Gli Altın Gün a Milano

L’altra sera sono andato a vedere gli Altın Gün, una band turca di Amsterdam, alla Santeria Toscana 31. Adoro questo locale perché è vicinissimo alla fermata di un tram che in pratica mi entra in casa, dunque posso tornarmene tranquillamente ubriaco marcio: d’altronde per sicurezza di solito parto già bello pienotto (tipo Fitzgerald quando deve farsi misurare il cazzo da Hemingway), e ieri sera non ha fatto eccezione. Stavolta però l’ebbrezza era più che giustificata dal fatto che l’ennesima follower mi ha tirato l’ennesimo bidone: ironia della sorte, era la stessa che venerdì 8 novembre 2019 mi ha fatto congelare in centro dalle 12:55 alle 17:11 in quanto impossibilitata a raggiungermi per “stanchezza fisica e mentale”.

La situazione è un po’ più complessa, come si dice, ma avevo ugualmente comprato un biglietto anche per lei nonostante fossi certo che non sarebbe venuta: infatti non me la sono nemmeno presa più di tanto, dato che è come la favola della rana e dello scorpione (nella versione in cui le infila il pungiglione dritto in culo); mi inquieta solo che questa roba mi sia già successa (intendo comprare due biglietti e doverne strappare uno) e nelle questioni sentimentali io temo “l’eterno ritorno del banale” perché Pavese ci è morto (ma “d’amore non si muore”, dice un’altra follower talmente cinica e insensibile da non avermela data).

Vabbè, per farla breve al concerto ci sono andato da solo sia perché il gruppo mi piace, sia perché sapevo che avrei trovato tantissimi turchi (considero per diversi motivi la Turchia la mia patria d’elezione – sticazzi, potevo scegliere meglio), ma soprattutto perché il primo bidone della follower bidonatrice è stato il proverbiale battito d’ali di una farfalla (no pun intended) che ha dato il via a tutta una serie di eventi (dagli incontri con Silvia, C. ecc. in avanti) culminata poi in qualche epico touchdown. Dunque, se la mia esistenza deve essere all’insegna del ritualismo, che almeno si tratti di una liturgia estetizzante e trionfalista.

Il bello è che proprio grazie alla follower bidonatrice ho scoperto che gli Altın Gün suonassero in uno dei miei locali preferiti: e così mi ha fatto comprare due biglietti (sì, rimarco), e ha avuto tre settimane per rimuginarci su, e mi ha dato buca (senza nemmeno avere il coraggio di rispondere, anzi fingendo persino di ghostarmi). I motivi per cui apprezziamo la band sono naturalmente diversi: lei ha dei gusti fighetti e basta (eh eh); a me invece piacciono perché mi evocano quel milieu italo-belga splendidamente ritratto da Carlo Verdone in Sono pazzo di Iris Blond.

Per capire questo gruppo da diaspora dovreste immaginare un complesso italo-belga che rifà i classici di Mino Reitano in versione folk-psichedelica. Esiste qualcosa di meglio? Perciò il concerto me lo sono goduto in un trionfo di coping, nonostante abbia passato il tempo con un bicchiere in mano e scattato delle “foto depresse” (come ha commentato una biondina di cui parlerò tra poco).

A un certo punto è partita Halkalı şeker, motivetto tradizionale interpretato appunto da un Mino Reitano turco, Kubat (nato in Belgio!) e in quel momento sono state solo lacrime. Ho mandato il video della performance alle mie puttane assassine -in senso buono- di Istanbul, perché è un pezzo che laggiù conoscono tutti.

Halkalı şeker, hasiretlik çeker
Çok salınma güzel yarim
Cahilim aklim gider

Un bastoncino di zucchero mi fa sospirare
Non farmi aspettare, mia dolce metà
Sono un imbranato e vado in agitazione

Comunque, veniamo ai motivi per cui devo imbandirvi un intruglio di turcherie, inceldom e ubriachezza molesta: il fatto è che non ho mai fatto amicizia con così tante persone (come minimo una trentina) in una sola serata (anzi, a pensarci bene in una sola vita). E per giunta solo attraverso gli ingredienti di cui sopra, cioè come dicevo la turcofonia, la mancanza di figa e l’alcol.

