La fine d’Europa tra redenti e irredenti

Fisiologia comica dell’Europa animale
(A. Belloquet, Bruxelles, 1882)

La crisi catalana (indipendentemente da come si risolverà) ha dato il via a un processo che finirà per mettere le nazioni europee di fronte alle proprie responsabilità: quanto accade ora in Spagna è infatti solo una conseguenza dell’ingenuità e dell’avventurismo con cui ci si è infilati in una Unione dalla natura smaccatamente anti-storica.

Mentre negli ultimi decenni il mondo andava sempre più frammentandosi per effetto della decolonizzazione e del crollo di imperi antichi e moderni, le classi dirigenti del Vecchio Continente decidevano di cancellare i propri confini e integrarsi in una super-nazione senza capo né coda.

Purtroppo il “rimosso” torna sempre, e non soltanto in senso psicologico (ma anche l’inconscio collettivo è importante): nel caso della Catalogna, nonostante i sostenitori del secessionismo abbiano colorato i propri proposito di tinte rosso-arcobaleno (“internazionalismo”, “europeismo” eccetera), è evidente che ciò che vogliono è propria una nazione, e non una semplice regione, un’enclave o un hub. La lingua della Repubblica Catalana, qualora dovesse sorgere, non sarà l’esperanto, ma il catalano. E l’esercito non sarà europeo, ma, ancora, catalano.

Col senno di poi, possiamo apprezzare il fatto che in questa Europa anche chi sembra “vincente” alla fine deve sempre pagare un qualche prezzo: la Spagna di Rajoy, alla quale è stato concesso negli ultimi anni di sforare ripetutamente il fatidico “tetto del 3 per cento” solo a scopi propagandistici (passare per “scolaro modello” agli occhi dei Paesi del Sud), per contrappasso ora è costretta a sorbirsi la “lezioncina europeista”, addirittura da una nazione all’interno della propria!

Non pare peraltro casuale che la situazione sia degenerata subito dopo le ultime elezioni tedesche, dalle quali la Merkel è uscita piuttosto indebolita. Alla Germania in fondo andavano benissimo le intemperanze finanziarie della Spagna, finché consentivano di “disciplinare” indirettamente un concorrente commerciale come l’Italia (quante volte il “miracolo iberico” è stato sbandierato dalle nostre parti?).

Tuttavia, persino tale atteggiamento all’apparenza così machiavellico ha poi dovuto arrendersi alla natura quasi “entropica” dell’UE (esemplificabile con l’immagine della “coperta corta”). Proviamo a immaginare, anche a costo di scadere nell’ucronia (o nella distopia tout court), qualche scenario alternativo: per esempio, se la Germania avesse eletto l’Italia a “pupillo del Sud”, il suo modello mercantilistico ne sarebbe uscito sconfitto, ma in compenso a quest’ora al posto della Catalogna ci sarebbe il Südtirol. Insomma, l’europeismo è un gioco a somma zero: il surplus tedesco a livelli galattici è costato all’Euro-Germania l’incapacità di porsi come mediatrice nelle sfide cruciali che l’Unione dovrà necessariamente affrontare (finora le sta perdendo tutte, da Nord a Sud, da Est a Ovest), o comunque le ha impedito di esercitare una forte egemonia sui propri Stati satelliti.

Visto che l’abbiamo evocato, parliamo proprio del Sud Tirolo, il “nostro” Alto Adige. Gli italiani, che assistono un po’ spaesati alla crisi spagnola paventando tutt’al più qualche contraccolpo sulla “Padania” o la “Serenissima” (in verità italiane al 100%), dimenticano che il pericolo più grande viene dal Nord del Nord.

L’epoca d’oro delle “prebende” (ricordata sagacemente in questi frangenti da Una foto diversa della prima Repubblica) è finita da tempo. Da quando siamo in Europa, le istituzioni altoatesine non perdono occasione per manifestare le proprie ansie separatiste (con l’unico beneficio del passaggio dalla via dinamitarda a quella burocratica): nel 2006 113 sindaci hanno chiesto all’Austria di riconoscersi nella propria Costituzione “potenza tutrice dell’autonomia dell’Alto Adige”; nel 2011 il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano si è rifiutato di celebrare l’Unità d’Italia; nel 2014 Eva Klotz ha promosso un referendum per il distacco dall’Italia che ha portato il 92% di voti favorevoli al separatismo; nel frattempo, nelle scuole separate è ormai completamente scomparso il bilinguismo e nei diari per gli studenti il Sud Tirolo è già stato ufficialmente annesso all’Austria.

Ad acutizzare la piaga hanno contribuito anche le politiche di austerità, che hanno fatto sentire Bolzano molto meno “speciale” (in tutti i sensi) di quello che dovrebbe essere: ma, come detto, ormai la polemica è su qualsiasi punto (persino sui vaccini) e la “deriva catalana” appare sempre più prossima.

Perciò non illudiamoci che gli italiani abbiano già pagato il “conto dell’europeismo” con l’austerità, la recessione, la disoccupazione, la distruzione della sanità, della scuola, dell’industria e delle banche: se il calice va bevuto fino alla feccia, illudendosi che dopo i “sacrifici” si giungerà alla terra promessa, allora avremo davvero la nostra “redenzione” terrena. Ma non sarà quella che intendiamo noi: solo qualcuno, forse, riuscirà a morire tedesco; ma tutti gli altri moriranno europei.

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