Germania: immigrazione, industria e finanza

Recentemente il canale YouTube “The Iconoclast” ha recuperato alcuni “filmati d’epoca” nei quali Angela Merkel tuona contro l’immigrazione e dichiara “fallito” il multiculturalismo (si trovano nei primi minuti del video che segue):

Il primo intervento risale al 2000, quando Angela Dorothea Kasner era Presidente della CDU e dall’opposizione invocava una riforma restrittiva delle leggi sull’immigrazione. Il secondo invece risale al 2010 ed è ormai entrato nella storia come il celebre discorso del Multikulti ist gescheitert, ripreso in modo acritico da tutta la stampa mainstream d’allora («Gli immigrati si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi»): in questa Europa in cui le élite politiche locali si rifanno a Berlino, tali affermazioni generano un effetto-valanga e Angela venne immediatamente seguita da David Cameron («State multiculturalism has failed», 5 febbraio 2011) e Nicolas Sarkozy («Le multiculturalisme est un échec», 10 febbraio 2011).

Sembrava finalmente giunto il momento di una riflessione realistica e non ideologica o politicamente corretta sul fenomeno; col senno di poi, è stato invece l’inizio della fine: nel 2015 la Merkel perdeva ogni freno inibitorio e con la sua politica di “porte aperte a tutti” si inimicava mezzo continente (soprattutto “Stati satelliti” come l’Austria-Ungheria, l’Est, i Balcani). Comprendere cosa sia successo non è per nulla semplice, tanto più che il problema ormai deve passare dalle mani dei giornalisti (che in realtà si sono sempre rifiutati di “afferrarlo”) a quelle degli storici. La Merkel scherzava? Parlava a vanvera? Oppure era tutto un piano diabolico a priori, che però si può leggere in entrambi i sensi, cioè o per dirottare l’elettorato conservatore verso l’immigrazionismo spinto, oppure per far collassare i sistemi d’accoglienza europei dimostrando così a contrario il fallimento del multiculturalismo?

A parte gli scherzi, l’ipotesi più inquietante resta quella di una “persuasione” talmente potente da convincere il più importante leader europeo a suicidarsi politicamente in pubblico. Dare sempre la colpa a Soros, per quanto appagante, è un modo come un altro per cercare un capro espiatorio. Osservando però la situazione da una distanza di sicurezza, vediamo come il problema principale della Germania odierna sembra sia rappresentato dal perverso intrico di politica, industria e finanza che informa il “modello tedesco”. Questo fa assomigliare la nazione  a una gigantesca macchina divoratrice di popoli: potremmo definirla, sulla scorta di Omero (o Rabelais), una nazione demovora. Anche chi la governa si presterebbe bene alla definizione di mangeuse de peuples, ma sarebbe scorretto praticare nel nostro piccolo la schwarze Magie delle gazzette, che dividono gli animi e li conquistano attribuendo le responsabilità della situazione attuale a una Mutti materna o dominatrice a seconda delle circostanze (come abbiamo appena visto).

Finanza, industria e politica, dicevamo. Per dividere sommariamente i campi, potremmo iniziare affermando che le esigenze della finanza sono quelle di avere manodopera a bassissimo mercato: di fronte alla marea di rifugiati siriani, Berlino, sospendendo per tre anni le misure che impediscono ai cittadini extracomunitari di occupare posti che potrebbero andare a europei, ha inventato gli ein-euro-job (lavori socialmente utili pagati un euro l’ora). Alla finanza non importa la stabilità di un Paese, né altri “accidenti” come la continuità, la coesione sociale o la sostenibilità sul lungo periodo: l’unico scopo è fare il maggior profitto nel minor tempo possibile.

(Manifesto della RSI)

Le esigenze dell’industria vanno invece oltre il contenimento dei salari e si allargano alla necessità di disporre di una manodopera sì qualificata, ma sempre a basso costo. Nel corso degli ultimi decenni la Germania ha attinto ai serbatoi più vicini: quello turco, quello sudeuropeo e quello balcanico. Per certi versi i tedeschi non hanno fatto altro che applicare la politica di beggar-thy-neighbour anche livello demografico, realizzando la propria prosperità sulle disgrazie altrui: tuttavia, una volta diminuita la miseria nei Paesi di provenienza dei Kanaken – e di conseguenza anche il numero di figli pro-capite, la “demovora” si è trovata costretta a cercare carne altrove. Al “raffinamento” della manodopera proveniente da Turchia, Polonia e Italia è corrisposto infatti un indiscutibile calo degli impiegabili; in particolare l’apparentemente inesauribile fonte ottomana si è prosciugata nel giro di pochi anni: da una media di sessantamila neutralizzazioni all’anno (con un picco di centomila nel 1999 dovuto alla riforma della legge sull’immigrazione), si è passati agli attuali trentamila turchi germanizzati (ancora poco studiato è il fenomeno della Heimkehr da parte degli immigrati sia di prima che di seconda generazione, finora raccontato solo da qualche pellicola un po’ kitsch).

