Gli “aiuti umanitari”: uno strumento per distruggere le nazioni?

“Ayuda humanitaria” como herramienta para destruir países
(Eder Peña, “Misión Verdad”, 12 dicembre 2017)

La Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti ha approvato alcuni giorni fa un Humanitarian Assistance Act. In teoria, questo strumento giuridico, ancora in attesa di approvazione del Senato, servirebbe a fornire assistenza umanitaria alla popolazione venezuelana rafforzando al contempo l’embargo su cibo e medicine. Conosciamo le implicazioni che gli “aiuti umanitari” hanno sui Paesi che li ricevono e quanto è proficuo per coloro che trafficano con essi? Analizziamo tre casi tragici.

Decenni di distruzione da parte del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale, in aggiunta alle strategie politiche di Germania e Stati Uniti, sono serviti a smantellare la Repubblica Federale di Jugoslavia, l’ultimo residuo del socialismo in Europa, e a ricolonizzare i Balcani.

[…] Le sanzioni “umanitarie” comminate dalle Nazioni Unite (ONU) nel 1992 alla Jugoslavia isolarono economicamente il Paese, mentre il presidente Bill Clinton approvava un piano di “aiuti umanitari” per garantire il funzionamento della sanità e di altri servizi essenziali alla popolazione. Con l’attuazione del piano, il reddito pro capite scese a 700 dollari all’anno, la disoccupazione salì al 60%, i decessi aumentarono del 37% e l’apporto calorico calò al 28%.

[…] La disintegrazione della Jugoslavia ha anche causato nel 1991 la proclamazione unilaterale della Repubblica del Kosovo da parte degli insorti finanziati dall’Occidente. Per soddisfare il desiderio di indipendenza degli albanesi kosovari, le autorità di Belgrado ricorsero alla forza, ponendo fine allo status di autonomia che il Kosovo godeva dal 1974 all’interno della Repubblica Federale di Jugoslavia. Dal 1996 si è verificata un’escalation e le operazioni militari dell’UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo (che includono omicidi, sequestri di persona, traffico di esseri umani, organi, eroina), hanno provocato la reazione serba.
Dopo una feroce campagna mediatica, la Jugoslavia fu accusata di uso eccessivo e indiscriminato della forza, di aver causato un alto numero di vittime e rifugiati; il Consiglio di sicurezza approvò il 23 settembre 1998 la risoluzione 1199, con cui affermava che il deterioramento della situazione in Kosovo costituiva una minaccia per la pace e la sicurezza della regione. La NATO lanciò il 13 ottobre 1998 un ultimatum alla Jugoslavia di adempire tali richieste.

Nel marzo 1999, la NATO lanciò il suo attacco aereo di 78 giorni contro la Repubblica Federale di Jugoslavia senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, più di un migliaio di aerei da guerra effettuarono oltre duemila attacchi aerei in quasi 40mila incursioni, sganciando più di 20mila bombe sulla ex Jugoslavia e uccidendo migliaia di civili, uomini e donne, oltre a soldati e poliziotti jugoslavi. Vennero utilizzato anche armi considerate illegali dal diritto internazionale, come l’uranio impoverito e le bombe a grappolo, e furono colpite imprese e fabbriche di proprietà statale, così come abitazioni, riserve idriche, ferrovie, ponti, ospedali e scuole, in una sorta di “privatizzazione a suon di bombe”.

L’intenzione di Washington era di provare a creare un “Israele” nei Balcani, uno stato vassallo in loro completo controllo da poter utilizzare come “portaerei” in una regione strategica così sensibile. Con la costruzione in Kosovo della base militare di Camp Bondsteel (la più grande d’Europa) in grado di ospitare fino a settemila soldati, sono ora capaci di monitorare l’intero territorio balcanico e anche il Mar Nero e la Turchia. Questo era l’obiettivo strategico delle sanzioni e degli “aiuti umanitari” promossi dagli Stati Uniti.

