Elenco dei paradisi fiscali

Lista stilata seguendo le direttive del Decreto Ministeriale 4 maggio 1999, con l’aggiunta dei paradisi fiscali riconosciuti da organizzazioni internazionali come l’Oxfam. La black list stilata dall’Unione Europea ne contempla invece meno della metà, escludendo per ovvie ragioni politiche CIPRO, l’IRLANDA, il LUSSEMBURGO e i PAESI BASSI.

ALDERNEY
Alderney (Aurigny in francese), dipendenza della Corona britannica con una popolazione stimata di duemila abitanti (la maggioranza dei quali pensionati), è una delle Isole del Canale facente parte del baliato di Guernsey. La lingua ufficiale è l’inglese e come valuta si usa la sterlina inglese. Il sistema fiscale italiano impone limitazioni ai rapporti economico-commerciali tra le aziende dei due paesi.

ANDORRA
Il Principato di Andorra è uno microstato indipendente al Nord della Spagna e retto da due coprincipi: il vescovo della diocesi spagnola di Urgell e il presidente della Repubblica francese. La capitale Andorra La Vella conta circa 23.000 abitanti ed è sede di numerose filiali spagnole. Il sistema fiscale andorrano non prevede alcuna convenzione internazionale sullo scambio di informazioni e consente di aprire conti cifrati o utilizzando pseudonimi. Lungo tutta la sua storia il Principato ha sempre utilizzato le valute spagnole e francesi, fino all’avvento dell’euro.

ANGUILLA
Territorio Britannico d’Oltremare situato nei Caraibi con una popolazione stimata di 14.000 abitanti. La lingua ufficiale è l’inglese e la valuta il dollaro dei Caraibi Orientali. Nel 2011 ha dovuto introdurre una imposta provvisoria di stabilizzazione del 3% a causa del crescente disavanzo, rinnovata poi anno per anno.

ANTIGUA E BARBUDA
Stato insulare dell’America Centrale caraibica appartenente al Commonwealth, ospita sedi delle più importanti banche internazionale. Il regime fiscale prevede un lunghissimo periodo di tax holidays e la possibilità di rimpatriare tutti i capitali derivanti da royalties, dividendi e profitti senza alcuna tassazione.

ARUBA
Isola-stato delle Antille Olandesi facente parte del Regno dei Paesi Bassi, ha anche importanti legami economici con il Venezuela per via della storica industria raffinatrice del petrolio (che le costò un attacco da parte dei tedeschi durante la Seconda guerra mondiale). La valuta è il fiorino arubano. Lo status ufficiale delle holding è l’Aruba Vrijgestelde Vennootschap (“Società in regime di esenzione”): una AVV può essere registrata solo da chi non risiede nell’isola e non sono obbligate a depositare il proprio bilancio; anche i rispettivi azionisti (sempre non residenti) sono esenti da qualsiasi imposta personale.

BAHAMAS
Arcipelago costituito da circa 700 isole con una popolazione di 240.000 abitanti facente parte del Commonwealth. Nonostante sia un caso da manuale di paradiso fiscale (peraltro molto apprezzato dall’Italia che conta), l’Ecofin ha deciso di escluderlo dalla black list. Alle Bahamas nessuna imposta grava sul reddito personale o delle società e la legislazione è particolarmente severa riguardo la violazione del segreto bancario. Dal 2013 è stata introdotta un’imposta sul valore aggiunto, analoga all’Iva, per risanare le finanze pubbliche.

BAHREIN
Petromonarchia araba nel Golfo Persico costituita da 33 isole, dal 1973 ha creato l’Off-Shore Banking Units, che ha portato centinaia di banche estere a trasferirsi sull’isola. Le concezioni islamiche sulla finanza in questo caso valgono solo per gli orari delle filiali, che sono chiuse il venerdì e lavorano solo il sabato e la domenica: per il resto, nessun’altra limitazione particolare. Il piccolo regno è stato peraltro rimosso dalla “lista nera” dell’Unione Europea.

