Fascismo iraniano: il ritorno dei paniranisti?

Dal momento che lo storico Timothy Doner non ha concluso la sua ricostruzione della storia del fascismo iraniano, aggiungiamo come conclusione questo breve post, seppur eccessivamente fazioso, del blog Action internationaliste (Fascisme iranien : le retour des pan-iranistes ?, settembre 2014).

Una volta fuoriusciti dal sottobosco politico dell’Iran, quale sarà il ruolo dei pan-iranisti nel sostenere il regime di Teheran? Nel dicembre 2013, durante una manifestazione di ambientalisti nel Khuzestan, militanti fascisti filo-regime e nazionalisti pan-iraniani si sono uniti per attaccare gli attivisti arabi, accusandoli di separatismo.

Come molti movimenti fascisti europei, mediorientali e sudamericani, il movimento pan-iranista è soprattutto l’espressione di una contraddizione socio-politica, un’ideologia di facciata che maschera l’opportunismo e gli interessi della borghesia. Le dinamiche militanti dei pan-iraniani sono ben consolidate: questo movimento neonazista, che mescola arianesimo e antisemitismo, usa i codici del Terzo Reich (bandiera, fasce, uniformi) e adotta una visuale pan-iranista.

Se il marcato antisemitismo pan-iraniano è condiviso in un certo senso da tutte le fazioni che si spartiscono il potere a Teheran, il dissidio essenziale sembra rappresentato da una parte nella considerazione dell’Islam sciita come simbolo dell’identità iraniana, dall’altra dagli interessi di classe divergenti.

La caratteristica fondamentale del pan-iranismo è l’ideologia imperialista che sta alla base del suo nome in riferimento ai popoli iraniani: un super-stato che riunirebbe i popoli oltre i confini della persofonia, una Grande Persia che includerebbe il Kurdistan, l’Afghanistan, il Tagikistan, ma anche altre regioni dell’Asia centrale dove vivono popoli turchi.

Le autorità iraniane potranno in futuro utilizzare questa ideologia per estendere la propria area di influenza oltre le minoranze sciite della penisola arabica. È per questo motivo che il movimento pan-iranista è tollerato dalle autorità: i legami dei pan-iraniani con il vecchio regime, la loro interpretazione fascista della modernità, l’ostilità all’identità religiosa sciita come fondamento culturale dell’Iran li rendono ancora nemici del potere. Tuttavia, i movimenti sociali in ascesa in Iran, scaturisti dalle lotte operaie o dal separatismo, potrebbero spingere le autorità a cercare alleati politici tra l’opposizione storica, come dimostrato dall’incidente in Khuzestan (storicamente questa regione araba è anche una roccaforte pan-iraniana).

Bisogna ammettere che i pan-iranisti non hanno mai brillato per la loro coerenza politica. Invece di allearsi politicamente ai nazionalisti (e Mossadegh) durante la dittatura dello Scià, hanno preferito diventare i burattini del potere, a sua volta gestito da burattini degli interessi angloamericani (il leader paniranista Pezeshkpour verrà giustiziato all’inizio della rivoluzione).

È però questo costante opportunismo la rende un’organizzazione tollerabile, a scopi di strumentalizzazione, dal potere islamico. In generale, i legami che si instaurano tra neonazisti e pan-iraniani (relativamente isolato nella sfera “sovranista” nazionale a causa della loro collaborazione con la dittatura filoamericana dello Scià prima del 1979 e della loro ostilità a Mossadegh) suggeriscono una possibile ricomposizione dell’estrema destra in Iran.

I neonazisti iraniani, tuttavia, rimangono una forza militante irrisoria di poche decine di individui isolati e per il momento non rappresentano un pericolo. Per il movimento sociale iraniano, il nemico resta il potere islamico nel suo insieme (mullah, bazaari, pasdaran) nonostante gli antagonismi socio-politici interni al regime.  Il movimento sociale iraniano deve attentamente sorvegliare all’interno (partecipazione di pan-iraniani durante le rivolte anti-governative) e all’esterno (incidente del Khuzestan) qualsiasi deviazione futura in senso pan-iranista.

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