Nel novembre 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush definì l’Iraq l’obiettivo strategico della “Guerra al terrore”. La sua amministrazione aveva già un piano d’attacco contro la nazione e il suo Segretario di Stato, Colin Powell, coordinò l’invasione militare oliando gli ingranaggi di una macchina da guerra pronta a scatenare il caos.

Bush Jr. ha giustificato l’invasione con la tesi che l’allora leader iracheno, Saddam Hussein, avesse armi di distruzione di massa, anche se servizi di intelligence come la CIA e l’MI6 erano consci dell’inesistenza di tali armi. Un disertore iracheno ha dichiarato di aver lavorato alla supervisione delle armi batteriologiche: nove anni dopo, ha ammesso alla BBC di aver mentito e ha giustificato la sua scelta con la volontà di liberare l’Iraq dal regime di Saddam.

In realtà l’invasione statunitense dell’Iraq fu un’azione militare per ottenere il controllo delle risorse petrolifere della nazione araba ed espandere la posizione geostrategica americana in Medio Oriente, una operazione di “lotta al terrorismo” che scaturì in guerra civile.

L’invasione ha segnato l’inizio delle turbolenze in Medio Oriente, dalla caduta di Saddam Hussein nel dicembre 2003 e dalla sua esecuzione del 30 dicembre 2006. Il numero di attacchi nel Paese è aumentato di sette volte nei primi tre anni, Al Qaeda è il gruppo che si è preso la responsabilità degli attentati più sanguinari. Ciò ha dato il via all’emergere di gruppi terroristici come Daesh, che si è espanso anche in Siria.
Quasi 2,7 milioni di iracheni sono stati costretti a fuggire per la violenza, metà si è rifugiata fuori dall’Iraq, mentre altri sono scappati dalle loro case ma sono rimasti nel Paese.

Uno studio sostiene che la guerra e l’occupazione hanno causato direttamente e indirettamente la morte di circa mezzo milione di iracheni dal 2003 al 2011 e che la violenza ha raggiunto il picco nel 2006 e nel 2007. Più del 60% delle morti in eccesso tra uomini, donne e bambini segnalate tra il 2003 e il 2011 sono state il ​​risultato diretto di sparatorie, bombardamenti, attacchi aerei o altre forme di violenza. Il resto è stato causato dal collasso del sistema sanitario e alle infrastrutture che mantenevano l’acqua potabile, il cibo, i trasporti, la gestione dei rifiuti e l’energia.

A partire dagli anni ’90, le razioni di farina, riso, olio e zucchero sono state ripartite nell’ambito del Sistema di distribuzione pubblica, come un modo per aiutare le famiglie più povere a sopravvivere alla guerra: a sua volta l’USAID riferisce che tra il 2014 e il 2017 Il finanziamento di “aiuti umanitari” per l’Iraq è stato di 1,7 miliardi di dollari. Un gran bel giro d’affari.

La “crisi umanitaria” della Libia è stata proclamata nel febbraio 2011, dopo l’inizio di presunte rivolte che hanno portato a una violenta escalation come nel caso delle proteste [guarimbas] venezuelane, con la differenza che allora non venne impedito l’uso di armi convenzionali.

Tre giorni dopo la “rivolta”, il “Guardian” riportò l’intervista rilasciata ad Al Jazeera da un “attivista politico”, Amer Saad, nella quale costui dichiarava che “i manifestanti di al-Bayda sono riusciti a prendere il controllo della base aerea militare nel città, giustiziando 50 mercenari africani e due insorti libici. Anche oggi a Derna sono stati uccisi molti insorti, mentre altri sono stati rinchiusi nelle celle di una stazione di polizia per aver resistito all’arresto e alcuni di loro sono morti in un incendio innestatosi all’interno dell’edificio”.

