Hieros, Heros & Eros. La virilità e il potere

(Martin van Maële)

«Che legame c’è fra hieros, heros ed eros? Il sacro, l’eroico e l’erotico sfidano la gravità sposando la verticalità in alto, in piedi, in erezione; e poi precipitano in Dio, Patria e Famiglia» (M. Veneziani, Rovesciare il ’68, Mondadori, Milano, 2008, p. 157).

Il 17 febbraio 2011 Marcello Veneziani, su Il Giornale riportò alcune audaci citazioni tratte dalle Note Azzurre di Carlo Dossi (ristampate in versione integrale da Adelphi in quell’anno), elidendo “per carità di patria” dalle descrizioni degli amplessi di Vittorio Emanuele II la descrizione delle parti anatomiche del monarca («Possedeva un membro virile così grosso e lungo che squarciava le donne più larghe», n. 4595).

È lecito chiedersi perché Veneziani abbia comunque deciso di omettere una parte esiziale del “corpo reale” (che come è noto si sdoppia nella simultanea appartenenza alla storia materiale e ideale), considerando soprattutto che il tributo a «quel re viziatore di vergini» (sempre il Dossi) avesse un valore apologetico nei confronti della condotta sessuale dell’allora premier Silvio Berlusconi, fatto oggetti di attacchi spietati da quella parte politica che si arrogò il diritto di rappresentare una fantomatica “purezza morale”.

La libido del monarca è stata d’altro canto utilizzata spesso come simbolo di una crisi (meta)politica, persino in quei casi in cui la voglia contenibile è diventata surrogato di un privilegio ormai perduto per sempre (potremmo dilungarci sulla sfrenatezza di molte “leggende” delle democrazie americane ed europee, da JFK a Mitterand). Davvero però l’espressione del desiderio sessuale da parte degli eletti è sempre stato considerato un sintomo di decadenza? Partiamo proprio da questo punto: la “crisi”.

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Ma cos’è questa crisi?

Luigi XIV non fu solo il più rinomato collezionista di amanti di tutti i tempi, ma anche l’istitutore di una forma eccezionale di poligamia, attraverso il riconoscimento di tutti i suoi figli naturali (con tanto di proclamazione ufficiale al Parlamento). Il Re Sole si ritagliò nei fatti il diritto di avere un’amante pubblica e tenersela accanto negli appartamenti reali (ovviamente le cortigiane furono più di una), rinverdendo l’antico costume di famiglia anche nei classici giochi di dissimulazione, come quello della “donna schermo” (una damigella che all’occorrenza nascondeva il bersaglio diretto delle attenzioni amorose).

Se però la deboscia è in fondo riducibile a una semplice ricaduta dell’assolutismo, alla salvezza di Luigi XIV contribuì anche il genio e la grandezza di un Jean-Baptiste Colbert, eminenza grigia allevata dal cardinale Mazzarino. Il Colbert, oltre alle responsabilità politiche ed economiche, si prese pure l’impegno di accudire i figli naturali del Re Sole, avuti da una delle più celebri favorite, Louise de La Vallière. A tal proposito bisogna prendere atto che se Luigi XIV non fosse stato un monarca, difficilmente avrebbe potuto occultare lo scandalo. La stampa di allora era famelica come quella dei nostri giorni: lo scoop più clamoroso fu quello suscitato da Catherine Deshayes, detta “La Voisin”, oscuro personaggio ammirato dal marchese de Sade come sublime esempio di crudeltà femminile. Questa vedova sanguinaria, indovina e fattucchiera, avvelenatrice professionista di parenti illustri, era molto legata alla contessa di Montespan, madre di sette figli avuti tutti dal re.

Il clamore suscitato dalle gazzette costrinse il monarca a istituire una commissione d’inchiesta (la Commission de l’Arsenal), che fu sciolta appena dopo un anno e mezzo, per il timore che lo scandalo travolgesse l’intera corte (nel famoso “processo dei veleni” fu coinvolto anche Jean Racine).

Si può pacificamente concludere che l’enorme schiera di amanti non favorì le politiche assolutistiche del sovrano; al contrario, espose la corona a pericoli concreti (come quando il frondista Nicolas Fouquet tentò di corrompere Mademoiselle de La Vallière). Per di più consentì incidentalmente al popolo di rivendicare una superiorità morale che avvelenerà nel corso dei secoli la sacralità dell’istituzione, conducendola verso un’inevitabile decadenza.

