Perché l’Europa è diventata un cesso

Katie Hopkins è una giornalista britannica conservatrice nota in patria per le sue opinioni classiste, razziste, sessiste, islamofobiche ecc… In effetti non è la persona più adatta con cui instaurare una conversazione piacevole e costruttiva, tuttavia su molte posizioni si è costretti a darle ragione. Per esempio, in uno dei suoi ultimi interventi ha descritto la Polonia come “una delle nazioni più sicure dell’Europa” e Varsavia come “la Parigi dei bei tempi, prima che diventasse un cesso del terzo mondo” (l’espressione shithole country, attribuita indebitamente a Trump ‏–che non l’hai mai pronunciata!‏– è comunque diventata un leitmotiv della destra anglofona).

Il confronto tra le capitali del famigerato Gruppo di Visegrád e quelle dell’Europa Occidentale è obiettivamente impietoso: chi ha visitato Londra, Parigi o Bruxelles da quando l’Unione è diventata realtà (magari a intervalli di 4-5 anni) non può non essersi reso conto della progressiva decadenza a cui sono andate incontro queste città, una volta luoghi eletti del savoir-vivre.

Ovviamente tra le cause principali del degrado viene posta l’immigrazione, perché è il primo problema che salta agli occhi: tuttavia un dato che bisogna rilevare è che anche Varsavia è una città multietnica. La cosa non viene mai sottolineata in primo luogo perché, essendo bianchi, gli stranieri non vengono percepiti come tali: eppure nella capitale polacca non è difficile imbattersi quotidianamente in ucraini, lituani, bielorussi, slovacchi e cechi. In particolare per il primo gruppo, il governo polacco ha fatto davvero tanto per aiutare l’Unione ad accogliere i rifugiati dalle zone invase dall’esercito russo, ma tale sforzo non è stato mai riconosciuto, anzi si è continuato a calunniare i polacchi accusandoli collettivamente di razzismo ed etnocentrismo.

Sembra sia davvero all’opera un imbarazzante doppio standard: il “rifugiato” in Europa può essere solo africano e/o musulmano, mai slavo e ortodosso. E neppure orientale e buddhista: allora val la pena ricordare che Varsavia è la città che ospita la più grande comunità tibetana d’Europa. La presenza di musei, ristoranti e centri culturali espressione di tale minoranza non sono solo un “tocco di folklore”, ma testimoniano un impegno pluridecennale nel sostenere un popolo perseguitato. Ancora una volta, senza che ai polacchi venga riconosciuto alcunché. Un discorso simile si potrebbe fare per vietnamiti, curdi e ceceni, ma appunto se lo straniero non spaccia, non violenta e non stupra, per le opinioni pubbliche ammaestrate allora non è da considerare un “rifugiato”!

Dunque è evidente che quando si addita l’immigrazione come primo motivo di degrado si confondono le cause con gli effetti: ma piscis primum a capite foetet, la corruzione sta sempre più in alto. Le periferie devastate, le strade sporche di piscio e bottiglie rotte, gli schiamazzi notturni e il vandalismo gratuito non sono che manifestazioni di scelte politiche compiute dall’accozzaglia di sinistroidi, globalisti, liberisti e tecnocrati che troppo a lungo ha dettato legge in Europa.

L’idea che lo scontro in atto sia tra “xenofobi” e “filantropi” è del resto anch’essa frutto della loro propaganda: la vera natura del conflitto è ormai tra chi desidera un’immigrazione controllata e chi invece la vuole utilizzare come mezzo per instaurare una nuova forma di feudalesimo, una massa di zombie multi-etnica e mono-culturale che vaga da un quartiere devastato all’altro, mentre i “benefattori” si godono lo spettacolo dalle loro torri d’avorio. Sembrano paranoie da cattiva fantascienza, ma questo è ciò che assomiglia sempre di più il “sogno europeo”.

Un altro punto sottovalutato nel confronto tra Est e Ovest del Vecchio Continente è il concetto di bene comune, ridotto dagli “occidentalioti” ad astruso filosofema quando invece è la colonna portante di una civiltà che si vuole definire come tale. Quando parlo di “bene comune”, intendo che mentre nell’Europa “aperta liberale e accogliente” si recintavano i parchi pubblici, si imponevano “tasse sull’urina” stile Vespasiano (1€ per usare i cessi delle stazioni o dei bar), si deturpavano le strade con barriere di calcestruzzo e si privatizzava in maniera selvaggia qualsiasi luogo d’incontro, quelli del Gruppo di Visegrád rifacevano le città a nuovo, installavano palestre all’aperto nei parchi all’aperto, creavano nuovi centri d’aggregazione, rendendo le loro nazioni sempre più attraenti per turisti e imprese.

Tout se tient, insomma: quello che gli eurocrati vogliono negare ai popoli è proprio la possibilità di sentirsi “a casa loro”. La società multietnica è solo uno dei mezzi che usano, ma che la macellazione del tessuto sociale debba andare di pari passo con quella architettonica, urbana e civica è più una scelta politica che una conseguenza necessaria. Forse di primo acchito non spiccano le affinità elettive tra un Emmanuel Macron che “dabba” nello spogliatoio della nazionale francese vincente agli ultimi mondiali e la Parigi messa a ferro e fuoco dai “festeggiamenti” delle gang di arabi e africani: tuttavia è un fatto che due scene del genere potrebbero abbinarsi perfettamente solo in uno scenario di distopia assoluta, alla Hunger Games per intendersi (che, ironia della sorte, è in parte girato nella capitale francese).

La questione perciò va analizzata da tutte le prospettive e non ridotta al facile capro espiatorio dell’immigrazione, soprattutto perché è possibile osservare come persino in società etnicamente omogenee (quali, ad esempio, la Norvegia anni ’80, la stessa Polonia degli anni ’90 o la Nuova Zelanda degli anni ’00) la sinistra global e liberal abbia comunque fatto sfaceli, dichiarando guerra senza quartiere allo stato sociale, alle identità nazionali, alla convivenza civile, alla proprietà pubblica, al bene comune, ponendosi come unico obiettivo il mantenimento del potere attraverso la propaganda, la parcellizzazione del tessuto sociale e la sottomissione delle masse.

È per questo che l’Europa è diventata un cesso: il colore della pelle è secondario, tanto è vero che nei Paesi di più antica immigrazione gli stranieri integrati fuggono dalla piantagione social-liberista in cui sono stati confinati per rivolgersi direttamente ai partiti di estrema destra. In fondo, a nessuno piace vivere in una “società multietnica” immaginata da quelli che non dovranno mai viverci.

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