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Esiste uno studio su quanti predatori sessuali si annidano tra gli uomini che si definiscono “femministi”?

Questione micidiale che mi viene posta dal carissimo Giovan Maria Catalan Belmonte: Esiste uno studio su quanti predatori sessuali si annidano tra gli uomini che si definiscono “femministi”?

In effetti no, uno studio non c’è, o perlomeno io non lo conosco -anzi, mi stupirei della sua esistenza-: qualche commentatore arguto rievoca una vignetta del disegnatore statunitense Stone Toss, nella quale il “femministo” viene paragonato a un predatore in incognito.

Il fenomeno sembra in ogni caso molto diffuso: un caso eclatante è quello del patrocinatore della “mascolinità positiva”, il sociologo Michael Kimmel, il cui Centro per lo studio degli uomini e della mascolinità della Stony Brook University è stato a lungo citato dai gestori di Reddit come una sorta di “centro di recupero” per le comunità maschiliste bandite dalla piattaforma.

Il problema è che lo stesso Kimmel, “eminent sociologist and high profile women’s rights campaigner”, nel 2018 è stato accusato di molestie da alcune studentesse e cacciato da un’importante associazione per la parità di genere di cui faceva parte (ovviamente prima che le accuse venissero provate). Una ex studentessa per esempio ha denunciato le continue avances a cui il professore l’avrebbe sottoposta mentre seguiva il suo corso, ricordando che il “femminista” continuasse comunque a rassicurarla sul fatto che, pur avendo un eccellente aspetto fisico, avrebbe dovuto “lavorare sodo per dimostrare di aver raggiunto la sua posizione grazie ai suoi talenti accademici, e non perché andava a letto con qualcuno”.

Un’altra ex studentessa, Bethany Coston, ora “assistant professor of gender, sexuality and women’s studies” alla Virginia Commonwealth University, ha accusato Kimmel di comportamenti sessisti (tra i quali far lavorare le donne gratis) e di atteggiamenti omofobici e transfobici, cioè di “mancanza di rispetto per chiunque tranne che per gli uomini eterosessuali cisgender”.

D’altro canto il famigerato #metoo, che doveva rappresentare il sexgate dell’era Trump, si è sgonfiato in tempo record una volta emerso che la maggior parte dei molestatori faceva parte del gotha della ginecofilia mainstream (lo stesso Harvey Weinstein si definiva letteralmente “il più grande femminista di tutti i tempi”).

La cultura popolare ironizza spesso sul tema, come a manifestare l’esistenza di una “regola non scritta” che sospetta dietro al maschio troppo zelante riguardo i diritti delle donne il solito maniaco in incognito. Ai tempi d’oro della Trump Wave l’opinionista Milo Yiannopoulos (ormai caduto in disgrazia soprattutto per l’accanimento mediatico nei suoi confronti) fece un’osservazione ficcante, che più o meno suonava così: “Come i pedofili si camuffano da preti, pediatri e allenatori per approcciare il maggior numero di bambini, così gli stupratori cercano di infiltrarsi nei gruppi femministi proprio perché sanno che lì troveranno le donne”.

Le femministe dichiarate del resto esprimono ripetutamente il loro disgusto nei confronti dei “femministi”. Come ha sostenuto sul Guardian la spogliarellista e scrittrice (sic) australiana Kate Iselin,

«Gli uomini in cerca di una relazione “femminista” tendono a rientrare in due categorie: 1) quelli che usano la nostra attrazione come segno di approvazione e cercano “trofei” per lavarsi la coscienza dai loro atteggiamenti machisti; 2) veri predatori sessuali che usano qualche frasetta per mirare a ogni giovane donna che condivida il concetto di sex-positivity. […] Ho pranzato con un uomo la cui apertura verso il sesso e la sessualità mi ha colpito, finché non ho rifiutato la sua offerta per una sveltina pomeridiana: la sua reazione mi ha fatto capire che il suo femminismo non contemplava la mia “frigidità”. Poi c’era quell’altro che mi inviava messaggi ogni due giorni per chiedere la mia opinione femminista su tutto, dalle decorazioni vaginali all’autobiografia di Lena Dunham. Quando finalmente gli chiesi di placare i suoi bollenti spiriti, si è arrabbiato dicendomi che avrei dovuto ringraziarlo per le sue continue domande e di considerarmi fortunata che un uomo volesse ascoltare la mia opinione».

Solitamente le testimonianze di “esibizionismo morale”, come lo definiscono gli anglosassoni (virtue signalling), si traducono in atteggiamenti privati all’esatto opposto: così come non è difficile immaginare (per assurdo) il caso di una star dell’anti-corruzione che riceve mazzette per piazzare qualcuno nella sua task force, allo stesso modo il maschio che insulta tutti gli altri maschi perché “potenzialmente stupratori” probabilmente andrebbe tenuto a distanza di sicurezza da studentesse di ogni età.

Tutto ciò è naturalmente incastonato anche nella cultura popolare italiana, come dimostrano motti tradizionali quali “Predicare bene e razzolare male” oppure “Fa’ quello che il prete dice, non quello che il prete fa”, ma uno studio vero e proprio dubito riuscirà a emergere, anche se sarebbe facilissimo condurlo. Basterebbe, appunto, farsi un giro su Twitter…

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