Gómez Dávila è un Vittorio Feltri che ce l’ha fatta?

La Nave di Teseo ha appena dato alle stampe De Iure, trenta paginette scarse di Nicolás Gómez Dávila sepolte da 234 (duecentotrentaquattro) pagine di introduzione del professore Luigi Garofalo. Dunque un’operazione editoriale un po’ furbetta (considerando anche che il testo è appena stato ristampato nel volume Apocalisse democratica da AM), che offre tuttavia l’occasione di ripassare qualche geniale agudeza del pensatore colombiano.

Erano anni che in effetti non lo rileggevo, e nemmeno lo ricordavo così stronzo (in senso buono): “Cualquier derecha en nuestro tiempo no es más que una izquierda de ayer deseosa de digerir en paz”; “Anche la destra di qualunque destra mi pare sempre troppo a sinistra”; “Le opinioni filosofiche del giovane possono interessare solo la sua mammina”; “Il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia”; “La giustizia è stata uno dei motori della storia perché è il nome che assume l’invidia in bocca del querelante”…

Proprio questo turbinio di facezie incalmato nella prova saggistica del Garofalo mi fa sorgere un dubbio: ma cos’è Gómez Dávila, se non un Vittorio Feltri che ce l’ha fatta? Oppure, ancora meglio il contrario: è forse Vittorio Feltri un Gómez Dávila che ce l’ha fatta? Questione non semplice, se è preferibile essere riscoperti postumi dalla “gente che piace alla gente che piace”, oppure potersi permettere di dire la qualunque in virtù dei propri successi editoriali nonché del climaterio (segue qualche esempio solo dell’ultimo mese).

Parlo di questo perché poi la “sostanza” del libro non è granché: il caro vecchio Gómez nega qualsiasi consistenza al concetto di “diritto naturale” e afferma chiaro e tondo che todo derecho es derecho positivo (¡Caramba!). Aggiungendo però una postilla che complica incredibilmente le cose: “Se tutto è positivo nel diritto, il diritto stesso non lo è”. Che significa? Illuminante, forse, il paragone col linguaggio: El derecho como el idioma, sin duda, es construcción humana, pero no fabricación intencional del hombre. Anche tutto ciò che chiamiamo “linguaggio” è, per certi versi, “positivo”, tuttavia il linguaggio stesso non lo è: ma se il proposito di identificare le “basi naturali del linguaggio” è da secoli deriso, quello invece di rintracciare le “basi naturali del diritto” viene incoraggiato da destra e da sinistra (si prenda ad esempio il dibattito sulle unioni omosessuali, tra l’in vase indebito e i pinguini gay).

È interessante qui notare come il presupposto dell’inesistenza di qualsiasi ius naturale (“per il colombiano la natura è priva di ogni potenzialità sul pano giuridico”, rimarca Garofalo) porti a una conclusione decisamente “conservatrice” ad onta di istanze che potrebbe tranquillamente tornare utili a un qualsiasi “rivoluzionario”: ma Giudice Supremo, per Gómez Dávila, alla fine rimane sempre Dio. Ricorda ancora Garofalo dagli Escolios: “Esistono due forme simmetriche di barbarie: quella dei popoli che hanno soltanto usanze e quella dei popoli che osservano solo leggi” (Hay dos formas simétricas de barbarie: la de los pueblos que no tienen sino costumbres y la de los pueblos que no respetan sino leyes). L’equilibrio tra usanza e legge che fonda la civiltà non può a questo punto che essere stabilito dalla Provvidenza, anche se non è possibile giungere a una conclusione netta e univoca sull’argomento(forse sarebbe stato meglio racchiudere il tutto in un paio di aforismi).

Più semplice, invece, sfruttare il pensatore colombiano nella polemica spicciola, avvalendosi dei numerosi appelli contro la democrazia, la giustizia sociale e la plebe. Eppure è un fatto che il Nostro raramente venga chiamato in causa dall’opinionista conservatore medio: sarà perché ha sempre “perso il treno” (“Quasi ricco, quasi un bell’uomo, quasi intelligente, quasi con talento: la mia vita è consistita in un perpetuo perdere il treno per pochi minuti di ritardo”) o perché la sua penna caustica e pessimista esprime in maniera così lucida la natura dell’uomo da far sospettare che l’unica chiave di lettura della realtà sia da sempre celata tra gli editoriali di “Libero”? A la posteridad la ardua sentencia.

Un commento su “Gómez Dávila è un Vittorio Feltri che ce l’ha fatta?

  1. Un’aggiunta al quasi: morto quasi ottantunenne (il giorno prima, anche se forse c’è poco da fidarsi delle anagrafi del primo novecento).

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