Purtroppo ho bevuto talmente tanto che non l’ho ancora smaltita e questo è uno dei motivi per cui sto andando in overdose di paratassi e anacoluti: ma non venitemi a scassarmi la minchia con politica geopolitica e metapolitica, quando l’unica cosa che volete da me è “la Posta di Cioè coi peli de cazzo in mezzo” (cit.).

Apro parentesi braggante: con i miei “piagnistei” (che includono traduzioni di articoli scientifici su quanto sono stronze le femmine censurati dalla stampa italiana) io faccio la grana, dunque ho tutto il diritto di impostare la mia esistenza all’insegna dei soldi e della figa; d’altro canto la maggior parte di quelli che mi criticano sono gli stessi che non hanno mai letto una riga delle cose “serie” che ho scritto finora e preferirebbero semmai pendere dalle labbra di un 25 years old happener che in poco più di un mese di 2020 gli ha già fatto credere a una guerra mondiale e alla peste. Diciamoci la verità: se questo blog fosse rimasto nei “binari”, avrebbe venti visualizzazioni al giorno e due commenti al mese. Perciò i lettori che ora mi consigliano di tornare alla “rispettabilità” di una volta, probabilmente non mi hanno mai letto (né rispettato).

Ma andiamo avanti. Mi piacerebbe fare l’elenco delle persone che ho conosciuto e ricapitolare minuziosamente gli argomenti di cui si è discusso, ma al contempo non voglio fare la figura del coglione che corre a riempire internet di dispense sulla “scuola della vita” e “l’università della strada”. Però non ho mai sentito empatia e vicinanza da parte di sconosciuti come l’altra sera, per giunta impostando ogni discussione su quanto siano stronze le donne.

Partiamo dalle turche: sono femmine straordinarie, non c’è che dire. Mi ero messo in testa di attaccare bottone con tutte e l’ho fatto: alla fine della serata è pure saltata fuori qualche vera orospu (quando ci sono i turchi le puttane non mancano mai), ma io non ci vado perché sapete che faccio sesso solo per sentirmi umano (anche se il vero motivo è che sono ipocondriaco, a cominciare dalle malattie della pelle). Comunque ho preso i numeri delle studentesse, delle zitelle (evde kalmışlar), delle squatter, delle fighette e persino di una estimatrice di Sabahattin Ali (è stato appena tradotto in italiano lo straziante Madonna col cappotto di pelliccia, leggetelo). Non le chiamerò mai, ma fa sempre piacere.

Sempre a proposito di turche, mi ha colpito una coppia formata da un bellissimo Chad meridionale e una bionda slavata con l’anello al naso (che avevo conosciuto davanti ai cessi): ipergamia portami via, ma obiettivamente le turche compensano con una serie di qualità che vanno oltre l’estetica. Terron Chad poi è stato talmente superiore da concedermi di chiamare ripetutamente “puttane” le due donne con cui stava (ne aveva pure una terza in giro per il locale) e di fotografarle in tutte le pose assieme ai membri del gruppo.

Ho evocato poco sopra l’espressione orospu perché è stata la più gettonata assieme a pittoreschi sinonimi di bitch: a colpire un vero cockney è stato un “tart” che gli ho lanciato di soppiatto, non sospettando nemmeno fosse un motto così ricercato. Questo puro londinese stava assieme con quella tipetta che ha definito “depresse” le foto che ho scattato dopo aver saputo delle mie tristi vicende. Alla fine i due mi hanno beccato quando ero già cotto e non riuscivo più nemmeno a capire se stessi parlando italiano turco o inglese, perciò ormai senza freni inibitori ho esordito quasi subito evocando ancora una volta il puttanesimo delle donne, affermazione con la quale la tipetta si è trovata d’accordo definendosi apertamente “non femminista”. Lol. Alla fine non ho nemmeno capito se i due stessero insieme oppure no: il fatto che a fine settimana uno andrà da una parte del mondo e l’altra dall’altra (?) mi fa sospettare ci sia qualquadra che non cosa (quando invece la donna dovrebbe seguire l’uomo ovunque, mantenendosi almeno a due passi distanza).

