Geografia, religione e altre piaghe dell’umanità

Recentemente ho avuto modo di leggere alcuni saggi dedicati alla geografia e alla religione, cioè alla geografia della religione, o alla “geografia religiosa”: serpeggia infatti tra gli studiosi ancora una certa incertezza (scusate il gioco di parole) sul nome da conferire alla disciplina, che peraltro obbligherebbe ad accettare una definizione univoca di “religione” (perché quella di “geografia” a quanto pare non crea alcun problema).

Colgo l’occasione per ringraziare l’amico Michele Martini, che mi ha suggerito indirettamente i saggi di Adrian Ivakhiv, Lily Kong e Kim Knott attraverso una segnalazione sul suo straordinario sito Parvus 2.0 (ora oscurato dal Mossad).

L’emergere di un nuovo campo di studi è sempre un momento entusiasmante, soprattutto in un’epoca dove ogni settore dello scibile sta per essere intaccato dal totalitarismo del politicamente corretto, il che costringe alla spasmodica ricerca di un qualsiasi Speakers’ Corner ancora incontaminato. Da questo punto di vista, il connubio “geografia e religione” promette bene, se una pionieristica scandagliatrice come l’appena evocata Lily Kong (dell’Università nazionale di Singapore) può permettersi di osservare che la “ghettizzazione” etnico-religiosa, culturale e/o identitaria degli immigrati, camuffata a volte sotto la rassicurante etichetta di “comunitarismo”, «si traduce in una sorveglianza continua da parte degli altri membri della “comunità” sui comportamenti e le azioni altrui […]: la “comunità” è una fonte di sicurezza e forza [per le giovani mussulmane britanniche], ma anche di coercizione e oppressione» (Mapping “New” Geographies of Religion: Politics and Poetics in Modernity, “Progress in Human Geography”, 25/2, 2001, p. 222).

La stessa Kong osserva in altro luogo, con impercettibile disagio, che la ricerca geografica sulle religioni nell’ultimo decennio ha privilegiato perlopiù lo studio dell’islam (in particolare quello degli immigrati in Paesi non-islamici), cosa che la porta ad affermare out of nowhere che «nonostante la retorica ufficiale a base di multiculturalismo, gli spazi sacri sono spesso al centro di forti contestazioni, con la resistenza diffusa da parte delle comunità all’insediamento di siti religiosi “forestieri”» (Global Shifts, Theoretical Shifts: Changing Geographies of Religion, “Progress in Human Geography”, 34/6, 2010, p. 757).

In effetti sembra che la luna di miele tra la materia in fieri e le esigenze dell’islamicamente corretto si sia già consumata negli anni ’00, imponendo una direzione obbligata a quella che poteva essere una branca di studi finalmente originale. Tremo all’idea di come tutto ciò possa giungere in Italia, specie nelle circostanze attuali, dopo che l’elezione di Trump ha “costretto” l’accademia a farsi soggiogare dalle paranoia dell’islamofobia e a considerare la sharia come l’avanguardia dei diritti dell’uomo (e il burqa di quelli della donna). Amen (Āmīn, anzi); ma non vorrei un giorno ritrovarmi tra i piedi una “geografia religiosa” pensata esclusivamente come miracolosa risposta alla domanda “Dove facciamo la moschea a Milano?”.

Sarebbe davvero un’eventualità spiacevole, soprattutto perché la Geography of Religion pone questioni che noi stessi ci siamo trovati ad affrontare negli ultimi tempi. Per esempio, i motivi per cui il terrorismo islamico, se colpirà in Italia, sceglierà probabilmente Milano e non Roma, in base all’unica Rumiyah conosciuta da Maometto, la sventurata Istanbul ritornata suo malgrado bizantina per la peccaminosa influenza occidentale (cfr. Psicogeografia del terrorismo islamico).

Certo, è paradossale che dopo aver paventato l’islamizzazione della nuova disciplina, anche noi si sia partiti dall’islam, per giunta dal “terrorismo islamico” (espressioni tabù per i nostri media); ma in verità, a parte le polemiche, persino da tale prospettiva potrebbero scaturite ricerche degne di attenzione: penso all’esistenza dei “musulmani delle montagne” nel Caucaso e nei Balcani, e al modo in cui la particolare conformazione orografica del territorio ne abbia influenzato la pratica religiosa, nonché l’arte e la letteratura.

