I democratici accusano Trump di non fornire più armi ai neonazisti ucraini

Democrats impeached Trump for withholding arms to Neo-Nazis
(Max Parry, “Off Guardian”, 6 febbraio 2020)

Il 18 dicembre, Donald Trump è diventato il terzo presidente degli Stati Uniti a essere accusato dalla Camera e il secondo ad essere accusato prima di completare un primo mandato. Ora il 45° commander-in-chief deve sopravvivere a un processo al Senato prima di chiedere di essere rieletto entro la fine dell’anno.

Tuttavia, mentre questo articolo stava per essere pubblicato, il Senato ha sancito la non colpevolezza di Trump. Come osservato da molti analisti non schierati, le accuse hanno solo aumentato la popolarità del Presidente nell’elettorato, dal momento che il suo consenso è cresciuto dopo esser stato messo sotto accusa per “ostruzione al Congresso e abuso di potere”. Dopo aver trascinato il Paese in tre anni di Russiagate (mai uscito di scena), i democratici adesso sono intenzionati a perseguire altri obiettivi.

Persino la possibilità di una guerra con l’Iran non ha scalfito i successi di Trump, nonostante sarebbe potuta apparire come un tradimento delle promesse di metter fine alle “guerre infinite” americane, argomento che ha contributo in modo significativo alla sua imprevista vittoria. La retorica “pacifista” di Trump ha portato del resto a un riavvicinamento possibile tra Washington e Mosca, eventualità che lo ha reso bersaglio dell’establishment politico e dell’intelligence attraverso le note accuse su presunte interferenze elettorali da parte del Cremlino.

Da quando è entrato in carica, Trump ha fatto quasi tutto (a parte dichiarare guerra a Mosca) per placare gli spiriti anti-russi alla Casa Bianca, senza però grandi risultati. Uno di questi passi è stata la decisione di fornire aiuti militari all’Ucraina nella guerra in corso nella regione orientale del Donbass contro i separatisti russi, mossa che l’amministrazione Obama decise di non intraprendere (?) a causa della dilagante corruzione di Kiev.

Se il predecessore di Trump incaricò il suo vicepresidente di mettere in atto una spietate lotta anticorruzione in Ucraina, al contrario Joe Biden sfruttò l’opportunità per arricchire se stesso e la sua famiglia, piazzando suo figlio Hunter nel consiglio direttivo della più grande compagnia privata di gas del paese, la Burisma Holdings.

Biden ha diretto per gli Stati Uniti il colpo di stato del 2014 in Ucraina con cui è stato rovesciato il governo democraticamente eletto di Viktor Janukovich, dopo che quest’ultimo aveva respinto un accordo con l’Unione europea in cambio di un salvataggio economico da parte della Russia, mossa che ha dato il via alla successiva guerra del Donbass.

Ad onta della narrativa sulla “collusione” fra Trump e Putin, chi ha cercato di far pressioni su Janukovich per firmare il trattato di austerità è stato Paul Manafort, il futuro responsabile della campagna di Trump accusato durante il processo sul Russiagate per non essersi registrato come agente straniero mentre faceva il consulente per il presidente ucraino deposto.

L’influenza di Manafort si espresse contro gli interessi russi e a favore dell’UE anni prima che Trump si candidasse, ma ciò non ha impedito ai democratici di presentare il lobbista americano come un “canale aperto” col Cremlino. Nel frattempo, l’influenza di Biden nella “giunta” è emersa palesemente dalla famigerata telefonata tra Victoria Nuland (assistente per gli Affari europei ed Eurasiatici di Obama) e Geoffrey Pyatt, allora ambasciatore in Ucraina. La Nuland, moglie di Robert Kagan (un pezzo grosso neoconservatore), ha anche rivelato suo malgrado che gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari su quel cambio di regime a Kiev che ci hanno fatto credere fosse scaturito spontaneamente da una Maidan popolare.

Poco dopo il putsch, Hunter Biden si è unito al consiglio di amministrazione di Burisma nonostante non avesse esperienza in Ucraina né nel settore energetico. La compagnia di estrazione è stata fondata da un noto oligarca dell’era Janukovich, Mykola Zlochevsky, che a differenza del suo boss non dovette fuggire in Russia e “incredibilmente” si salvò da una condanna per riciclaggio sotto il nuovo regime filo-occidentale (avrà ottenuto l’immunità grazie al figlio di Biden?).

Quando il procuratore generale ucraino, Viktor Shokin, ha iniziato a indagare sull’impresa energetica, il vecchio Biden non ha semplicemente ricattato il governo post-Maidan di Poroshenko minacciando di trattenere un miliardo di garanzie di prestito, ma si è persino vantato in pubblico della sua mossa.

Come ricompensa, Poroshenko – soprannominato il “re del cioccolato” per il suo passato di magnate nel settore dolciario – è stato presentato dall’amministrazione Obama come un “riformatore”, nonostante numerosi leaks di funzionari statunitensi lo descrivessero come un “oligarca”, un “disgraziato”, “corrotto fino al midollo”, un “politico impopolare che ha un ampio sostegno tra i leader di partito a causa dei suoi precedenti ruoli di finanziatore”. Ancora più incredibile (si fa per dire) che Poroshenko abbia sostituito Shokin con un ex ministro degli Interni, Jurij Lutsenko, precedentemente arrestato per appropriazione indebita e corruzione.

Resta da discutere se il procuratore stesse effettivamente indagando sule attività di Burisma, ma ciò che non è in discussione – tranne che per i media mainstream – è la natura criminale della condotta di Biden, il quale ha chiaramente aiutato la sua famiglia a trarre profitto dall’ingerenza statunitense nel Paese.