Beh, lasciamo perdere i cazzi degli altri, ad ogni modo questi due ragazzi geniali  mi hanno aiutato a tirarmi un po’ su. Per giunta la tipetta, con la sua indimenticabile erre moscia, a un certo punto mi ha definito “un bell’uomo”, probabilmente per rincuorarmi: Tu che sei un bell’uomo avvai sicuvamente altve possibilità. Ecco, questa cosa mi manda in crisi, perché in pratica è solo dalla fine dello scorso novembre che qualcuna ha iniziato a definirmi “bello”: a parte chi me l’ha data (e che penso sia sincera), ce ne sono un paio che sospetto lo facciano per friendzonarmi in modo discreto. Certo, mi sono sentito dare del bello da tante ultrasessantenni (zie, colleghe, tabaccaie), ma mai da una hatun ventisettenne. Io devo aver reagito dicendole di sfanculare l’amico londinese (her looksmatch, lo ammetto onestamente) e venire con me, ma alcuni pezzi me li sono persi fra i troppi bicchieri. Ricordo solo la sublime impassibilità dell’interessato: davvero i britannici hanno un retaggio e uno stile quasi cucitogli nel DNA (e poi hanno vinto pure l’ultima guerra, dunque è giusto si scopino le nostre donne come qualsiasi esercito d’occupazione che si rispetti).

A proposito di genetica, a un certo punto questo cockney ha iniziato a parlarmi del gene pool superiore delle donne latine rispetto alle sue connazionali. E in quell’istante ho iniziato a covare il legittimo sospetto di trovarmi in una simulazione o realtà parallela dove tutti mi danno ragione manco fossimo in una birreria di Monaco negli anni ’20. In verità la convinzione era maturata ancor prima, quando una coppia italo♀-algerina♂ di squatters si è messa a darmi dritte su come disciplinare le donne e non permetter loro di ferirmi. Cioè questi erano due zekke antiche ed accettate e convenivano col sottoscritto praticamente su tutto, a volte quasi facendo passare me per il cuck sinistrato di turno (peraltro la tizia italiana ha lievemente ipergamato -il Nord Africa ha il gene pool della scopabilità- ma è evidente che i due abbiano trovato l’amore grazie alla stessa sottocultura, il che li rende “pariestetici onorari”).

Una scena simile si è ripetuta a fine serata: lui maschio alfa antifa (di quelli buoni, tra CGIL e Donbass) e lei rasta, che plaudono entrambi alle mie sbrodolate reazionarie. C’è da dire che erano alessandrini e anche qui il sangue non è acqua: ma la lucidità e la precisione della loro visione in materia di rapporti tra i sessi mi ha ugualmente stupito. Dove sono tutti questi “partigiani buonissimi e intelligentissimi” quando si tratta di rappresentanza politica? Addirittura il compagno sembrava quasi un incel quando si è messo a parlare della calvizie, o la “Triste Mietitrice” (Grim Reaper), come la definiamo nei nostri gruppi di recupero (in ogni caso un problema che se solo colpisse le donne, sarebbe già stato risolto). Ora che ricordo, mi ha fatto proprio i complimenti, oltre che per gli occhi, per… l’attaccatura dei capelli (è una injoke che forse capirete leggendo i miei diari postumi). Ancora più comprensiva e adorabile la ragazza coi rasta che me le ha praticamente fatte passare tutte: Dio mio, ora adoro i rasta.