Organizzazioni non governative come la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e la Lega libica per i Diritti Umani hanno sostenuto che Gheddafi stava massacrando il suo stesso popolo, e perciò richiesto la sospensione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ed esortato il Consiglio Sicurezza dell’ONU a “prendere in considerazione il deferimento al Tribunale penale internazionale”. Secondo le due organizzazioni non governative, “la repressione ha ucciso da 300 a 400 persone dal 15 febbraio febbraio” e “il regime libico sta usando mercenari provenienti da Ciad, Niger e lo Zimbabwe” (o magari erano gruppi chavisti?) .

In collaborazione con il National Endowment for Democracy (NED), oltre 70 ONG hanno ribadito la necessità di sospendere la Libia dal Consiglio per i diritti umani, oltre a sollecitare il Consiglio di sicurezza a invocare il principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per la presunta salvezza del popolo libico.

[…] Il Consiglio dei diritti umani ha dunque seguito la raccomandazione, e il Consiglio di sicurezza ha adottato le risoluzioni 1970 e 1973, autorizzando una no-fly zone per l’aviazione militare libica. Sebbene l’articolo 2 della risoluzione 1973 ponesse l’accento sulla necessità di utilizzare la diplomazia per trovare una soluzione pacifica, i bombardamenti non tardarono ad arrivare.

Dopo la battaglia di Sirte, in cui uccisero Gheddafi, giornalisti e ONG hanno assistito al saccheggio di case, torture diffuse e ex funzionari, soldati e civili giustiziati.

Tra il 2012 e il 2015, il PIL della Libia è sceso da 82 a 29 miliardi di dollari. Nel 2008, tre anni prima dell’attacco della NATO, aveva raggiunto gli 87 miliardi di dollari. Il debito pubblico è aumentato dal 3,7% nel 2013 al 100% nel 2017. Da quando la NATO ha dichiarato la Libia “liberata” dopo l’assassinio di Gheddafi nell’ottobre 2011, il Paese è precipitato nel caos e oggi è un focolaio di brigate islamiste, tra cui Daesh, governi e tribù rivali in competizione per il potere, mentre gli immigrati vengono venduti in mercati di schiavi all’aperto.

Le armi della NATO contro la Libia sono finite nelle mani di terroristi legati ad al Qaeda. Un comandante ribelle libico ha ammesso nel marzo 2011 che i suoi combattenti avevano legami con al Qaeda e che la Casa Bianca era ben consapevole (anche se “preoccupata”) che il Qatar stesse inviando armi ai jihadisti in Libia dall’inizio della guerra.

Un rapporto delle Nazioni Unite afferma di aver richiesto 165,6 milioni di dollari per progetti umanitari, ma solo 48,3 milioni (o il 28%) dei progetti sono stati finanziati, mentre la Commissione europea riferisce di aver stanziato un totale di 29,76 milioni. di euro in “aiuti umanitari” per rispondere ai bisogni più urgenti di sfollati interni, rimpatriati e altri gruppi vulnerabili nelle aree colpite dal conflitto.

Ora che la commissione per gli affari esteri della Camera dei rappresentanti invoca il Segretario di Stato e l’USAID per “sviluppare una strategia atta a fornire aiuti umanitari al popolo del Venezuela” e che il MUD [la federazione di partiti anti-chavisti] scompare nel bel mezzo dello spettacolo recitato fino a oggi (c’erano ma non c’erano), la strategia americana è chiara: favorire la disintegrazione dello Stato venezuelano e assumerne il controllo.

Dichiarazione come quelle del capo della suddetta commissione, Ed Royce, che ha affermato che “la comunità internazionale e i leader regionali devono riunirsi in modo che Maduro prenda sul serio la richiesta di risolvere questa grave crisi politica e umanitaria”, sono le espressioni tipiche che hanno accompagnato i casi appena presentati, già “testate” nei confronti dell’ONU.

Sono queste velate minacce alla stabilità del paese e della regione, che possono contare su una vasta schiera di complici capaci di eseguirle. Il progetto propone di portare all’ONU una risoluzione che obblighi lo Stato venezuelano ad accettare “aiuti umanitari”, un movimento simile a quello applicato all’Iraq, alla Libia e all’ex Jugoslavia.

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