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Alla corte di Arlecchino

Il padre del Re Sole, l’altrettanto illustre Luigi XIII, fu padrino di battesimo di uno dei figli del mitico Tristano Martinelli, errabondo mantovano fedele ai Gonzaga e geniale creatore della maschera di Arlecchino, nonché artista-sciamano prediletto dalle corti di mezza Europa per la sua fama di “grande fecondatore”.

Arlecchino divenne perciò un “porta-fortuna” nel complicato scacchiere delle corone europee, in un secolo nel quale il potere prediligeva dirozzare il popolo attraverso simboli e scenografie. Figura infera scaturita da chissà quale “aleppe” nordico (Hielekin, Hellequin?), il personaggi di Martinelli giunse ai piedi degli illustri monarchi come un maiueta burlesco, propiziatore di nascite, incoronato dalla sua compagnia scalcagnata come “principio rigeneratore”.

È per questo motivo che fu invitato a Parigi in vista delle “doppie nozze” tra il futuro Luigi XIII e Anna d’Austria, ed Elisabetta con Filippo di Spagna. Arlecchino era il «nume inferico e stergonesco» in grado di garantire l’indispensabile discendenza. In tal caso il potere subordinò la “rappresentazione” (teatrale) al raggiungimento della pace e dell’unificazione, soprattutto in quella Francia straziata dalle scorrerie degli eretici protestanti.

Come afferma lo storico Siro Ferrone, «il potere è sentito come incompleto se incapace di indurre i sudditi, e prima di tutto i cortigiani, a contemplarsi in un sistema spettacolare comprendete le forme alte e basse dell’immaginazione» (Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinelli attore, Laterza, Bari-Roma, 2006, p. 178).

Perciò il teatro di Arlecchino, con le sue allusioni alle “pregne speranze” di figli maschi nel gabinetto segreto della regina e del re, rappresentò una forma tutto sommato positiva di incanalamento della sessualità sfrenata nel servizio del principio sacro del potere. Soprattutto nel caso dei Gonzaga, che si tennero stretto il Martinelli per sfatare la nomea di stirpe debole e tarata. Il duca Gugliemo, padre del duca Vincenzo, già deforme dalla nascita, dovette infatti scongiurare le voci sulla propria impotenza superando un esame di virilità con una prostituta, davanti a una commissione esaminatrice presieduta dal segretario granducale. A quei tempi, il membro regale era un feticcio con cui scherzare poco.

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Due orgasmi al giorno

Tornando ai Savoia, nessuno dei suoi componenti seppe eguagliare le doti del primo re d’Italia. Sua Maestà Vittorio Emanuele, instancabile “predatore” di carne fresca, colui che era capace di svegliarsi in piena notte reclamando «Una fumma, una fumma!» e costringendo il suo aiutante a girare i casini di tutta la città, aveva dato vita ad una dinastia sfortunata: nessun altro Savoia è passato alla leggenda per le doti amorose (nonostante ognuno abbia avuto la proprie corte di amanti).

Colui che invece seppe eguagliare la fama di playboy del sovrano fu senza ombra di dubbio Benito Mussolini. Durante la sua militanza di giovane socialista, quando aveva appena di che sopravvivere, riuscì a conquistare donne del calibro di Margherita Sarfatti, Leda Rafanelli e Angelica Balabanoff. Con queste premesse, era inevitabile che dopo il 1922 la sua “volontà di potenza” esplodesse: «Messo dai medici a dieta stretta senza fumo né alcol, si rifugiava sempre più nel sesso. […] Se consideriamo Rachele, la quale sostenne che con lei Mussolini non aveva mai mancato di compiere il suo dovere, l’amante en titre, e quella, diciamo, di seconda scelta, o di scorta, arriviamo a una media di almeno due orgasmi al giorno» (G. Bocchini Padiglione, L’harem del duce, Mursia, Milano, 2006, p. 175).