Non parlerò degli altri perché sennò si andrebbe troppo sul personale e mi verrebbe la tentazione di spiattellare chissà che, non per fare il pettegolo (o la pettegola, a questo punto), ma per mettere nero su bianco esperienze di profondissima umanità da parte di persone che avevo imparato a considerare nemiche. Il punto che vorrei sottolineare è che mentre io trovavo conforto in un habitat a me assolutamente innaturale, su Twitter una pattuglia di pseudo-femministe gettava la proverbiale merda nel ventilatore per un mio innocentissimo tweet in risposta a un cameragno che soffre, nel quale sostenevo il contrasto tra il consiglio di “essere se stessi” e l’impossibilità di esprimere ciò che realmente si pensa (la questione della promiscuità femminile era solo un pretesto per rafforzare il concetto), frainteso a bella posta per il classico cringefest medio-progressista dove si cerca di umiliare il “bigotto” con battute meno divertenti di un cartone di uova vuoto.

Sinceramente l’unica cosa che mi aspetto dal mainstream è l’estensione della cosiddetta “cultura della vergogna” a un livello più intimo di quello politico: non è solo per provocazione che ho iniziato a definirmi incel non appena la stampa italiana, sulla scorta di quella internazionale, ha preso a usare il termine per identificare il nuovo nemico dell’umanità. L’intenzione pare quella di farne un’etichetta da appiccicare su chiunque rappresenti una contraddizione per il sistema perfetto di ipergamia e tribalismo che vorrebbero mettere in piedi. Eppure attraverso queste inaspettate testimonianze di sympatheia ho provato nostalgia per una sinistra che dovrebbe stare dalla parte degli underdog. Che poi magari non è mai realmente esista, però fino a solo venticinque anni il suo spettro fa ispirava capolavori come I brutti anatroccoli di Piergiorgio Paterlini:

«Con gli amici non si dice mai “sei brutto, sono brutto”. È in atto una rimozione colossale del brutto. D’altronde non ho mai conosciuto nessuno che dicesse: “Sto con Maria solo perché è bella”. C’è una vera difficoltà ad ammettere di essere determinati esclusivamente dall’aspetto fisico nelle proprie scelte. In pratica però se una persona non è seducente la si ritiene meno brillante, meno interessante di un’altra. Tutto pur di non ammettere con se stessi che si evita la compagnia di una persona solo perché non suscita desiderio […]. Ieri parlavo con una ragazza che mi diceva che la bellezza non è importante e che ci sono molte altre qualità che interessano di più. Intanto lei esce con un marcantonio! […]. Perché, dico io, bisogna per forza avere delle qualità per essere amati? Perché bisogna compensare la mancanza di bellezza con l’intelligenza, la simpatia, l’originalità? Perché bisogna comprare il sesso pagandolo almeno con la simpatia e l’intelligenza?».

Sì, una volta la sinistra la pensava così. I brutti erano emarginati tanto quanto gli immigrati, le donne, i gay («Non è facile accettare che da una cosa così incolpevole e irreparabile dipenda quasi tutta la nostra possibilità di essere felici e amati»). Un attimo dopo accade però quel che Houellebecq descrive con lancinante sagacia ne Le particelle elementari (1998):

«”Per farmi accettare dagli impiegati” avrebbe detto Bruno, “basta che io mi travesta da impiegato. Cioè basta che mi compri un vestito, una cravatta e una camicia […]. Travestirmi da emarginato non mi servirebbe a niente: non sono abbastanza giovane né abbastanza bello né abbastanza cool. Perdo i capelli, tendo a ingrassare; più invecchio e più divento angosciato e sensibile, il minimo indizio di rifiuto mi da il tormento. In poche parole non sono abbastanza naturale, vale a dire abbastanza animale […]”. Bruno aveva capito che gli hippy non l’avrebbero mai accettato: non era e non sarebbe diventato un bell’animale. Di notte sognava vulve aperte».

E adesso noi incel siamo tutti fasci (qualche coraggioso amico, come William Lupinacci, sta facendo molto per riportare l’inceldom nel suo alveo politico d’elezione – e lo ringrazierò sempre per avermi inserito, unico blog italiano, nella Incel Wiki). Come afferma un fratello:

«Nessuna donna, per quanto sensibile sia, potrà mai comprendere un incel. Potrà tentare di empatizzare, ma non potrà mai immaginare la sofferenza che porta la consapevolezza di non poter avere uno straccio di vita sessuale o affettiva».