BARBADOS
Isola-nazione indipendente delle Piccole Antille facente parte del Commonwealth, è il “paradiso” favorito dei canadesi, probabilmente perché seppur il sistema legale sia derivato dal diritto inglese, nella questione degli “investimenti” il Paese segue il Canada Business Corporations Act. La legislazione societaria consente di costituire una società con un singolo azionista e un unico amministratore, le cui assemblee posso tenersi fuori dai confini nazionali e ammettono il “voto a distanza”. I redditi prodotto dalle attività off-shore non sono tassati e le società costituite all’estero possono ottenere lo status di International Business Company, godendo di una tassazione al di sotto del 2,5%.

BELIZE
Il Belize, sulla costa orientale del Centro America, dagli inizio degli anni ’90 è un paradiso fiscale nel senso più puro, perché fornisce un semplice processo di incorporazione per le società offshore, le quali non pagano tasse sui guadagni dall’estero. Il codice tributario considera reddito offshore dividendi, plusvalenze, interessi maturati e profitti. Il Belize non pone restrizioni sui movimenti valutari all’interno e all’esterno del Paese. L’assenza di una politica di controllo valutario fornisce alle società offshore la possibilità di trasferire quantità illimitate di valuta senza obbligo di segnalazione. Il Belize non ha stretto alcun accordo fiscale con altri governi.

BERMUDA
Gruppo di 360 isole nell’Atlantico Settentrionale, di cui solo 20 abitate, scoperte nel 1503 dallo spagnolo Juan Bermudez. Essendo la più antica colonia del Commonwealth, l’ordinamento legale è basato sul diritto inglese. Definito nel 2016 dall’Oxfam come il “miglior paradiso fiscale per multinazionali”, nelle Bermuda non ci sono imposte su profitti, redditi, dividendi, plusvalenze, successioni: l’unica tassa è quella per costituire la società. La maggior parte delle società straniere sono incorporate nel Companies Act del 1981 La costituzione di una exempted company deve essere preceduta da una pubblicazione sulla gazzetta ufficiale e il memorandum deve essere sottoscritto da tre procuratori residenti e dai referenti bancari dei beneficiari. Le società off-shore non possono possedere immobili nel Paese né detenere azioni di società locali, possono disporre di un solo dirigente e un azionista (che possono essere la stessa persona), e nessuno dei due deve essere residente.

BRUNEI
Il Brunei è uno Stato situato sulla costa settentrionale dell’isola del Borneo che ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito il 1° gennaio 1984. Si tratta della quinta nazione più ricca del mondo grazie ai suoi vasti giacimenti di petrolio e gas. Il Sultano, che ricopre oltre al ruolo di Primo ministro anche quelli di Ministro della Difesa e delle Finanze, è il monarca più ricco del mondo con un patrimonio stimato di 20 miliardi di dollari. Il Brunei non ha tasse su reddito, persone fisiche e capital gain, garantisce il segreto bancario, non controlla i cambi e viene considerato estremamente “stabile” dal punto di vista economico e politico.
Il Sultanato è nella black list degli Stati o Territori a regime fiscale privilegiato e dunque i rapporti economici e commerciali tra aziende italiane e soggetti residenti sul territorio sono limitati.

CIPRO
Repubblica dal 1960, ex colonia britannica facente parte del Commonwealth, membro dell’Unione europea dal 2004 e dell’Eurozona dal 2008, l’ordinamento cipriota prevede le stesse strutture societarie del Regno Unito, ma la più diffusa è la “Società in accomandita per azioni” (Private company limited by shares) senza alcun capitale minimo richiesto. Il timido riallineamento ai parametri europei e l’instabilità politica dell’isola (occupata al nord dai turchi), unito agli effetti della crisi del 2008 hanno fatto perdere “lustro” all’isola, anche se tradizionalmente è ancora riconosciuta come uno dei più importanti centri finanziari internazionali.

COSTA RICA
Tra i paradisi fiscali più antichi, la struttura societaria più diffusa è la Sociedad Anonima, senza capitale minimo: tutti i redditi da fonti esterne al territorio sono esentasse e non c’è alcun controllo sulle transizioni. In Italia salì all’onore delle cronache per le vicende legate alla famiglia Zingone, che in Costa Rica fondò il suo impero finanziario.

CURAÇAO
Nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi dopo la dissoluzione delle Antille Olandesi nel 2010, Pur essendo un corporate haven (“paradiso per multinazionali”), che ospita anche la Ikea Holding International, Curaçao aderisce al codice di condotta fiscale dell’Ue. La popolazione è di 180.000 abitanti e la valuta è il fiorino delle Antille olandesi. Tra le altre industrie più fiorenti, la prostituzione.