Infine, le esigenze della politica: essa dovrebbe arginare le pretese distruttive della finanza speculativa e dell’industria mercantilistica tentando di tenere assieme la società (o almeno il proprio governo) a colpi di propaganda e ingegneria sociale. Venendo al sodo, la più grande minaccia attuale al sistema tedesco è quella demografica: gli studiosi hanno calcolato che con il tasso di fertilità attuale la popolazione si dimezzerà in meno di un secolo. Un’alta percentuale d’immigrati (minimo quattrocentomila l’anno) si rende perciò indispensabile a mantenere in piedi un sistema che non sembra poter funzionare in altro modo. Dato che appunto non esiste in Germania una vera e propria “mediazione” tra interessi contrapposti (perché i politici sono camerieri dei banchieri e i sindacalisti sono camerieri degli industriali), allora l’unica soluzione diventa quella di abbandonare il Multikulti e imporre un feroce monoculturalismo per integrare popoli e identità inconciliabili.

Da tale punto di vista, sorprende il fatto che la Germania sia proprio il Paese meno in grado di integrare gli stranieri: non è soltanto la quantità di foreign fighters che la Germania ha fornito alle truppe del sedicente Stato Islamico, ma anche il fatto che persino popolazioni generalmente laiche e “inquadrabili” come quella turca abbiano covato al proprio interno fenomeni di radicalizzazione sia religiosa che politica (vedi i “Lupi Grigi”). D’altro canto, se chi scappa dalla guerra è attualmente ben disposto (si fa per dire) a svolgere i famigerati “lavori che gli autoctoni non vogliono più fare” (a un euro l’ora), non è automatico che le seconde generazioni si lascino collocare ordinatamente nel “sistema”. I turchi stanchi di essere tedeschi hanno perlomeno una patria a cui far ritorno, dando vita peraltro al curioso fenomeno dei discendenti delle comunità sparse per il vecchio impero ottomano (Bulgaria, Cipro, Grecia, ex-Jugoslavia) che hanno preferito trasferirsi in Turchia piuttosto che tornare nel loro Paese d’origine: non so se si possa configurare come un vero e proprio caso di Deutschenhass, in ogni caso è inquietante osservare come la Germania riesca a dare una caratterizzazione etnica non solo all’immigrazione, ma addirittura all’emigrazione!

Non sembra, per rimanere nell’ambito dei problemi presenti, che i siriani, una volta terminata l’infinita guerra civile, avranno ancora la “fortuna” di ritrovare nazione in cui sono cresciuti e che forse, un tempo, hanno amato. Qui pare proprio che la rodomontata della Merkel abbia acuito il dilemma: ora non si tratta più solamente di sottrarre personale specializzato ai propri concorrenti commerciali, anestetizzando gli orgogli nazionali (altrui) con un europeismo tanto vago quanto frastornante; in questo caso si può parlare addirittura di “colonialismo demografico”, poiché vengono assorbite le energie di un popolo senza nemmeno l’illusione della reciprocità o il supporto di una “religione civile” (contropartita indispensabile, come accennavamo, alla rinuncia a ogni forma di “identitarismo” in una società multietnica).

Che la questione dell’integrazione rappresenti già un’emergenza lo dimostrano anche i frequenti ballon d’essai lanciati in questi anni, come per esempio la proposta di riservare città ad hoc agli immigrati mediorientali (una sorta di “statalizzazione” dell’Heimkehr, per farla accadere entro i confini nazionali?): il promotore del progetto, il verde Kurt Edler, è convinto si tratti di una buona idea perché “la Germania non ha nessuna identità da offrire”, mentre l’elaboratrice teorica, Ulrike Guérot, è convinta che imporre una “cultura dominante” sia un atteggiamento “fascista”.

Probabilmente siamo giunti al nucleo della “schizofrenia” merkeliana: questo continuo ondeggiare tra tolleranza e durezza è un modo per tirare il velo pietoso da una maceria all’altra, cercando di nascondere l’assoluta incompatibilità tra interessi dei lavoratori, della grande industria e della grandissima finanza. Il sistema però mostra le sue soprattutto a livello sociale, oltre che economico, sia perché la necessità di controbilanciare il cosiddetto “inverno demografico” impedisce una selezione adeguata di manodopera qualificata (la minaccia di una Germania ridotta a 67 milioni di abitanti, per giunta tutti anziani, toglie il fiato a quella “selezione all’ingresso” decantata dai politici tedeschi), sia perché il peso delle recessioni si riversa ciclicamente sulle spalle dei lavoratori stranieri, che anche per questo manifestano il loro malessere con comportamenti antisociali che tuttavia nessuno è oggi disposto a classificare sotto la voce “lotta di classe”.

Per concludere, a fare la storia non sono solo le forze impersonali ma anche quelle “personali”: in tal caso forse nessuno capirà mai davvero cosa sia passato nella mente della Merkel (come sostiene lo stesso Iconoclast), ma probabilmente con un leader di diverso carisma e intelligenza le cose sarebbe andate in altro modo.

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