Beh qualcuna c’è, anche se dalla maggior parte di esse ho dovuto sentire perlopiù insulti e accuse ridicole, da “puttaniere” a fuckboy, quando il desiderio con cui sono partito era che una donna non si vergognasse di stringermi la mano in pubblico. C’è persino qualcuna che mi scrive questa roba: «Lascia stare le donne, non fanno per te… evita di alimentare ulteriormente il conflitto uomo-donna. Sei impedito e brutto. Perché una donna dovrebbe prendertisi? Stai con gli amici» (sintesi di un messaggio screenshottato qui di seguito).

Respondeo dicendum che mi prendo tutte le donne che voglio, cioè quelle che posso. Alla fine ciò che le fa rodere è che uno come me possa avere la possibilità di scopare, perché a livello individuale non possono più “ricattarmi”, dato che tutto sommato ho avuto quel che volevo e i complessi di inferiorità e subumanità si stanno diradando, mentre a livello collettivo sembra che la “mente alveare” (hive mind) femminile le istighi a una ripugnanza istintuale, come se nella testa di queste creaturine così romantiche e capaci (solo loro!) di amare un uomo al di là del suo aspetto, scatti una sorta di allarme: La specie non può correre il rischio che un maschio “impedito e brutto” si riproduca…

La maggior parte delle donne purtroppo sono questo, e il conflitto tra i generi non è solo necessario, ma essenziale alla prosecuzione della specie. Essendo un signore, non pubblicherò altre cose che mi sono giunte da femmine con tanto di nome, cognome e avatar (quella sopra è stata la più educata), tuttavia ci sarebbe abbastanza materiale per un Libro nero della femminilità.

Ok, non so cosa diavolo c’entri ‘sta roba col concerto da cui ero partito, ma il wall of text da sanguinamento intraoculare è un modo per rendere illeggibile ciò che è potenzialmente sotto gli occhi di tutti. L’essenziale era offrire un’immagine assolutamente fedele di me stesso e  di quello che è la mia vita; se Ortega y Gasset stabiliva generosamente a 26 anni l’apice della maturità intellettuale di un uomo («Los veintiséis años – entiéndase, claro está, con alguna holgura la cifra – es el momento de más esencial partida para el individuo»), allora io che ne ho quasi 35 posso chiaramente identificare le direttive sulle quali essa proseguirà per l’altra parte del cammino, cioè le stesse a cui accennavo prima: turcherie e inceldom più qualche citazione di Houellebecq (lasciamo da parte l’ubriachezza molesta, ché ormai non mi riprendo più).

E ci sarà anche del sesso, prendere o lasciare. Nessuna donna ha mai provato né mai proverà quella cosa che si chiama “amore” nei miei confronti, ma che una persona possa venire a letto con me solo per farmi sentire un essere umano è uno di quei piaceri sconosciuti che i profani possono soltanto fraintendere: la maggior parte di chi critica il mio approccio alla questione non ha nemmeno idea di cosa voglia dire essere rifiutati per tutta una vita. Dovrebbe riconoscerlo e stare in rispettoso silenzio, invece continua a parlare. Non è sesso per pietà o provocazione (ma non ci sarebbe nulla di male), è un qualcosa che le persone incapaci di ammettere di essere interessate solo all’aspetto fisico (e di proiettare le qualità esteriori all’interno) non potranno mai capire.