DOMINICA
Ufficialmente Commonwealth of Dominica, Stato insulare caraibico delle Piccole Antille, dalla metà degli anni ’90 con l’International Business Companies Act è diventato un importante centro finanziario internazionale, attirando capitali britannici, scozzesi e canadesi. La Dominica è finora riuscita a evitare l’inserimento nella lista nera dell’OCSE promettendo riforme normative atte a garantire maggior trasparenza e scambio di informazioni, anche se finora l’unico accordo in tal senso è stato siglato con la sola Polonia.

EMIRATI ARABI UNITI
Anche se negli ultimi anni la monarchia assoluta emiratina, grazie agli enormi profitti provenienti dall’industria estrattiva, è riuscita a trasformarsi in una sorta di “Hong Kong araba” e a offrire numerosi “vantaggi” finanziari (niente iva, niente imposte sul reddito personale e di impresa, capital gain, dividendi e successioni), la sua reputazione tra le organizzazioni di vigilanza internazionale continua a essere buona per la disponibilità allo scambio di informazioni.

ECUADOR
Dopo lo scandalo dei Panama Papers, il Paese ha approvato con un referendum il divieto a politici e dipendenti pubblici di detenere capitali nei paradisi fiscali: questo ad onta del fatto che l’Ecuador stesso sia annoverato nelle varie “liste nere” per la sua politica a favore delle di Free Trade Zones.

FILIPPINE
Dopo aver aderito al Common Reporting Standard (un accordo che promuove lo scambio di informazioni fra i governi) e riformato la legge sul segreto bancario, le Filippine sono ufficialmente uscite dalle black list internazionali.

GIBILTERRA
Colonia britannica dal 1704, ha una delle tassazioni sulle imprese più bassa d’Europa (10%), mentre la tassa sul reddito delle persone fisiche è al 20%. Grazie ai vantaggi fiscali e l’assenza di lungaggini burocratici ha attratto numerose banche internazionali (Barclays, Lloyds, Hispano Commerzbank) ed è il centro internazionale dell’industria delle scommesse online. Il suo status all’interno dell’Unione Europea, specialmente dopo la Brexit, è sempre più incerto (in ogni caso non ha mai aderito ai trattati di Schengen), ma dal 2016 è stata espunta dalla lista nera dei paradisi fiscali per aver stretto accordi bilaterali sulla trasparenza con altri Paesi.

GIBUTI
Ex colonia francese indipendente nel 1977 (ma la moneta nazionale è agganciata al dollaro), è considerata la “Singapore d’Africa” per la sua politica di zone franche pensate principalmente per le società del commercio marittimo .

GRENADA
Grenada, isola caraibica indipendente dal Regno Unito dal 1974, è stata appena depennata dalla “lista nera” dell’UE per il suo atteggiamento collaborativo sul segreto bancario e promosso nella cosiddetta grey list, l’elenco dei Paesi “sotto osservazione”, nonostante continui a sponsorizzare la riservatezza dei servizi finanziari offerti e preveda la famigerata “cittadinanza per investimento” (Citizenship by Investment).

GUATEMALA
Nonostante la politica e le istituzioni nazionali insistano da anni per una riforma della legge sul segreto bancario, il Guatemala finora non ha mai provveduto a garantire la propria disponibilità in caso di operazioni sospette ed è dunque presente ancora in tutte le “liste nere” delle organizzazioni internazionali come Paese a fiscalità privilegiata.

IRLANDA
Riconosciuto solo dall’Oxfam come paradiso fiscale, l’isola è apprezzata particolarmente dalle multinazionali statunitensi, principali azioniste del suo mercato. La tassazione sulle imprese è tra le più basse al mondo (12,5%) e raggiunge percentuali quasi ridicole in virtù di accordi tra lo Stato e le multinazionali (il caso della Apple ha ormai fatto scuola). 

HONG KONG
Ex colonia britannica, dal 1° luglio 1997 ritornata alla Repubblica Popolare Cinese pur mantenendo l’autonomia in materia fiscale ancora per un cinquantennio, oltre all’ordinamento ispirato alla Common law e l’inglese come lingua ufficiale. Hong Kong è rinomata per le sue politiche di bassa tassazione e per l’assenza imposte su plusvalenze, interessi e dividendi per le imprese esportatrici.

