Figure dell’anti-italianità: “Una gentucola schifosa”. Il Selbsthass tricolore in politica e letteratura

Tabulae Italiae (1640) di Johannes Janssonius (1588-1664)
con miniature delle città e dei costumi degli abitanti

Nel linguaggio sociologico l’auto-denigrazione a livello collettivo si può esprimere con diverse etichette: xenocentrismo («preferenza per i prodotti, gli stili o le idee della cultura di qualcun altro piuttosto che della propria»), xenofilia («sensazione che la propria cultura di appartenenza sia inferiore»), allofilia («atteggiamento positivo nel confronto di un gruppo che non sia il proprio»), oikofobia («ripudio del proprio patrimonio culturale») o “sudditanza culturale” (cultural cringe, «complesso di inferiorità interiorizzato che induce le persone a respingere la propria cultura considerandola inferiore alle altre»).

Nonostante questa ricchezza lessicale non è comunque semplice risalire alle radici dell’italianissimo “odio di se stessi”: prima dei politici, ci furono i letterati a esasperare un’inclinazione che gli psicologi classificherebbero come disturbo narcisistico di massa. Sarà perché il nostro Paese è relativamente più “giovane” rispetto ad altre nazioni, dunque non può avvalersi di una mitologia delle origini che ne occulti la miseria, come per le lande che noi consideriamo storicamente e biologicamente superiori; oppure perché il pessimismo teatrale ha avuto un ruolo essenziale non solo nel costituire la cultura popolare (pensiamo al lamento del servo come motivo costante della commedia d’arte), ma anche a piantare i semi di un’industria editoriale tutta basata sulla denuncia dell’inferiorità congenita degli “italioti”? È triste, ad ogni modo, esser passati dal castigat ridendo mores alle odierne liturgie anti-corruzione: l’anti-italianità non è più solo un genere letterario, ma un’ideologia di Stato, da quando ha preso a innestarsi sullo snobismo del ceto medio orientato a sinistra e sull’esterofilia provinciale dei reazionari da bar sport.

Nonostante sia complicato ricostruire la genealogia di questo sentimento, nella storia recente si possono comunque rintracciare alcune analogie tra la situazione attuale e l’Italia “rifondata” nel dopoguerra: per esempio, quello spirito che animava la prosa de “Il Mondo”, il rancore azionista verso gli italiani immaturi e arretrati che continuavano a votare DC e PCI, pare che abbia oggi egemonizzato la grande stampa. Basta solo qualche citazione per riconoscere la familiarità con gli editoriali attuali: «La borghesia italiana è anarchica e irresponsabile, incapace di autodisciplinarsi» (U. La Malfa, L’alternativa laica, gennaio 1954); «L’italiano esercita il suo diritto di voto come se sapesse davvero cosa vuole e perché lo vuole» (P. Pavolini, Un Paese immaturo, 3 giugno 1958); «In Italia il disinteresse per la cosa pubblica e per i dibattiti morali e culturali trova sempre un terreno di rifugio e di fuga. Il nostro Paese legge meno degli altri paesi e i mezzi di informazione sono più che altrove dominati dal conformismo e dall’ossequio. […] Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra, in America, in Scandinavia, in pratica neppure esistono» (Mario Pannunzio, Ai lettori, 8 marzo 1966).

Negli anni successivi sarà un centro-sinistra frustrato a fare sua tale retorica anti-nazionale (un esempio è rappresentato dall’ultimo numero della vecchia “Unità” del luglio 2014, nel quale l’Italia soi-disant “migliore” celebrava la propria “aristocraticità” [sic!]); infine, una volta esauritosi l’interesse elettorale, essa passerà direttamente nella letteratura, diventando, come accennato, il nerbo dell’industria culturale nazionale. Tra i “capolavori” del genere, possiamo ricordare un elzeviro di Giorgio Strehler per il Corriere della Sera (Carissima Italia, io non ti amo più, 13 settembre 1992) in cui il Venerato Maestro, dopo aver stigmatizzato «l’arroganza degli arricchiti», la «mentalità dello schiavo», la «mancanza di coraggio civile» dei suoi connazionali, invoca per essi una punizione collettiva («È questo il prezzo che si deve pagare»):

«Io non so se questo crepuscolo della ragione, in Italia, non avrà improvvisamente, alcune esplosioni. Ma so che occorrerà il peggio. Occorrerà che davvero il Sistema Italia salti in aria, concretamente. Occorrerà che i prezzi aumentino in modo vertiginoso, che l’inflazione raggiunga vertici mai visti, che le borse precipitino, che la lira venga svalutata, che la disoccupazione acceleri ancora di più la sua corsa e che altre migliaia di disoccupati trovino chiuse le porte di fabbriche e aziende, che la corruzione si mostri ancora più estesa di quel che già appare. Insomma che diventi davvero impossibile sopravvivere con la minima decenza».

Eppure Adriano VI sosteneva che «i peccati del popolo hanno origine dai peccati del clero»: non è preoccupante che gli intellettuali italiani del XX secolo non riescano ad avere la stessa indulgenza di un Pontefice del Cinquecento? Talvolta, è vero, ci hanno anche provato, tanto che l’ispirazione socialista ha sempre contemplato qualche giustificazione alle miserie del popolo (almeno fino agli anni ’90): l’imbruttimento dei proletari italiani era causato da chi «gavazza nell’ebbrezza dei festini» (così L’inno dei lavoratori di Turati) e chi biasimava troppo i “peccati” alla fine rischiava di passare per destrorso.

Da questo punto di vista abbiamo delle testimonianze interessanti, come il racconto di Italo Calvino “Impiccagione di un giudice” (dalla raccolta Ultimo viene il corvo, 1949) in cui il carattere dell’anti-italiano è incarnato dal giudice Onofrio Clerici, che distingue «la razza delle persone ammodo» dalla massa degli italiani, «gentetta logora […] sempre carica di figli e di debiti e d’idee storte». Secondo il giudice, «gli italiani sono una gentucola schifosa e in Italia si starebbe meglio se gli italiani non ci fossero»; alla fine saranno gli stessi italiani a condannarlo a morte: «Onofrio Clerici, giudice, reo d’aver insultato e deriso per lungo tempo noialtri poveri italiani, è condannato a morire impiccato come un cane». Il “lieto fine” riecheggia le stragi e le vendette della guerra civile, e di conseguenza l’apologia non può essere separata dal contesto storico. Al giorno d’oggi sarebbe gioco facile affermare che gli italiani non meritano più tale comprensione perché è da tanto che non soffrono o non vengono sacrificati: come diceva Machiavelli, «li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni»; ma per molti italiani vale solo per i propri connazionali.

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