Cerchiamo finalmente di trarre qualche conclusione. Non parlo mai dei concerti a cui vado perché regolarmente l’unica risultanza, per parafrasare le famose tre tesi di Gorgia, è che 1. Mi tirano il bidone; 2. Se anche non mi tirassero il bidone, non me la darebbero; 3. Se anche me la dessero, poi mi ghosterebbero. Tratto da una storia vera (quella che mi ha fatto entrare in contatto con i sensei americani). Beh, sarà anche vero che sono “impedito e brutto”, ma con la fine della segregazione sessuale termina anche un incubo durato oltre trent’anni. No, non è la trama di Un giorno questo dolore ti sarà utile (nemmeno se togliete il sesso anale). Si potrebbe parlare di un’evasione da ogni echo chamber e comfort zone, ma non vorrei trasformare il tutto in un ridicolo percorso di auto-realizzazione.

So che la felicità esiste, ma mi pare che per raggiungerla si debbano imboccare sentieri grotteschi e surreali. Mi sovviene quel famoso aneddoto riguardante il finale de Il Sorpasso (1962), vero e proprio anatema contro l’Italia del benessere:

«Mario Cecchi Gori, produttore del film, aveva pensato a un finale differente rispetto a quello deciso da Dino Risi, cioè quello di inquadrare i due protagonisti mentre sfrecciavano verso l’avventura, ma questo finale non fu adottato: infatti, i due avevano scommesso che se il giorno seguente all’ultima ripresa ci fosse stato bel tempo avrebbero girato il finale voluto da Dino Risi; in caso contrario avrebbero chiuso il set e adottato il lieto fine di Mario Cecchi Gori. Ma il sole di quel giorno, a detta di Dino Risi, fu bellissimo e splendente e questo comportò la scelta del finale tragico» (Wikipedia).

Sette anni dopo Risi girò Il giovane normale, praticamente la versione de Il Sorpasso che Cecchi Gori avrebbe voluto: un “Roberto Mariani” meno impacciato (ma non più di tanto) che scopre i piaceri sconosciuti in Tunisia ma che invece di morire darwinianamente (o niccianamente) in un incidente da maschio beta che vorrebbe fare l’alfa, fa tesoro delle sue esperienze orgiastiche. In tal caso esiste un altro aneddoto emerso di recente, a mio parere altrettanto significativo:

«Alla Festa del Cinema di Roma del 2016, in occasione del centenario dalla nascita di Dino Risi, Lino Capolicchio ha dichiarato che durante la produzione del film giunse a tentare il suicidio, lanciandosi dalla finestra, e che fu bloccato in extremis dallo scenografo Ricceri» (Wikipedia)

Insomma, si può essere felici solo con un po’ di figa, musica e libri, oppure è sempre un suicidio o un morire male? La questione era solo questa. Come cantano gli Altın Gün (sempre citando il Mino Reitano di turno, Neset Ertas),

Tatlı dile güler yüze
[Di parole dolci e un bel viso]

Doyulur mu doyulur mu
[Puoi averne mai abbastanza?]

Aşkınan bakışan göze
[Di due occhi innamorati]

Doyulur mu doyulur mu
[Puoi averne mai abbastanza?]

*

Doyulur mu doyulur mu
[Puoi averne mai abbastanza?]

Canâna kıyılır mı
[Potresti far del male a chi ami?]

Canâna kıyanlar
[Quelli che lo fanno]

Hakkın kulu sayılır mı
[Si possono ancora considerare esseri umani?]

*

Zülüflerin dökse yüze
[I suoi capelli le cadono sul volto]

Yar bâdeyi sunsa bize
[L’amore ci offre del vino]

Lebleri meyime meze
[Le sue labbra da assaggiare]

Doyulur mu doyulur mu
[Puoi averne mai abbastanza?]

*

Garibim geldik gitmeye
[Siamo tutti qui per una corsa]

Muhabbetimiz bitmeye
[Sperando di non smettere mai di parlare]

Yar ile sohbet etmeye
[di parlare con chi ami]

Doyulur mu doyulur mu
[Puoi averne mai abbastanza?]