ISOLA DI MAN
Situata nel Mare del Nord, di proprietà della Corona ma con statuto di autogoverno, la struttura societaria più diffusa è la Privately held company, che può essere costituita da due soci senza capitale minimo. La legge contempla anche esenzioni fiscali per imprese che installano attività manifatturiere sul territorio.

ISOLE CAYMAN
Piccolo gruppo di isole dei Caraibi facente parte dei territori d’oltremare britannici. L’ordinamento legislativo è basato sulla Common Law. Il fisco italiano l’ha inserita nella lista nera dei regimi privilegiati. La totale assenza di imposte unita alla stabilità politica la rende sede appetibile per le principali banche internazionali (la media è infatti di una filiale ogni 40 abitanti). Una leggenda attribuisce lo status di esentasse all’aiuto che gli autoctoni offrirono a nove navi mercantili britanniche nel 1794, salvando quasi l’intero equipaggio compreso uno dei figli di Giorgio III, che da allora concesse il privilegio agli abitanti dell’isola.

ISOLE COOK
Arcipelago dell’Oceania liberamente associato con la Nuova Zelanda, conta quasi 3000 trust ai quali garantisce anonimato e protezione legale. Nel 2011 ha stretto un accordo bilaterale con l’Italia per lo scambio di informazioni in materia fiscale.

ISOLE DEL CANALE (GUERNSEY & JERSEY & SARK)
Gruppo di isole nel Canale della Manica divise politicamente tra i bailiwick (baliati) di Guernsey e Jersey, appartengono direttamente alla Corona Britannica e non sono vincolate alle direttive europee in materia fiscale, economica e commerciale. La struttura societaria è orientata verso la Limited Liability Company (LCC), che riprende il Company Act britannico risalente alla metà del XIX secolo. Tra le sedi più apprezzate dall’industria finanziaria offshore (compresa la Apple), l’isola custodisce un patrimonio di 1500 miliardi di euro ed è uno dei centri nevralgici delle attività della City londinese. Del gruppo dei paradisi facenti parte delle Isole del Canale (più precisamente del baliato di Guernsey) si annovera anche Sark o Sercq (niente IVA, niente tasse su plusvalenze o successioni), altra dipendenza della Corona Britannica con la quale tuttavia non detiene alcun accordo fiscale.

ISOLE MARSHALL
Stato insulare della Micronesia, dal 1884 al 1919 fu colonia dell’Impero tedesco, poi dei giapponesi, infine degli americani, dai quali ottenne l’indipendenza nel 1979. Le isole non prevedono tassazione per le imprese esportatrici e figurano nella “lista grigia” dell’OCSE e nella “lista nera” italiana.

ISOLE VERGINI BRITANNICHE
Territorio d’oltremare del Regno Unito, autonome dal 1964 nell’ambito del Commonwealth anche se utilizzano il dollaro statunitense come valuta. L’ordinamento societario segue il Company Act britannico del 1885 e obbliga all’inserimento nella ragione sociale di sigle come Royal, Imperial, Municipal o Chartered. Le isole garantiscono zero tasse e massima riservatezza, anche se le autorità rifiutano la qualifica di “paradiso fiscale” considerandosi invece “semplificatori” dei movimenti finanziari.

LABUAN
Isola dell’arcipelago della Malesia dichiarata porto franco nel 1990, punta apertamente ad accreditarsi come alternativa a Hong Kong una volta che la regione verrà definitivamente integrata nel sistema cinese e cesserà di essere un paradiso fiscale. La tassazione sui redditi è al 3%, esclusi dividendi, royalties e interessi da depositi bancari. Non esistono controlli sui movimenti di capitale e in grazia dell’Off-shore Banking Act e dell’Off-shore Insurance Act si possono tenere conti bancari interni in valuta, fornire prestiti e stipulare contratti assicurativi. Si tratta probabilmente dell’unico paradiso fiscale al mondo che in materia fiscale segue la sharia.

