Giulietta dei Catari

«Quasi nulla sappiamo di Shakespeare, ma possediamo il Sogno d’una notte di mezza estate. E benché si dica che fosse cattolico, ci ha lasciato Romeo e Giulietta che è la sola tragedia cortese e la più bella risurrezione del mito [della passione, dell’amore-morte] prima del Tristano di Wagner.
Fintanto che s’ignori quasi tutto della vita, anzi: dell’identità di Shakespeare, è vano chiedersi se conoscesse la tradizione segreta dei trovatori. Ma un fatto possiamo rilevare: che Verona fu uno dei centri principali del catarismo in Italia. […] com’era possibile che le leggende del tempo non serbassero traccia delle violente lotte che videro in conflitto, nella città, i “Patarini” e gli ortodossi?»

Ho chiesto a un mio amico “shakesperiano” un commento a questo passaggio del celebre libro di Denis de Rougemont L’amore e l’occidente (Bur, p. 244), dove il filosofo svizzero allude a una nascosta ispirazione catara del Romeo and Juliet. Questa è stata la sua risposta, che a mio parere chiude definitivamente la questione:

«Premesso che del discorso di de Rougemont ho solo un’idea molto generale, avendo letto solo alcuni passi del libro, il mio parere è che la sua lettura della tragedia shakespeariana sia forzata, nel senso di tendenziosamente ricondotta al suo modello interpretativo.
Nelle due pagine in cui ne parla compie alcune scelte che mi paiono sospette. Ad esempio, il suo accenno a Verona “città dei catari” (quasi a insinuare che la scelta dell’ambientazione veronese sia stata di Shakespeare e non invece delle fonti italiane più vicine a lui cronologicamente – mentre nelle prime versioni la vicenda si svolgeva a Siena). Poi, il privilegiare la scena finale, quasi che poche battute bastassero a render conto della natura dell’amore che lega i due protagonisti.
Io, al contrario di lui, sono convinto che il loro sia un rapporto quanto mai distante dalle coordinate dell’amore “cataro”; il loro matrimonio non solo viene celebrato regolarmente, ma viene anche consumato (a mio giudizio è molto significativo il fatto che Shakespeare, potendo scegliere, abbia deciso per una prima notte di nozze “come Dio comanda”, quando, vista la situazione, mille contrattempi drammaturgici avrebbero potuto comodamente impedire ai due di conoscersi “biblicamente”, preservando la “purezza platonica” del loro sentimento). Non solo: il significato dell’intera vicenda – con  la tardiva ma effettiva riappacificazione dei due clan rivali – è una perfetta dimostrazione della funzionalità “sociale” delle politiche matrimoniali promosse dalla Chiesa nel tardo medioevo (così come, ad esempio, le descrive Bossy). Il loro essere santi (il testo è pieno di riferimenti al linguaggio del culto cattolico) passa anche attraverso il tentativo di far trionfare l’amore sull’odio nella vita della città.
Tutto ciò mi sembra molto lontano dalla mistica “individualistica” del catarismo. I loro sono corpi sofferenti e martiri, non prigioni delle loro anime».

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