Harika bir gece oldu. Bir gün bir kız bana sor: sadece görmek için tüm Avrupa’ya hangi müzik grubu için seyahat edersin? Şimdi cevabı biliyorum. (Yukarıdaki her kelimeyi göz ardı edebilirsiniz, konuşkanıyım…)

10 commenti su “Gli Altın Gün a Milano

  1. A Rò però te Fede non l’hai mai avuta. Sei ideologico tanto quanto i tridentini che dovrebbero stare zitti nelle loro deformazioni della Fede e nella loro malevolezza. Io scrivo/parlo perché posso e ti comprendo altroché ma è un dato di fatto ormai, ed è bene che tu non sia più ipocrita al riguardo.

    p.s. non che io la abbia o meglio, non che io ne possa dar esempio

  2. Quando parlavo di non esser più ipocrita non era in senso negativo, ma anzi una considerazione positiva dei tuoi ultimi post e della tua “deriva” che chi è con la pancia piena non potrà mai capire.

    Per quanto riguarda la Fede che è una chiamata ed un affidamento, non solo le tue critiche destroidi e reazionariste la escludono ( comprese le cantonate eurasiatistiche che ormai vi rendono dei replicanti un po’ tutti uniformi ) quanto il senso di disperazione e discutranza , ossia quel che dovrebbe esser agli occhi di DIO una favorevole occasione per rimanere casti ed incontaminati innanzi a questo mondo ( parola di DIO e di Giacomo il Giusto nella sua lettera del canone biblico ) è solo fonte di sofferenza e recriminazione.
    Non credo tu abbia ancora superato la fugacità della vita dunque, donde tutti questi discorsi si dissolvono.

    Quando scrivo invece che ti comprendo è perché io sono KV più o meno alla tua età e mi rendo conto che quel che ho appena più su scritto non solo mi riguarda, ma è qualcosa contro cui combatto tutti i giorni.

  3. A robbè, te sei inculato da solo er regno de’ cieli. Nun di’ che un ce o sapevi, er signoriddio t’ha fatto brutto pe’ facilitatte er compito, t’ha fatto ‘ntelliggente più dell’artri pe fatte capi’ bene la tua situazione e tu l’hai capita, fino a trentaquattr’anni. Dio nun te poteva fa’ pure ‘mpotente perché così era troppo facile, t’ ha fatto cor pipolo come n’omo pe’ fatte senti’ er profumo der peccato e tu dovevi da resiste pe’ quarche annetto ancora, giusto er tempo che l’ormone se carmasse. E invece, anvedi, come n’sant’antonio fallito te sei fatto tenta’ e hai ceduto. Essì che prima de trovà la diavola che t’ha dato a fregna, tant’artre t’hanno bidonato, e queste erano l’angeli de cristo, t’hanno deluso apposta pe’ fatte passà a voja. Ma tu nun c’hai capito gnente, povero fijetto mio.
    E mo’ stai ancora a piagne ‘sto monno demmerda, è corpa de’e pischelle, è corpa de li froci, è corpa der papa, no è corpa de i sguizzeri, de li svedesi, de questo e de quell’artro. Ma de che stai a parlà a robbè? Che te credi che mo’ è tempo de rifà er monno come ai vecchi tempi, i tempi belli? Ma nun tornano più, a robbè, so i pagani che credono ai ritorni. Sti tempi demmerda so’ a profezia, sta scritto chiaro nell’urtimo libbro. La chiesa che diventa ‘na puttana, to’o ricordi robbè? Nun’ è verità? Er farso cristo… Lo vedi er farso cristo, ‘ngiro? Ce sta propio tutto. L’unica cosa giusta da fa, in questi pochi anni, è de mantenesse puri, senza immischiasse, senza casca’ ne le trappole, pe potesse sarva’. E no, fijetto mio, tu ce sei propio cascato come ‘no stronzo. Vatte a confessà che sei ancora ‘ntempo.