LIBANO
Il Libano è presente nella “lista nera” italiana e in quella dell’OCSE perché, nonostante le sue politiche fiscali rispetto ad altri paradisi siano tutto sommato più “moderate” (imposta sul reddito d’impresa al 15% e sul capital gain al 10%, iva al 10%), esso si è rifiutato più volte di collaborare con le istituzioni internazionali in materia di trasparenza bancaria e contrasto all’evasione fiscale.

LIBERIA
Unico paese africano mai colonizzato, nata dall’idea di Madison e Jefferson di ridare una patria agli schiavi liberati, è indipendente dal 1847 ma non ha mai conosciuto la stabilità politica nonostante l’impostazione repubblicana ispirata agli Stati Uniti. La famosa “bandiera liberiana” è un simbolo molto ambito per le navi straniere (circa duemila se ne fregiano). Il Paese offre numerosi vantaggi fiscali alle non-resident domestic corporations, che possono essere costituite seza capitale minimo né statuto sociale.

LIECHTENSTEIN
Principato indipendente dal 1719 ma appartenente all’area monetaria della Svizzera dal 1923, terzo paese più ricco del mondo con più aziende registrate che abitanti. La tassazione societaria è al 12,5%, l’iva è all’8% ma scende al 2,5% con aliquota agevolata. Con l’accordo fiscale del 2015, il Principato è uscito dalla black list italiana.

LUSSEMBURGO
Riconosciuto dall’Oxfam come paradiso fiscale, la legislazione sulle holding che ha garantito un atollo sicuro alle multinazionali di mezzo mondo è stata approvata da Jean-Claude Juncker nelle vesti di Ministro delle Finanze. Il Gran Ducato è comunque stato escluso dalle black list sia dell’Ocse che dell’Italia, principalmente per ovvi motivi politici.

MADERA
Arcipelago nell’Oceano Atlantico appartenente al Portogallo, dal 1989 è un porto franco per aziende e banche straniere, alle quali garantisce importanti agevolazioni fiscali e massima riservatezza sui movimenti di capitale, nonostante “tecnicamente” faccia parte anch’essa dell’Unione Europea. Il paradiso fiscale portoghese pochi anni fa è balzato alle cronache italiane per uno scandalo legato all’azienda Sigma Tau.

MACAO
Colonia portoghese fino al 1999 e ora regione amministrativa a statuto speciale della Cina (al pari di Hong Kong), Macao, oltre a essere la capitale mondiale del gioco d’azzardo, è un porto franco internazionale con il PIL pro capite tra i più alti al mondo. Nonostante ciò, l’Unione Europa nel 2018 l’ha rimossa dalla lista dei paradisi fiscali per il suo atteggiamento cooperativo sullo scambio di informazioni.

MALESIA
La Malesia è considerata un paradiso fiscale per la presenza di Labuan (v.).

MALDIVE
Classico paradiso fiscale (niente tassazione sui redditi né iva), da sempre presente nella black list dell’Agenzia delle Entrate, negli ultimi anni le Maldive hanno ricevuto finanziamenti cinesi nell’ambito del progetto per la nuova Via della Seta che l’hanno portate al dissesto economico.

MALTA
Ex colonia britannica, indipendente dal 1864, primo paradiso fiscale dell’Unione Europea (di cui fa parte, assieme alle Nazioni Unite e ovviamente al Commonwealth), spesso sotto le lenti delle autorità anti-riciclaggio per gli investimenti della criminalità organizzata internazionale sul suo territorio, dopo il crollo dell’economia di Cipro a seguito della crisi del 2008 Malta si è “candidata” ad assumerne il posto come centro finanziario offshore più importante del Vecchio Continente, offrendo anche la possibilità di acquisire la cittadinanza europea comprando (letteralmente) un passaporto maltese.

MAURIZIO
La Repubblica di Mauritius, nell’oceano Indiano, ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1968 e fa parte del Commonwealth. Pur essendo un’economia a bassissimo reddito, le imposte sulle aziende sono al 15%, ma per le società residenze scendono a livelli minimi grazie ad agevolazioni e convenzioni.

