Emergenza bamboccioni

I giornali all’unisono hanno ricominciato a parlare degli italiani che vivono con i genitori fino a cent’anni: anche a costo di sembrare paranoico, comincio a intravedere una correlazione tra questo tipo di notizie (la storia dei “bamboccioni” che salta sempre fuori al momento opportuno) e l’avvento dell’ennesima stangata da presentare come sprone al miglioramento delle nostre vite. In fondo, se il governo imponesse una nuova e filantropica patrimoniale, forse i vecchiacci perderebbero finalmente la casa e il bamboccione si ritroverebbe a spasso, disposto ad accettare qualsiasi lavoro (don’t be choosy, motherfucker!).

Fino a vent’anni questi allarmi mi suscitavano giganteschi sensi di colpa; oggi però di vivere ancora con i miei non riesco più a vergognarmi. Anzi, comincio addirittura a sentirmi privilegiato, e anche questo è un pericolo (perché se persino la casa dei genitori diventa un privilegio, allora è vero che ci vogliono più tasse: facciamoli muovere questi capitali immobilizzati!). Nel mio caso particolare, poi, si aggiunge l’aggravante che se uscissi dal condominio in cui vivo, finirei comunque per cacciarmi in un falansterio ancor più fetente e rumoroso. Quindi anche da una prospettiva modesta come quella del sottoscritto, non si intravede la minima possibilità di un miglioramento; semmai si ha quasi l’assoluta certezza che la propria vita peggiorerà sempre e comunque: i lavoretti sottopagati diventeranno un obbligo, il dolore ai denti te lo dovrai tenere fino a farci l’abitudine, non avrai più nemmeno il tempo di scrivere sul blog (ditemi se non è una tragedia).

Poi c’è anche un lato più irritante, che è stato notato da pochi (a livello mainstream, solo da Maurizio Battista), ed è il fatto che l’imposizione di uscire di casa sostanzialmente è rivolta solo al maschio. Anche se siamo in un’epoca di femminismo imperante, è ancora degli uomini l’obbligo di portare a casa il pane (bring home the bacon), in sostanza di guadagnare sempre di più della propria consorte. In aggiunta a ciò, al povero “bamboccione” è richiesta anche l’acquisizione competenze nel lavaggio di panni e nella stiratura degli stessi che, obiettivamente, trasformano l’esodo dalla cameretta in un passaggio sotto le forche caudine.

Un po’ di tempo fa mi è capitato di leggere un interessante commento sulla spinosa questione da parte di uno di quei blogger maschilisti che mi diverto a scovare per l’internet. È un pezzo di tale “Homodous” e si intitola W Peter Pan (12 aprile 2014). Lo riporto qui di seguito perché temo che, come al solito che queste perle di saggezza scompaiano dal web (spero che l’autore non si adonti per alcuni tagli ed edulcorazioni, ma da queste parti si cerca di evitare qualsiasi allusione sessuale, non per bigottismo ma solo per non alimentare le visite da parte dei maniaci che alterano le statistiche; ho anche tolto i riferimenti interni a suoi articoli perché in fondo ognuno può leggerlo ancora nella versione originale):

«Molti di voi hanno visto sicuramente diversi articoli sulla sindrome di Peter Pan […]. Ovviamente, questo risulta come un enorme problema per le [femministe] abituate ad avere tutto, fregarsene di tutto, e rendersi conto che dopo aver succhiato e scopato a destra e a manca, non riescono a trovare un coglione disposto a sposarle ed a donarle tutto quello che vogliono. Poveriiine… indifese, sole…  vengono lasciate a se stesse, perché noi uomini siamo degli eterni Peter Pan e abbiamo scelto di tenerci la nostra libertà anziché la certa schiavitù matrimoniale o il sempre più probabile divorzio – allontanandoci da relazioni impegnative.
Secondo le donne e i loro cavalier zerbenti, non ci sono più gli uomini di una volta ed il cielo sta cadendo, ed indovinate di chi è la colpa?? E te pareva.. ci risiamo! che pena che mi fanno, anzi no! ci godo parecchio e me la rido! Grasse risate!
Naturalmente, chi segue questo ed altri blog in rete, comprende benissimo che questo altro non è se non uno delle tante tattiche denigratorie femministe destinato agli uomini affinché provino vergogna […], un invito coatto a ritornare nei loro ruoli di eunuchi, zerbini contribuenti che muoiono in media sette anni prima delle [donne] e che servano lo stato che li manda più tardi in pensione.
Gli Uomini Scapoli – non gli zerbini – sono pericolosi per il Sistema Dominante, perché? Semplice, perché sono anticonformisti, non credono nel matrimonio perché hanno imparato cosa esso sia diventato ormai nella nostra corrotta società, hanno capito che per loro non c’è nulla nell’attuale matrimonio 2.0, e se alcuni eroi zerbini continuano imperterriti a sposarsi perché vogliono dei figli, capiranno dopo il sempre più probabile divorzio, che neanche quelli sono rimasti come valido motivo per un matrimonio, domandatelo ai tanti divorziati quante volte possono vederli ed a che condizioni.
Gli uomini scapoli non sostengono il sistema capitalistico con enormi rate del mutuo e con indebitamenti consistenti a cui va inevitabilmente incontro un medio zerbino ammogliato, non a caso ultimamente il prezzo degli immobili è crollato un po’ ovunque in Italia, e non a caso ormai i debiti sono contratti esclusivamente da ammogliati zerbini, fortunatamente gli uomini cominciano a capire che non vale la pena sposarsi e comprare casa per qualcuna che, svegliandosi un mattino, decida che tu debba andartene affanculo, lasciandogli tutto; complice la mancanza cronica di posti di lavoro in Italia, questo trend sicuramente non finirà molto presto, anzi, attualmente i single tramite le tasse, pagano indirettamente gli errori – calcolati o meno – delle mamme single, ed in futuro non mi meraviglierei affatto se venissero emanate nuove leggi pro-vulva.
La nostra corrotta e sterile società italica, come molte altre europee e non, è un organismo che cerca di autoregolarsi, ecco perché si cerca di proporre il matrimonio anche se palesemente pro-donna, ma oggi, anche un fesso nel cuore, batoste dopo batoste, capisce che il matrimonio odierno, persino una semplice convivenza, è perfettamente sconveniente per l’uomo medio che abbia un po’ di istruzione sulla legislazione civile inerente il divorzio.
Le donne, libere di saltare [di letto in letto], alla soglia dei 40 anni, stanno cercando delle motivazioni sul perché gli uomini non vogliano impegnarsi nel matrimonio, nonostante le risposte stiano dinanzi al loro naso all’insù, ma non vogliono vederle, sarebbe un clamoroso autogol per le indefesse principesse […]. E cosi danno la colpa, come al solito, agli uomini… Gli eterni Peter Pan!
[…] La società, cosi come le donne, è interessata agli uomini solo per la loro capacità di lavorare, pagare le bollette, mutui, consumare, fornire servizi e propagare la specie plebea a norma di leggi nazifemministe, in modo tale che vi siano sempre schiavi che forniscano manodopera a basso costo, che consumi, scevri di valori sociali, disponibile per servire il sistema corrotto, i privilegiati e le donne.
Il naturale rigetto verso il matrimonio 2.0 da parte dei veri uomini fa parte del sistema causa-effetto che troviamo in altri ambiti, è naturale come quando senti un odore sgradevole, o il disgusto per un qualsiasi cibo avariato, è un naturale istinto biologico, una sorta di allarme che ti dice “Pericolo!” e in tutto ciò non c’è nulla che possa riflettersi sulla creatura fantastica dello scrittore scozzese James Matthew Barrie, si tratta di una reazione naturale dinanzi alla ragione […].
Concludendo, la cosa migliore che puoi fare quando le [femministe] si lamentano degli uomini, additandoli come degli eterni Peter Pan, oppure se ti indicano come tale, mandale a fare in culo dopo avergli propinato una fragorosa risata  e volate liberi nella vostra esistenza lieti della vostra libertà verso l’isola che c’è… altrove!»