    Adiutorium nostrum in nomine Domini

    1. Eh no zi pré, perché quello che stai à scrive è pricipijo de come amà le distorzioni der peccato origginale, è principio de misconoscenza dei parametri irripetibbili de ognuno de noi visto cche stabbilì che è troppo facile o no è fora da la tua portata e peggio me sento è crede che la sarvezza passi pé l’atti dell’omo quanno è na Grazia ( graziella e grazie ar cazzo ).
      Robberto è Robberto, e puro se inizia ad annà a mignotte regolare, puro se ammazzà na persona ( io ne la mente mia faccio sterminj e dice che nostro Zignore valuta pure quelli accome tali ) può sempre avecce la strada aperta pé ì diretto ‘n paradiso doppo esse passato pé l’arberi pizzuti e senza confessasse nemmanco visto che stamo a parlà de fornicaziona, ma dopo te me citi fora san Pavolo perché ciài capito n cazzo de quer che parlava e te dimentichi da contestualizzà ner contesto de la merda , che tanto merda non è, visto che tò fatto fà du risate e tò fatto scrive sta perletta simpatica , o no. Pé avecce tutto relativo devi avé na costante e quella è domine Iddio, e visto che è tutto relativo ‘r discrimmine nun era qua se fai ben o fai male , d’artronde sti cazzi: era capì da Robberto se ciaveva Fede o no, perché la sua è come quella de troppi un’ideologia o peggio n’estetismo che s’arabbattano de dottrina, liturgia, disciplina ma poi core a core co Dio parlano co Sadana. E lo dovresti sapé

      Grazie pé la lezione de romanesco comunque, qua si che sò na pippa ahahahahaha

  4. Roberto, ti scrivo qui perché al momento non ho alcun account social e non saprei come altro contattarti. Inoltre visto che è attiva la moderazione dei commenti lo puoi tranquillamente cancellare dopo averlo letto. […] Spero tu non mi abbia scambiato per un incel psicopatico in cerca di un amico del cuore da tormentare con disperati racconti della sua triste esistenza. […] Scusami ancora se sono stato troppo indiscreto.

    1. Scusami tu, in realtà ho dovuto cancellare il tuo commento e la mia risposta perché ho modificato leggermente il post e quegli accenni ora non avrebbero avuto più senso.
      In verità non è nemmeno questione di privacy o che altro, semplicemente non vorrei si sospettasse che io ora abbia una fidanzatina, perché ho già più volte rimarcato che l’essere incel è una condizione obiettiva e non è che si diventa Chad da un giorno all’altro grazie a chissà quale effluvio vaginale.
      Non capita, dunque, ma se capita lo scrivo, perché tanto non mi vergogno di nulla. Pertanto è inutile continuare a chiedermi delucidazioni. Comunque questo rilievo non è rivolto a te, che giustamente volevi chiarire un dubbio (mettiamola così: “Dea Bianca” è chiunque me la dà nelle circostanze attuali, ecco perché sembra tornare anche chi mi ha ghostato).
      Per il resto, torno a consigliarti di riaprire una pagina Facebook o qualsiasi altra cosa attraverso la quale tu possa esprimere la tua sofferenza. Ormai mi pare che funzioni solo la politica del “fatto compiuto”. E ad ogni modo a me fa sempre piacere leggere anche solo le perle che mi regali tra i commenti.

  5. Comm’ s’può campà int’a’stu munn’ e ten’a spranz’e chell’atr’? Cchi nasc’ bbell e ricc’ sse rrecrea de cchest’ munn, cchi nasc’ bbrutt e puviriell’ se pienza muort’ trasut’o paravise.
    Mo’ c’stann’sti strunz ca vonn stu munn e chell’atr’.
    Uè dotto’! Voi vi dovete decidere, vulit’a fess? Peccate tranquillamente, nunn’è peccat’. Vulit’o paravise? C’sta l’esempio di Origene.
    La via, la verità, la vita, è solo Gnosi. Noi offriamo soluzioni per ilici e pneumatici, a seconda di quale vi conviene. Chi vi promette chest’e’cchell, signò, vi vuole fa’mpazzì.

    1. Origen a fost automutilato nu text. Și ce ai scris neaga continuitatea legi naturale cu legea divină. Nu uitați că Cristos a fost această realitate, dar acum totul este moda

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