MONACO
Principato a sud della Francia, rispetto ai numerosi paradisi fiscali del mondo presenta i vantaggi della collocazione geografica, della stabilità politica, del e sistema infrastrutturale tra i più sviluppati. Montecarlo è sede di una quarantina di filiali di grandi gruppi bancari internazionali, anche se il controllo del settore è di competenza della Banca Centrale francese e il testo legislativo di riferimento è la Loi Bancaire del 1984. I cittadini francesi che hanno ottenuto la cittadinanza del Principato dopo il 1957, secondo un accordo stipulato con Parigi, non possono comunque usufruire dei generosi vantaggi fiscali da esso offerti (iva agevolata, l’assenza di un’imposta sul reddito per le persone fisiche, sui profitti della società risedienti e sulle successioni o donazioni).

MONTSERRAT
Isola delle Piccole Antille scoperta da Colombo nel 1493 e battezzata in onore del Santuario catalano, colonizzata in seguito dagli inglesi, poi dai francesi e tornata al Regno Unito dal 1784. La legge applicata è la Common Law e il modello societario è basato sull’International Business Company, composta da una sola persona fisica ed esente da imposta sul reddito.

NAURU
La Repubblica di Nauru, tra gli Stati più piccoli al mondo, indipendente dall’Australia dal 1968, ha un reddito elevato grazie ai suoi giacimenti di fosfati e gestisce tramite agenzie nazionali le holding che la scelgono come paradiso fiscale. Si trova nelle liste nere di numerose organizzazioni internazionali per la vendita di passaporti e il favoreggiamento del riciclaggio di denaro sporco, in particolare dei proventi della criminalità organizzata russa, una eventualità che l’ha posta anche al centro di uno scontro geopolitico tra le grandi potenze, con gli Stati Uniti impegnati a sopprimere senza successo il regime di paradiso fiscale tramite accordi e investimenti.

NIUE
Stato insulare dell’Oceano Pacifico, dal 1974 in “libera associazione” con la Nuova Zelanda. Negli anni ’90 per trasformarsi in un paradiso fiscale Niue si è avvantaggia nientedimeno che della famigerata Mossack Fonseca, lo studio legale panamense chiuso nel 2018 dopo lo scandalo dei Panama Papers, il quale la aiutata a stilare una legislazione atta a favorire la finanza offshore. In seguito a tale iniziativa congiuntiva tra paradisi fiscali, il Dipartimento di Stato americano nel 2001 ha imposto il divieto alle sue banche di inviare denaro all’isola.

OMAN
Protettorato del Regno Unito fino al 1971, il Sultanato dell’Oman compare nella black list dell’Ue per non aver aderito agli accordi internazionali sullo scambio di informazioni e la trasparenza. Nel 2009 ha stretto un accordo con gli Stati Uniti per eliminare i dazi e rafforzare il segreto bancario degli investitori. Le imposte sulle aziende sono al 15%.

PANAMA
Stato dell’America centrale il cui ordinamento legale si basa sulla Civil Law americana, mentre la legislazione societaria deriva dal modello “Delaware”, quello dal 1927 ha favorito l’esodo di molte aziende americane nel Paese. La struttura prediletta è la Sociedad Anonima (minimo due soci di qualsiasi società) e non sono tassati i redditi di provenienza off-shore. Panama non ha stretto trattati contro la doppia imposizione con nessuno Stato, perciò non ha alcun obbligo di fornire informazioni e nche per questo figura nella “lista grigia” dell’OCSE. Nel 2016 è stato al centro dello scandalo noto come Panama Papers, fuga di informazioni dagli archivi dello studio Mossack Fonseca sui titolari di società offshore.

PAESI BASSI
Riconosciuto come paradiso fiscale dall’Oxfam ma non dall’Unione Europea per ovvi motivi politici (dal 2016 ha anche assunto la presidenza di turno), è uno dei tax haven più importanti al mondo anche perché il governo favorisce la presenza delle multinazionali con incentivi fiscali di vario tipo. Soprattutto a essere invitante per i giganti del BigTech, aziende come Fca (che non a caso ha stabilito la sua sede ad Amsterdam) o addirittura gruppi musicali (U2 e Rolling Stones) è la possibilità di concordare, tramite accordo segreto, un trattamento fiscale privilegiato col Ministero delle Finanze. Recentemente consulenti legali olandesi hanno tenuto corsi all’ambasciata di Kiev per istruire gli imprenditori come spostare le proprie attività nei Paesi Bassi.

