Essere figlio di una femminista

Julie Burchill è una giornalista britannica che si definisce “femminista militante”. È un personaggio imbarazzante, una lolcow ante-litteram la cui produzione scritta è talmente insignificante da non meritare alcun approfondimento. La introduciamo qui solo per un suo pezzo del 16 ottobre 1999 per il “Guardian” sul suicidio maschile, nel quale, col suo stile sgradevole e insopportabile, tra una battutina e l’altra, esprimeva talune illuminanti considerazioni:

«La questione non è che i ragazzi si suicidino più frequentemente delle ragazze. In effetti, il più insensibile tra noi direbbe che non è male per i maschi aver trovato finalmente qualcosa in cui sono più bravi delle donne».

«L’ultima volta che ho affermato che i suicidi dovessero essere lasciati liberi di portare a termine i loro intenti, ho ricevuto qualche lettera da persone i cui figli si erano suicidati, le quali pretendevano delle scuse. Questa volta possono risparmiare sui francobolli perché li avviso già che non me ne frega nulla».

Bene, nel 2015 uno dei figli che la femminista ha avuto dalle sue numerose relazioni (tra le quali compare un toyboy esibito come “trofeo” sulla stampa) si è suicidato all’età di 29 anni. La stessa Burchill ha raccontato di aver cacciato di casa il figlio per problemi di droga e di non averlo rivisto per almeno un anno prima di aver saputo del suo suicidio, né di essere andata al suo funerale (“Dopo aver fatto per tutta la vita la psicologa, il bancomat e la cameriera di mio figlio, ne ho avuto abbastanza”).

Per il resto, non ha fatto che buttare in polemica la morte del secondogenito lamentando, sulle colonne del “Times”, il fatto che lo Stato non costringesse i malati mentali a prendere antidepressivi (“che si fottano i diritti umani”). Non una parola sulla sua ferrea convinzione che le tendenze suicide dovessero essere assecondate, per non dire della sparata misandrica di cui sopra – ma non vogliamo maramaldeggiare. Tuttavia non si può fare a meno di interpretare questa storia come una “lezione” su cosa significhi essere figli di una vera femminista…

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