Gli ebrei hanno inventato il copyright

Nel suo volume The Jewish Connection (Steimatzky/Shapolsky, New York, 1986), M. H. Goldberg snocciola tutte le curiosità e le “eccellenze” riguardanti il mondo ebraico con uno stile e un approccio adatti al pubblico americano (roba del tipo: “Lo sapevate che oltre a Kissinger, anche Gesù era ebreo?”). Alcuni achievements elencati nel libello impediscono effettivamente di organizzare un qualsiasi “boicottaggio” dello Stato ebraico senza tirarsi addosso le ironie degli israeliani.

Tuttavia, non vorrei parlare di politica, quanto invece concentrarmi sull'”invenzione” che mi ha più incuriosito, quella del copyright (pp. 87-88). Goldberg lo fa risalire addirittura ai rabbini medievali, individuando nella Grammatica di Elia Levita (1469–1549), poeta e grammatico tedesco (che l’ex premier britannico David Cameron vanta tra i suoi antenati), l’embrione della prima normativa scritta riguardante il diritto d’autore: con quel manuale pubblicato nel 1518 a Roma a uso dei dotti cardinali, il Levita avrebbe posto «le basi per la legge internazionale sul diritto d’autore come noi oggi lo intendiamo».

Il giurista Nathan Isaacs, nel saggio The Influence of Judaism on Western Law (1927), ha individuato una notazione sul diritto d’autore in un libro ebraico stampato pochi anni dopo il primo statuto inglese in materia: si tratta di una haskamah (per intendersi: una sorta di imprimatur rabbinico)  emessa dal Presidente del Rabbinato di Francoforte in plauso all’autore-estensore, la quale rappresenta a tutti gli effetti una diffida contro chiunque si azzardi a ristampare il libro prima di quindici anni dalla data del completamento dell’edizione in corso. A detta di Isaacs, una clausola del genere a partire dal XVII secolo circa fu presente praticamente in tutti i libri ebraici.

Col senno di poi, queste pagine di Goldberg non sono invecchiate bene, considerando la simpatia che la diffusione di internet ha fatto sorgere per tutto quel che è open access. In particolare, la conclusione “trionfalistica” risulta decisamente imbarazzante e, per colmo, rischia di aggiungere una voce ulteriore al lungo elenco di accuse compilato nel corso degli ultimi secoli (tra “comunismo” e “corruzione”):

«Dal momento che gli ebrei erano in contatto diretto con i non-ebrei nei primi momenti dell’era della stampa (e, anzi, molti dei primi libri ebraici stampati furono prodotti da stampatori cristiani), il mondo deve sapere che gli ebrei hanno avuto una grande importanza nell’invenzione e nella prevenzione della pirateria letteraria. E, quel che è ancora più interessante, anticipando i problemi attuali originati dall’uso delle fotocopiatrici, la diffida ebraica sulla ristampa di libri si rivolgeva non solo all’editore, ma anche allo stesso lettore».

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