POLINESIA FRANCESE
Collettività d’oltremare della Repubblica francese nell’Oceano Pacifico composta da 118 isole (di cui solo 67 abitate), il suo sistema fiscale è caratterizzato dall’assenza di imposta sul reddito delle persone fisiche, di imposte sul patrimonio e di imposte di successione. Dipende quasi in tutto, dall’amministrazione pubblica alla difesa, dalla Francia, che la utilizza come è noto anche per test nucleari.

SAINT KITTS E NEVIS
Stato insulare formato da due isole delle Piccole Antille, Saint Kitts (o Saint Christopher) e Nevis, indipendente dal Regno Unito dal Regno Unito dal 1983 e parte del Commonwealth, garantisce totale esenzione fiscale alle aziende che fanno affari solo all’estero. Dal 2010 ha intrapreso un percorso di adeguamento agli standard internazionali sulla trasparenza, con il Value Added Tax Act (che ha introdotto una IVA al 17%) e altre iniziative che gli hanno consentito di uscire dalla “lista nera” dell’OCSE (ma non da quella italiana).

SAINT LUCIA
Stato insulare delle Piccole Antille, indipendente dal Regno Unito dal 1979, fa parte del Commonwealth, il modello è la International Business Companies che gode di tutti i benefici classici dell’attività offshore: esenzione dalle imposte, segretezza, nessun numero minimo di azionisti.

SAINT VINCENT E GRENADINE
Stato insulare delle Piccole Antille, indipendente dal Regno Unito dal 1979, parte del Commonwealth, il sistema legale è basato sulla Common Law. Nessuna imposta sulle plusvalenze, ritenuta fiscale o controllo sui cambi. In seguito ad alcuni scandali finanziari che hanno coinvolto negli ultimi anni la Millenium Bank, le autorità dell’isola hanno iniziati un percorso di adesione agli standard internazionali sulla trasparenza.

SAMOA
Stato insulare dell’Oceania indipendente dal 1962 dalla Nuova Zelanda, è presente nella “lista nera” dell’Unione Europea per non aver rispettato gli obblighi di conformità al Codice di condotta del Consiglio europeo sulla tassazione. È uno dei paradisi fiscali più zelanti nella difesa del segreto bancario e pur non essendo tra i più “quotati” garantisce comunque stabilità politica. pare molto apprezzato dalle aziende cinesi.

SAN MARINO
Serenissima Repubblica sull’Adriatico, piccolo Stato dentro lo Stato Italiano (ma non appartenente all’Ue), negli anni ’80 tramite un accordo internazionale riuscì a svincolare le proprie banche dal controllo di Banca d’Italia. Per lungo tempo è stato il paradiso fiscale privilegiato di molte aziende italiane, grazie ai “servizi” offerti: pressione fiscale al 24%, ritenuta sugli interessi al 13%, possibilità di evadere il versamento dell’IVA a Roma con semplici “giochetti” import-export. Nel corso degli anni San Marino tuttavia ha rivisto le sue leggi sulla segretezza e lo scambio di informazioni agli standard dell’OCSE, il che gli ha consentito nel 2014 di uscire anche dalla black list italiana.

SEYCHELLES
Stato insulare dell’Oceano Indiano, indipendente dal 1976 dal Regno Unito, zona franca per imprese straniere, con il Seychelles International Business Companies Act del 1994 hanno istituto il modello societario esentasse omonimo che nel corso degli anni ha attirato nell’arcipelago oltre centomila IBC.

SINGAPORE
Città-Stato del sud-est asiatico appartenente al Commonwealth, ambisce al posto di “Svizzera dell’Asia” garantendo aliquote bassissime su qualsiasi tipo di reddito e niente imposte sul capital gain, oltre che stabilità politica e crescita economica. Si tratta di uno dei paradisi a più rapida crescita (negli ultimi vent’anni ha decuplicato il traffico finanziario), che tutttavi ha dimostrato di voler collaborare alle iniziative internazionali sulla trasparenza, stringendo nel 2016 un accordo con l’Italia sullo scambio di informazioni.

SINT MARTEEN
Sint Maarten è una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi assieme a Aruba (v.) e Curaçao (v.). Fa parte delle Piccole Antille e la sua parte settentrionale è dipendenza francese. Gli incentivi e la tassazione seguono la linea olandese, compreso il rispetto degli standard stabiliti dall’OCSE e dall’Unione Europea, cosa che consente all’isola di restare fuori dalle liste nere come la nazione da cui dipende.