Ebbe molti figli naturali – pochi ne riconobbe, ma alcuni entrarono di diritto nella storia del fascismo, come l’ausiliaria Elena Curti, che lo seguì fino a Dongo. A proposito di corsi e ricorsi, una delle sue amiche fu la giornalista francese Madeleine Corabouef, che si faceva chiamare Magda Fontanges in onore di una celebre maîtresse di Luigi XIV.

La maggior parte delle relazioni di Mussolini furono burrascose: molte delle favorite fecero una brutta fine (la Fontanges, ad esempio, dopo aver tentato di uccidere un diplomatico francese, fu arrestata dai tedeschi al confine spagnolo, e divenne una spia del Reich); ma a dispetto di quanto oggi si vorrebbe spacciare per consuetudine, nessuna delle sue amanti venne perseguitata o ricattata: la vicenda di Ida Dasler e del figlio Benito Albino fu una triste eccezione.

In generale, la sfrenata attività sessuale del capo non fu motivo di destabilizzazione della sicurezza del regime. Per usare le care similitudini dantesche, il veltro fu dilaniato meno dalla lonza della lussuria, che non dai leoni della superbia e dalla lupa della bramosia.

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La monarchia più antica del mondo

(Per questo capitolo, cfr. M. Elaine Combs-Schilling, Etching Patriarchal Rule: Ritual Dye, Erotic Potency and the Moroccan Monarchy, “Journal of the History of Sexuality”, vol. 1, n. 4, aprile 1991, pp. 658-681)

In tutti gli esempi che abbiamo analizzato, la questione della virilità è stata interpretata più come un “precipitato” dell’assolutismo politico che non un pilastro dell’ordine statale.

Tuttavia esiste ancora un caso in cui la regalità è indissolubilmente legata alla virilità: stiamo parlando della monarchia marocchina, una delle più antiche del mondo (a detta di molti storici, la più antica, essendo nata nel 789 e avendo festeggiato il 12° centenario nel 1989).

Il segreto di questa longevità sta nei complicati rituali, simboli e azioni con cui il potere si riproduce nella coscienza del popolo: in particolare, nei riti matrimoniali che gli sposi devono compiere prima del congiungimento. Come in ogni società resiliente alla modernizzazione, il matrimonio in Marocco serve a unire non solo gli individui, ma anche intere famiglie, con il beneplacito della comunità. Allo sposo viene insegnato come diventare uomo facendolo emergere nella quintessenza della mascolinità, rappresentata appunto dal monarca.

Le cerimonie nuziali generalmente hanno inizio con un gruppo di giovani maschi appostati sotto la casa del pater familias per invitare il “promesso” a uscire in strada e a vestire un lenzuolo bianco, simbolo il suo stato intermedio tra fanciullezza e maturità. Dopo il sacrificio di un montone, lo sposo indossa una riproduzione del costume regale. Così agghindato, attraversa le strade del paese come se egli stesso fosse il regnante, mentre gli abitanti lo festeggiano e lo riveriscono con canti e preghiere.

Il corpo della sposa, invece, viene decorato con una tintura naturale tendente al rosso, l’henné, simbolo del sangue.

Le addette alla decorazione sono solitamente sorelle o cugine della sposa che, dopo aver disegnato complicati arabeschi sulle mani e sui piedi della donna, presentano la tazza dell’henné allo sposo. Costui immerge la mano destra nella tintura e la preme sui muri della camera nuziale, lasciando un’impronta per ogni figlio che desidera avere dalla consorte.

Così facendo, è lo stesso re, impersonato dal marito, che porta alla coppia il potere della fecondità. Questo legame simbolico tra monarchia e sessualità si intensifica durante la prima notte di nozze: «Attraverso l’atto [della deflorazione], lo sposo-monarca attira a sé la potenza naturale del rapporto sessuale e del flusso di sangue, affermando così la realtà della sua ascendenza come progenitore. […] Il re entra [simbolicamente] nella camera da letto con lo sposo e gli consente di compiere il suo dovere più importante» (Etching Patriarchal Rule, pp. 676-678).

Ad onta del fatto che dal 1999 in Marocco regni il “riformatore” Mohammed VI, figlio di Hassan II, questi preziosi rituali continuando a perpetrarsi nella forma tradizionale. Ecco quindi come una struttura di dominio riesce a unire natura e cultura, in una complicità utile, se non indispensabile, al mantenimento del potere. Lunga vita al re.

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