Groenlandia: i cialtroni siamo noi, non Trump

Il mese scorso Trump ha annunciato di voler comprare la Groenlandia dalla Danimarca: tutti i commentatori sono stati obbligati al risolino compulsivo, anche quelli che poi in privato non hanno potuto fare a meno di considerarla una mossa geniale. Potere del conformismo: se ci fosse stata almeno una battuta divertente (l’unica è stata peraltro ripresa in un tweet dallo stesso Trump, che ha ripubblicato l’immagine di un suo colossale hotel dorato tra le casette degli eschimesi), avremmo potuto sorvolare e infischiarcene.

Invece siamo anche noi per certi versi “costretti” ad affermare l’ovvio, e cioè che tutte le grandi potenze attuali (Stati Uniti, Cina e Russia) ormai puntano sempre più insistentemente ad acquistare pezzi della Terra Verde (specialmente il sottosuolo) per accaparrarsi uno dei più grandi depositi mondiali di gas naturale, oro, platino, cadmio e altri minerali divenuti essenziali per l’industria digitale.

Nel caso di Trump poi dobbiamo osservare (senza sembrare troppo faziosi) che la “mossa” si inserisce perfettamente nel solco della tradizione che egli vorrebbe rappresentare, cioè protezionista e neo-isolazionista, da egli stesso evocata nel primo comizio della nuova campagna elettorale, quando ha citato il Great Tariff Debate e ventilato la necessità di investire i soldi ottenuti dall’imposizione dei dazi nel modo più remunerativo possibile. Sempre dall’ottica della tradizione politica americana, invitiamo i giornalisti ridacchianti a informarsi (magari attraverso Wikipedia) di come gli Stati Uniti abbiano annesso la Louisiana e l’Alaska, vicende storiche che evidentemente essi  ignorano (o fingono di ignorare).

L’acquisto della Groenlandia appare perciò come una delle pensate migliori che un politico americano al momento abbia avuto: del resto, basta immaginare come avrebbero reagito i “padroni della voce” se uno come Obama avesse proposto lo stesso progetto negli stessi identici termini. Ad ogni modo, facciamo finta che invece sia la stupidaggine più colossale di tutti i tempi. In tal caso, vorrei ricordare un dettaglio che nessun giornale ha trovato modo di riportare (forse, anche qui, più per semplice ignoranza che per cattiva coscienza, nonostante una cosa non escluda l’altra): la magnifica e progressiva Unione Europea da decenni sta cercando proprio di “comprarsi” la Groenlandia, facendosi però -come prevedibile- bellamente prendere per il naso.

L’isola infatti, essendo parte del Regno di Danimarca, rientra nella cosiddetta Associazione dei paesi e territori d’oltremare istituita nel 2000 a Bruxelles per riunire tutti i pezzettini di terra che il colonialismo britannico, francese e olandese sono riusciti a rosicchiare in giro per il mondo (Aruba, le Bermuda, le Falkland, la Polinesia francese, Curaçao e altri paradisi fiscali).

La presenza della Groenlandia in verità rappresenta un caso a parte, poiché l’isola dopo esser entrata nella Comunità Economica Europea a seguito della Danimarca nel 1973, qualche anno dopo decise con un referendum di uscirne e da allora resta legata al Vecchio Continente nelle sue varie conformazioni attraverso trattati e associazioni. Questo significa che da decenni centinaia di milioni di fondi europei finiscono “a fondo perduto” (è il caso di dirlo) nelle casse di una colonia-non-colonia, cioè di un pezzo di terra che da un giorno all’altro potrebbe dichiarare l’indipendenza e vendersi tutto ai cinesi o ai russi (come d’altro canto sta già facendo, ecco probabilmente un altro motivo della sortita trumpiana).

Dunque, Trump sei veramente un cialtrone! esclama giulivo l’europeista di turno. Senza accorgersi che il pollo al tavolo da gioco rimane sempre lui.

Un commento su “Groenlandia: i cialtroni siamo noi, non Trump

  1. Ma la storia degli Stati Uniti si può dire inizi nel 1803 appunti ed in realtà con le annessioni /compravendite successive alla guerra civile. I mentecatti credono che dalla dichiarazione d’Indipendenza fu tutto bello che fatto.

    Che poi tra amerindi del nord,mestizi messicani, corona spagnola,francesi, berberi vassalli ottomani, filippine,centro-america/caraibi…cioè questi comunque hanno combattutto un bel po’.

    Brutta bestia l’ignoranza. Ecco però una domanda inutile e sviante: le lingue thai-dakai da indo cazzo vengono? Sono sino-tibetane? Ed in madagascar semo sicuri non c’è na razza affine ai Khois-san,pur se bantizzata, visto che parlano austronesiano( chhe magari c’è n collegamento)?
    Me sà che mmo ve vado a fa ddu conti, e poi me sparo qualche informazion sul grande Zimbawe e l’impero del Mali ( che auspico fosse Dogon primariamente ) per parcondico.

    Saluti!

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