SVIZZERA
Negli ultimi anni la Svizzera ha intrapreso una serie di riforma per venire incontro alla (blanda) “stretta” europea sui paradisi fiscali, anche se attualmente rientra ancora nella “lista grigia” (quella dei Paesi sotto osservazioni): in ogni caso la nazione elvetica resta ancora un luogo eletto per la finanza internazionale (il suo “portafoglio” detiene un terzo della ricchezza offshore mondiale), anche grazie alla sua rigorosa fedeltà al segreto bancario. Inoltre, la pressione fiscale al 25% la rende meta apprezzabile per molti italiani, nonostante Roma abbia stretto nel 2017 un accordo sulla trasparenza che fa uscire Berna dalla black list nazionale.

TAIWAN
L’isola di Formosa è presente nella black list italiana come Stato a regime fiscale privilegiato, mentre l’OCSE nel 2018 ha riconosciuto il progressivo  allineamento al Common Reporting Standard, l’accordo sullo scambio di informazioni. Taiwan ha una fiscalità agevolata per gli investitori esteri (tassazione fissa al 17%) ma il suo status di paradiso fiscale rimane di basso profilo di fronte alla concorrenza regionale di “giganti” quali Hong Kong e Singapore. Ultimamente è entrata nel mirino delle autorità anti-riciclaggio asiatiche, in particolare riguardo ai capitali cinesi (che continuano a fluire nonostante l’annosa diatriba politica).

TONGA
Stato insulare della Polinesia indipendente dal Regno Unito dal 1970, a partire dal 2000 ha dato il via a una serie di riforme legislative che hanno permesso la sua cancellazione dalla lista nera dell’OCSE. Resta però in quella italiana, per la tassazione agevolata verso le imprese straniere.

TRINIDAD E TOBAGO
Indipendenti dal Regno Unito dal 1962, parte del Commonwealth, le isole gemelle Trinidad e Tobago sono considerate un paradiso fiscale dall’OCSE per la mancanza di collaborazione in materia di trasparenza, mentre non è presente nella lista nera italiana, in virtù un accordo bilaterale contro le doppie imposizioni con l’Italia risalente al 1971.

TURKS E CAICOS
Due isole separate da uno stretto, hanno ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1962. L’ordinamento legale è basato sulla Common law britannica, mentre la moneta è il dollaro statunitense. Dal 1981 l’arcipelago ha istituito le Extemped companies, società da un solo socio con un capitale minimo di 5000 dollari che godono di un regime fiscale speciale rispetto alle aziende ordinarie (nesuna tassazione sui redditi da attività off-shore). Le isole Turks e Caicos sono ultimamente entrate nel mirino delle autorità britannica per attività sospette legate al riciclaggio di denaro sporco. In Italia sono balzate agli onori delle cronache per l’affaire spionistico dei fratelli Occhionero.

TUVALU
Nazione insulare polinesiana indipendente dal Regno Unito dal 1978 e parte del Commonwealth, è nella “lista nera” italiana. Il Tuvalu Trust Fund è gonfiato dagli investimenti stranieri (prevalentemente di origine australiana) e non rappresenta l’economica del Paese, estremamente povera. Tra i vari “servizi” offerti dall’isola, anche la possibilità di comprare un passaporto.

URUGUAY
L’Uruguay rientra nella “lista nera” italiana come paradiso fiscale. La struttura societaria d’elezione è la Sociedad Anonima e i governi (sia di destra che sinistra) sono estremamente favorevoli alle Free Trade Zones e agli investimenti stanieri, considerandoli addirittura un “interesse nazionale” quando indirizzati al fiorente settore agricolo. L’imposta sulle società è al 25% mentre l’IVA varia dal 18% al 10% a seconda delle agevolazioni. Nel 2009 l’OCSE ha depennato la nazione sudamericana dalla lista nera per l’adesione agli standard di trasparenza e scambio di informazioni in materia fiscale.

VANUATU
Isola del Pacifico Occidentale che ha ottenuto indipendenza nel 1980 sia dall’Inghilterra che dalla Francia, L’ordinamento legale è di tipo britannico, la struttura societaria (esentasse) è l’Extempted secret company, divisa nei tipi “francese” (solo ad uso locale) e “britannico” (internazionale).

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