Lasciamo però perdere l’islam (contro il quale non ho nulla, anche se, dai, ci siamo capiti), e allarghiamo l’orizzonte con qualche annotazione più seria. In primo luogo, nemmeno la definizione di “geografia” è indenne dalla problematizzazione, tanto che se «la sacralizzazione dello spazio include una moltiplicazione di significati, nella quale le risorse fisiche si trasformano in un “surplus” di significato» (Chidester & Linenthal, American sacred space, 1995; cit. in. A. Ivakhiv, Toward a Geography of “Religion”…, “Annals of the Association of American Geographers”, 96/1, 2006, p. 171), allora credo che una formula come “psicogeografia” sarebbe più attinente alle questioni che si vogliono affrontare, in particolare se si parte dal presupposto che «while religion’s impact on the landscape has been plentifully investigated, the reverse has not been true» (L. Kong).

Un caso di studio “psicogeografico” (a dirla tutta più “psico” che altro) è la deformazione del senso della Peregrinatio Compostellana, che negli ultimi decenni è andata incorporando vizi e virtù dell’eudemonismo contemporaneo, tra escursionismo “storico” e “culturale” (e magari persino “europeo”) e l’esoterismo middlebrow di un Coelho.

Ancor più “psico”, la frontiera dell’etere, purtroppo solo accennata dalla Kong, che pone la domanda decisiva “Come gli Stati affrontano l’influenza delle trasmissioni religiose internazionali?”, purtroppo senza dare alcuna risposta (e fermandosi al televisore, perché internet forse è troppo avveniristico). Anche questo tema, in qualità di teledipendente, mi coinvolge particolarmente: come notai già in una breve analisi della composizione religiosa dei miei canali satellitari (cfr. Le citoyen du monde), nelle frequenze globali è l’islam (again!) a detenere un dominio compatto ma linguisticamente eterogeneo, non fosse altro che per le possibilità offerte da un approccio teocratico alla comunicazione.

Tuttavia, da un’ottica squisitamente videocratica, sarebbe possibile stabilire, per esempio, chi faccia più “proseliti” in un Paese come l’Albania, tra le dirette vaticane della Rai e gli innumerevoli adattamenti locali dei canali coranici che imperversano dalla Svizzera al Qatar?

Forse a questa domanda la geografia religiosa già non potrebbe più dare alcuna risposta, ormai mossa com’è (nota sempre Lily Kong) dall’intento moralistico di denunciare l’“islamofobia” delle anguste e oppressive società occidentali. E siamo tornati al punto dolente, per l’ennesima volta: non è colpa mia, però, se nell’intellighenzia contemporanea imperversa un insopportabile orientalismo d’accatto, un’idolatria per gli oscurantismi altrui che si traduce quasi sempre in un paternalismo più o meno involontario. Quindi prevedo, come detto, che in Italia la “geografia religiosa” si interesserà solo della Moschea di via Puppa a Sucate e non di quella che Erdoğan vuol far costruire all’Avana per testimoniare la scoperta delle Americhe da parte dei mussulmani.

Non vorrei però concludere con le solite polemicucce: il panorama, nonostante tutto, è ancora vasto. Se proprio non se ne può più di queste “palandrane del cazzo” (Borghezio 2003) si può comunque puntare alla Finlandia, un altro caso affrontato en passant sempre dalla nostra Kong: «[In questo Paese] la cultura luterana dominante percepisce la cultura religiosa ortodossa sia come un valore nazionale […] sia come un’intrusione straniera, associata all’oppressione russa e a una falsa idea di cristianità» (Mapping “New” Geographies of Religion…, cit., p. 216).

Ancor più che in Scandinavia, la dissociazione si esperisce con particolare intensità sul Baltico, nel microcosmo estone che, essendo stato occupato per decenni (a differenza di quello finlandese) dai fratelli russi, accetta il cristianesimo solo nelle forme del consumismo occidentale (seppur filtrato dalle austere forme del protestantesimo e del paganesimo nordico) e considera i residui etnici, folklorici e architettonici d’ortodossia come espressione di imperialismo culturale. In tal caso, è ancora la psicogeografia ad avere l’ultima parola sulla geografia (nello stesso ordine di idee che recentemente ha portato un conduttore televisivo a definire il Canada una “nazione scandinava”).

Ecco, forse l’Estonia potrebbe andare bene, come luogo di ricerca, dal momento che “Wikipedia” attesta che il Paese «has one of the smallest Muslim communities in Europe»: per giunta sono perlopiù azeri o turchi, e l’unica “moschea” è un appartamento a Tallinn (sconsigliata invece Helsinki, perché anche lì cominciano a presentarsi i soliti problemi).

Map of Estonian religions
(fonte: Wikipedia)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.