Non posso condividere fino in fondo la sua visione, perché sono ancora cattolico (mah), ho tante amiche donne, sono una persona sensibile (è vero), eccetera. Però mi domando quale significato oggi abbia assunto il matrimonio, un’istituzione fondamentale per la civiltà, oggi ridotta a niente. Anche dal punto di vista evolutivo, del resto, il matrimonio ha il suo perché; come scrive Luigi Zoja,  «l’avvento di una spartizione monogamica delle femmine libera il maschio dal costante affanno dell’accoppiamento, assegnandogli energie con cui sviluppare finalmente attrezzi o regole civili».

Con la sua “dissoluzione” viene reintrodotto un elemento di competizione che rischia di estendersi a tutti i “contratti” sociali e individuali,  togliendo a essi caratteri della stabilità e della durata. L’unico deterrente rimasto, a ben vedere, è quella forma mentis da provinciale sazio e disperato, un patetico “passaggio di consegne” piccolo-borghese che, in un’epoca in cui è scomparso ogni substrato sociale, economico e anche etico a sorreggerlo, si trasforma in una disperata resistenza: per non correre il rischio di separazione, i due coniugi dovrebbero ridursi a un livello di mediocrità tale da impedire a entrambi di aspirare a qualcosa di meglio (non è un caso che il tema dell’adulterio sia quasi scomparso da romanzetti e telefilm).

Non esistono quasi più le condizioni oggettive per maritarsi: la coppia sposata è in posizione di assoluta inferiorità rispetto alle altre forme di convivenza. Quand’anche i coniugi fossero stati educati all’insegna dell’altruismo e del rispetto reciproco, ci penserebbe la società stessa a rincretinirli con dosi quotidiane di giovanilismo esasperato, elogi dell’infantilismo, apologie dell’irresponsabilità.

Questa digressione su matrimonio e divorzio in realtà si sarebbe potuta riassumere in un noto adagio popolare: Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non è solo la democrazia essere “inefficiente” (come spesso capita di sentire dagli odierni “riformisti”), ma anche i “diritti civili” di ogni sorta. Questa idea di voler ristabilire una sorta di “tassa sul celibato” con vari espedienti retorici e fiscali è piuttosto squallida. Visto che siamo in democrazia, qualcuno dovrebbe almeno provare a persuadere il bamboccione che una volta uscito di casa egli diventerà magicamente «una persona più bella nella mente e nell’animo» (come faceva uno slogan in auge nell’Unione Sovietica).

Dal momento che gli argomenti scarseggiano a ogni livello (anche quello antropologico: non è connaturato all’essere umano “andar via di casa”, è una cosa che capita nei Paesi in cui il welfare allarga la nozione di “clan” o “tribù” all’intera società), si punta tutto sul senso di colpa: “Esci di casa, sfigato!”. Ed ecco saltar fuori epiteti strabilianti per un’epoca in cui è obbligatorio rispettare qualsiasi sensibilità: “bamboccione”,  “principino”, “fancazzista”, “mantenuto”, “fannullone”. Alla fine uno si trova costretto a rispondere: “Obbligatemi!”, e il governo subito interviene: sei finito in mezzo una strada ma l’hai voluto tu!

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