Gli yankee devono tornarsene a casa

Soldati americani lasciano l’Europa (1971)

Le prime ritorsioni all’uccisione del generale Soleimani da parte dell’Iran sono state un nuovo lancio di razzi contro l’ambasciata americana in Iraq e l’annuncio della violazione dei limiti dell’arricchimento dell’uranio previsti da quel famigerato accordo (già stralciato tempo fa). Quindi finora tanto rumore per nulla: se lo scontro continuerà a mantenersi a bassa intensità sarà un bene per tutti, nonché una conferma di alcuni sospetti che stanno emergendo dalle indiscrezioni degli ultimi giorni.

Il primo che Soleimani sia stato probabilmente “venduto” dai suoi: non è possibile che “l’uomo più ricercato del Medio Oriente” non si muovesse con tutte le precauzioni necessarie. In effetti abbiamo scoperto soltanto dopo la sua morte che gli “occidentali” lo odiassero così tanto: prima la tolleranza era stata estrema, quasi ai limiti della connivenza, come quando le Forze speciali britanniche nel 2007 lo ebbero letteralmente nel mirino e l’allora ministro degli esteri David Miliband fece saltare l’operazione per aprire un negoziato col generale e le sue milizie sciite.

Gli opinionisti parlano di delirio di onnipotenza: il fatto di tenere in pugno l’Iraq avrebbe illuso Soleimani di poter considerare Baghad come il cortile di casa. È poco credibile però che un uomo tanto accorto da sopravvivere a quarant’anni di guerra (non è un’iperbole) abbia potuto ragionare così alla leggera: il quadro invece indica la consapevolezza di una “regola non scritta” riguardo alla sua immunità, la quale sembra esser stata violata dalla sortita trumpiana.

Che forse, a ben vedere, non è nemmeno tanto “trumpiana” se pensiamo che persino Boris Johnson è caduto dalle nuvole: mentre Soleimani veniva fatto a pezzi, il Presidente americano si stava mangiando un gelato e quello britannico era ai Caraibi ad abbronzarsi. Il fatto che Johnson non sia stato nemmeno avvisato preventivamente ha comportato un enorme pericolo e per i suoi soldati di stanza in Iraq e per quei cittadini con la doppia nazionalità costantemente nel mirino delle autorità iraniane (ogni tanto ne arrestano uno con qualche scusa per usarlo come strumento di pressione politica nei confronti di Londra).

Il contesto è dunque più confuso che mai; nonostante ciò, Trump ha ancora la possibilità di plasmare gli eventi a suo favore. La questione infatti è se questa azione eclatante, voluta o no da lui, possa fare da “scudo” all’unica opzione militare e politica rimasta agli Stati Uniti nell’area: la ritirata. Come ha dichiarato un anonimo generale al Financial Times: “Prendiamo con la massima serietà le minacce iraniane e ci stiamo posizionando per difender le truppe americane nella regione”. Lo stesso Mike Pompeo ha offerto una chiave di lettura dell’assassinio mirato in senso totalmente difensivo: il cadavere di Soleimani serve da deterrente, non da casus belli.

Se le parole hanno un senso, ciò può soltanto significare che l’amministrazione Trump intende uscire dal Medio Oriente in punta di piedi, evitando qualsiasi “campo minato”. Ipotesi che contrasta con l’invio di 14mila soldati americani in Medio Oriente da maggio scorso a oggi, a meno che anche questo non rientri nella politica di deterrenza. In ogni caso non restano più altre opzioni: la via diplomatica si è spenta nell’impotenza obamiana, quella militare è insostenibile per migliaia di motivi (a cominciare da quelli elettorali); rimane solo la shadow war, che potrebbe tradursi in un ripiego dell’espansionismo persiano (ormai imperniato sull’asse sciita che innerva il Levante dal Mar Caspio al Mediterraneo) parallelo alla “ripulitura del campo” da parte delle forze americane. Teheran potrà agilmente continuare a fingere di avere il fiato sul collo per non togliere legittimità alla “rivoluzione” e scongiurare qualsiasi tentativo di golpe eterodiretto.

Anche gli americani dovranno ovviamente trovare un modo per uscirne in maniera “pulita” e -nei limiti del possibile- onorevole. Questo misto di brutalità e pragmatismo, stile “Cosa fatta capo ha”, è forse l’unica forma di machiavellismo che essi possano permettersi. Da tale prospettiva Trump sembra l’uomo giusto al momento giusto: non che peraltro esistano molte altre alternative al momento…

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