico. L’Europa ha diffuso in tutto il mondo anche i suoi modelli istituzionali, dallo Stato nazionale ai partiti politici, ma lo ha spesso fatto con le concezioni più ristrette e più miopi di questi modelli, ed è quindi responsabile dei totalitarismi che infestano tutto quanto il mondo.
Se oggi ripensiamo a questo rapporto fra l’Europa e il mondo, vediamo tutta la follia e tutta la capacità autocritica dell’Europa: sentiamo l’orgoglio e nello stesso tempo proviamo la vergogna di essere europei.
L’Europa ha cosparso il mondo delle peggiori pesti, delle peggiori epidemie, che derivano dal carattere unilaterale, dominatore e semplificatore dei suoi interventi, dall’esasperazione di tutte le sue tendenze e di tutte le sue realizzazioni storiche.
Oggi abbiamo i mezzi per aiutare il mondo a disinfestarsi da queste pesti, proprio perché abbiamo pagato di persona i danni da esse generate, perché abbiamo vissuto fino in fondo la tragedia dei nazionalismi e dei totalitarismi, e stiamo generando gli antidoti per disinnescare queste minacce. Apprendiamo, così, che il modo migliore per combattere i peggiori nazionalismi consiste nel salvaguardare e nel valorizzare i diritti delle nazioni alla loro conservazione, alla loro espressione, alla loro piena fioritura, attraverso la costruzione di reti cooperative, di associazioni, di confederazioni meta-nazionali. E comprendiamo che il modo migliore per combattere i peggiori fondamentalismi religiosi e spirituali consiste nel salvaguardare e nel valorizzare tutte le religioni e tutti i messaggi spirituali, nel promuovere il loro dialogo, nel lasciare che il loro dialogo riveli la trama profonda che le connette, nel consentire che contribuiscano pienamente al processo di pacificazione degli individui, delle menti, delle coscienze» (pp. 117-118).

Non credo sia mai esistito al mondo un progetto dalle premesse così deprimenti, se non apertamente masochistiche: a questo punto viene il sospetto che pure il terrorismo islamico («reazione barbara di cui è responsabile l’Europa perché è stata ancora più barbara»), faccia parte di tutta questa strana pratica erotico-politica che inevitabilmente deve sfociare nella teologia (perché l’espiazione deve avvenire anche a un livello “religioso e spirituale”).

Tutto ciò mi fa tornare alla mente una frase di Stiglitz che mi ero appuntato per la sua disarmante icasticità: «Tutta la sofferenza in Europa è ancora più tragica perché inutile». E invece no! Grazie a Edgardo Morini abbiamo finalmente compreso che questa sofferenza è necessaria per purgare gli europei dalle proprie colpe. Mi pare che tale argomentazione emerga (a livello “essoterico”, per così dire) soprattutto quando si parla di immigrazione: bisogna emendarsi nei confronti dei Paesi che abbiamo colonizzato, dunque più queste masse africane e arabe sono violente verso gli “indigeni”, più la penitenza è gradita al Moloch europeista (anche perché l’idea di “ricompensare” gli stranieri con un lavoro degnamente retribuito è in contrasto con i precetti economico-religiosi degli attuali filantropi).

Nel caso italiano, poi, la situazione è aggravata dal proverbiale odio-di-sé: come scriveva Arbasino già vent’anni fa (Paesaggi italiani con zombi) «continuamente constatiamo che larghe masse di veri italiani regolarmente trovano così intollerabile la convivenza coi compatrioti da reclamare e provocare ad ogni costo un’invasione di stranieri possibilmente tremendi per far le peggiori vessazioni all’aborrito vicino di casa guelfo, ghibellino, fascista, comunista, settentrionale, meridionale, tifoso rivale».

Era dunque questo lo scopo recondito dell’“Europa”: ottenere una remissione dei peccati a livello collettivo. In una parola: soffrire! Ma perché, a parte Edgardo Morini, intellettuali e politici non sono stati altrettanto espliciti sin dall’inizio? Perché si è continuato a parlare solo di stabilità, integrazione, libera circolazione di beni servizi capitali persone eccetera, e non si dato maggior risalto al tema della sofferenza salvifica e fine a se stessa? Perlomeno le istituzioni europee si sarebbe in tal modo garantite l’unanime e perpetuo sostegno degli italiani…

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