Eliminare lo “scaffale Adelphi”

D’ora in avanti dalle mie parti non sarà più consentito di accostare indecorosamente due o più volumi Adelphi sullo stesso scaffale, con le eccezioni dell’Austria-Ungheria (su quella m’ha fregato, non c’è che dire) e delle opere dello stesso Calasso: in effetti dove collocarle al di fuori di Adelphi? Scaffale “esoterismo”, scaffale “massoneria” oppure “new age”? (Quello di filosofia o, peggio, di filosofia italiana, proprio no, a meno di non creare un sottoinsieme “pitagorico”). Non vorrei si rendesse necessaria dedicare un reparto speciale alla “sfiga”, un loculo appartato ove far confluire, oltre al buon Calasso, Bolaño, Ceronetti, Cioran, Manganelli, Sgalambro… Anche se così si rischia di far rinascere lo scaffale senza accorgersene (il serpente di libri cambia pelle per sopravvivere).

Il resto invece è agevolmente deportabile: gli ebrei con gli ebrei (da Bloy a Hillesum, da Buber a Scholem ecc…), i russi con i russi, Heidegger-Nietzsche/Colli-Severino etc. tutti a coppie, ma… Adolf Loos, per esempio? Anche lui Austria-Ungheria (già monopolio adelphico) o “Architettura”? E Kundera, smerciato come nativo della Boemia? Situazione kafkiana? Sarà uno stravolgimento epocale!

Per le Memorie di una maîtresse americana ho già dovuto “decostruire” lo scaffale Femminismo dando a intendere, in maniera non troppo implicita, la mia opinione su tale corrente culturale. Del resto anche una biblioteca serve per comunicare: io lo scaffale Adelphi ce l’avevo per impressionare le femmine, mica per altro (sono gli unici libri di uguale altezza che puoi tenere vicini senza sembrare un povero, come si diceva nel 2002). Alla fine però l’unica curiosità che stimolava in loro era sempre la stessa: «Ma li hai letti tutti?». Le risposte, anche interessate, non funzionavano mai; per esempio:

a) «No, perché spesso li do in prestito o li regalo, dato che mi piace condividere tutto di me stesso, non soltanto i libri»;
«b) Sì, ma ultimamente ho sviluppato nuovi interessi paralleli alla lettura».

Nonostante tutto il battage pubblicitario per far diventare gli Adelphi “i libri dello spegnimento delle luci” (soprattutto a livello cinematografico), alla fine per esperienza ho capito che non si possono “spegnere le luci” in presenza di uno scaffale calassiano se non si è come minimo in una quindicina (tutti uomini, naturalmente) e non si aderisce collettivamente a una setta, una congrega, o almeno a un sistema condiviso di superstizioni e gesti apotropaici. Vogliamo ridurre il sabbatianesimo a una borghesissima “cuccata”? Allora tanto vale recuperare il caro vecchio “Metodo Tarkovskij” (cioè quello utilizzato dal protagonista di Sacrificio per portarsi a letto la strega); non funziona mai, ma è meno claustrofobico.

Dopo lo sfollamento ho provveduto a riempire provvisoriamente lo spazio con una selezione di volumi nazifascisti e/o a tema bellico, così magari l’antifona è più chiara (rappresenta anche una raffinata operazione culturale di trasvalutazione della trasvalutazione e, a livello più pratico, di inversione dell’inversione):

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