Green Pass: è giunto il momento di ribellarsi sul serio?

Due righe su chi scrive: sono un insegnante di inglese che ha rinunciato a un sicuro posto di statale per non doversi sottoporre all’umiliante pratica dei due/tre tamponi a settimana. Non ho alcuna intenzione di vaccinarmi sia per una questione di principio, sia perché nella mia fascia di età (30-39 anni) in Italia ci sono stati 288 decessi (181 maschi): cifra che probabilmente verrebbe surclassata dalle morti collaterali per vaccino nella stessa categoria anagrafica, se nel nostro Paese esistesse il concetto di “farmacovigilanza attiva”.

Ad ogni modo, in questi giorni ho dovuto fare il Green Pass perché un mio parente stretto è ricoverato in ospedale e naturalmente lì non si passa senza QR Code. Noto di sfuggita che con la pandemia i nosocomi hanno adottato regole severissime per le visite, mentre fino a inizio 2020 uno stanzino con quattro posti letto poteva ospitare una ventina di persone senza mascherina e igienizzante (ricordate com’era?), che parlavano ad alta voce, degustavano leccornie terroniche assortite e magari inscenavano pure qualche passo di danza. Anche qui, la conclusione pare esser sempre la solita: gli italiani rispettano le regole solo se sono stupide, inutili o controproducenti.

Torniamo al punto: dal momento che le visite in ospedale sono regolate da un rigido calendario, non posso nemmeno approfittare del generosissimo lasso di tempo (due giorni) concesso dal governo tra un Green Pass e l’altro. Niente da fare: il covid può colpire in qualsiasi istante, anche nell’attimo stesso in cui ti porti la mano al volto per soffiarti il naso dopo esserti fatto il tampone. Dunque, in assenza di sintomi e con un tampone fatto 48 ore prima, devo comunque tornare in farmacia. L’unica fortuna è che il periodo peggiore del ricovero del mio caro si sia verificato qualche giorno prima dell’introduzione dell’obbligo del Green Pass sul posto di lavoro (comunque già adottato informalmente da molte aziende), il quale ha comportato un vero e proprio assalto alle farmacie. Non che in questi giorni ci fosse chissà quale disponibilità: a parte le code e la necessità di prenotare con giorni di anticipo, in provincia di Milano ho potuto assistere persino alla scena di due camion parcheggiati davanti a un modestissimo speziale.

Un segnale da non sottovalutare, considerando che a partire da oggi tutte le farmacie nel raggio di dieci chilometri da dove risiedo hanno prenotazioni per i prossimi quindici giorni, e alcune addirittura fino alla fine dell’anno (senza illudersi che tutto questo finisca il 31 dicembre, ovviamente). Se ne è accorto persino Luca Zaia, che in pochi anni è passato dalla guerriglia burocratica contro la famigerata “Legge Lorenzin” sull’obbligo vaccinale a diventare un vero e proprio pasdaran del Green Pass. Dopo la batosta elettorale ricevuta dalla Lega alle amministrative, anche il serenissimo governatore sembra esser tornato a più miti consigli, se adesso dichiara che “una marea di lavoratori non potranno avere il Green Pass, non perché non hanno voluto fare il tampone, ma perché non è stato possibile farlo fisicamente”, soprattutto nella sua ragione, dove “ci sono 590 mila persone in età lavorativa non vaccinate che avranno bisogno di un tampone ogni 48 ore”, mentre “il sistema pubblico e le farmacie sono in grado di arrivare a 120 mila“.

La sua proposta sarebbe di “riconoscere la validità del tampone fai da te, come avviene negli altri Paesi europei, e quindi la possibilità da parte delle aziende di fare in autonomia lo screening ai loro dipendenti”. Reazione tardiva, ormai fuori tempo massimo: difficile comunque pensare che tali dichiarazioni non siano state influenzate dal tracollo alle urne. Segno che avere rappresentanti politici eleggibili, e non Comitati Tecnico-Scientifici (che di scientifico non hanno nulla), rimane l’opzione migliore per la plebe di garantirsi una salvaguardia, seppur minima, dei propri diritti.

Non posso prevedere cosa accadrà con l’introduzione del Green Pass “rafforzato”: gli infermieri non hanno praticamente fatto nulla, così come gli insegnanti. Camionisti e portuali sembrano decisamente più agguerriti, assieme ai filosofi (quindi il meme della gaussiana del quoziente intellettivo è vero?). Potrebbe anche essere soltanto una questione di dignità e non di soldi, cosa che chi propone i “tamponi gratis” evidentemente non può capire. Però anche questo è un dato importante: non è incredibile che la parte politica più sensibile all’equità e alla redistribuzione del reddito sia ferocemente schierata con l’imposizione di una discriminazione in base al principio che “il vaccino è gratis”? In assenza di obbligo, anche i tamponi dovrebbero esserlo – ma lasciamo perdere la logica.

Forse è proprio giunto il momento di ribellarsi sul serio, di scendere in piazza e non a compromessi, prima che sia troppo tardi, prima che si giunga al punto di non ritorno e la nostra stessa esistenza dipenda da un marchio la cui validità è basta sugli sghiribizzi di una compagine di non eletti e ineleggibili.

2 commenti su “Green Pass: è giunto il momento di ribellarsi sul serio?

  1. No non bisogna essere violenti. La protesta va fatta a colpi di atti legali, manifestazioni autorizzate e petezioni e ricerche sanitarie. L’ultima ratio è il voto: viva la democrazia!

    Ad ogni modo oltre la delegittimazione della violenza, praticamente tutta la sponda “complottista” è stata deviata su due fronti : il socialismo vecchio stampo sinistroide ed il tradizionalismo spurio più o meno cattolicheggiante.
    Un nuovo catto-comunismo d’opposizione. Pensaci…

  2. Spero che domani si scateni l’inferno. Perchè sennò davvero questa sarà la fibe e non voglio restare in un paese di idioti che mi bloccano in tutti i siti solo perchè sono contraria al vaccino. Non voglio vivere in un paese di idioti. No.

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