Dopo essere diventato candidato presidenziale del 2020 e in pole position per la nomination democratica, le magagne di Biden sono state affrontate da Trump lo scorso luglio durante una telefonata con l’attuale presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. La controversa conversazione è avvenuta esattamente il giorno dopo che l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller ha rilasciato la sua testimonianza davanti del congresso, dimostrando di non avere poi così tanta familiarità con i dettagli della propria stessa indagine.

La trascrizione della telefonata dimostra che Trump ha chiesto al neoeletto Zelensky di aiutare il procuratore generale degli Stati Uniti William Barr a determinare la veridicità delle voci secondo cui il famigerato server informatico del Comitato nazionale democratico (DNC) fornito dall’FBI a CrowdStrike Holdings si trovasse in Ucraina.

CrowdStrike è una delle società di sicurezza informatica assoldate dai democratici per determinare “con certezza assoluta” che sia stata l’intelligence russa a perpetrare presunti attacchi informatici durante le elezioni del 2016. In altre parole, Trump voleva scoprire se fosse stata Kiev a “mettersi di mezzo” e poi dar la colpa al Cremlino.

Sebbene non abbia offerto alcuna controparte a Zelensky, è vero che il Presidente ha chiesto il “favore” poco dopo aver menzionato i missili Javelin forniti all’Ucraina. Tuttavia, l’estorsione di Biden e il licenziamento di Shokin vengono affrontati solo più tardi nella conversazione e se una delle due questioni dipenda o meno dall’aiuto militare è dubbia. Al momento della telefonata, Zelensky e il suo governo non erano a conoscenza del fatto che i quasi 400 milioni di dollari in aiuti erano stati trattenuti e non hanno saputo del loro congelamento se non un mese dopo, ad onta di qualsiasi qui pro quo.

L’ambiguità della conversazione non ha impedito ai democratici di supporre che il supporto militare fosse stato sospeso a condizione che Zelensky collaborasse con Trump. Tuttavia il fatto che il contenuto dello scambio fosse considerato motivo sufficiente per l’impeachment pone qualsiasi futuro Presidente nella condizione di essere incriminato sulla base di un cavillo.

Nel frattempo, l’attenzione si è spostata sulla cacciata dell’ex ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev, Marie Yovanovitch, tanto per dimostrare che l’accusa non è solo quella di ricattare un Paese straniero con gli aiuti militari, altrimenti Biden sarebbe colpevole come Trump. Questo dettaglio qualifica il processo per quello che è: una cortina fumogena sugli intrallazzi dell’ex vicepresidente in Ucraina…

Alcuni degli “aiuti” all’Ucraina

Non solo la richiesta legittima di indagare Biden e figlio è stata respinta dai media mainstream come “complottismo”, ma il teatrino politico ha completamente oscurato il dubbio se Washington dovesse fornire assistenza militare a un altro Paese per alimentare una “guerra per procura” con la Russia.

La bufala del Russiagate ha trasformato l’intero Partito Democratico nella punta di diamante della nuova Guerra fredda e il sequel dell’Ucrainagate ha alimentato questa linea da “falchi”. A peggiorare il quadro, la copertura mediatica occidentale dell’affaire ha omesso di ricordare che molte delle milizie che combattono con l’esercito ucraino nel Donbass sono affiliate all’estrema destra, quegli stessi neonazisti che hanno trasformato Maidan in una guerra civile.

Uno dei tre principali partiti politici d’opposizione ai tempi di Janukovich erano gli ultranazionalisti di Svoboda il cui leader, Oleh Tyahnybok, ha incontrato Biden nel 2014 nonostante un anno prima gli fosse stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti per il suo antisemitismo.

Joe Biden fa amicizia con i “ribelli moderati” in Ucraina

Svoboda e i suoi “derivati” (come il reggimento Azov) si proclamano discendenti ideologici dei collaborazionisti di Stepan Bandera, che si schierarono dalla parte della Germania nazista. Negli anni ’50, durante la Guerra Fredda, la CIA fornì assistenza segreta ai superstiti banderisti per un’insurrezione, poi fallita.

Nell’Ucraina post-sovietica, una campagna inquietante di revisionismo ha riscritto la storia della quinta colonna di Bandera come quella di eroi nazionali che hanno combattuto esclusivamente per l’indipendenza ucraina. Ciò non si riflette però nella documentazione storica, la quale dimostra non solo che i banderisti hanno partecipato ai crimini di guerra del Terzo Reich, ma che hanno anche condiviso la loro ideologia razzista, come riportato nei documenti declassificati della CIA:

Lo “stato” di Bandera, durato poco più di un mese, ha sterminato oltre 5.000 ucraini, 15.000 ebrei e diverse migliaia di polacchi. Lo “Stato ucraino” di Stepan Bandera pose fine alla sua breve ma ignominiosa esistenza nell’agosto del 1941, quando fu annunciato a Leopoli che l’Ucraina occidentale era stata incorporata come “Distretto della Galizia” nel “Governatorato Generale” (Polonia occupata). E poi un “nuovo ordine” in stile hitleriano venne introdotto in Ucraina. Questa in breve, l’exploit di Bandera, che i suoi seguaci ora vorrebbero presentare come una pagina gloriosa ed eroica nella storia del movimento di liberazione ucraino. In realtà, sarebbe meglio, specialmente per i sostenitori di un’Ucraina libera, cancellare dalla storia del loro “movimento” questo famigerato episodio di hitlerismo ha portato solo vergogna e tristezza per l’Ucraina.

Nonostante le disposizioni in materia di aiuti che impediscono alle armi americane di raggiungere il distacco del battaglione Azov, l’esercito statunitense ha continuato a fornire loro armi e addestramento. Stiamo già assistendo al contraccolpo di questa decisione per esempio nella vicenda di Jarrett William Smith, un ex soldato arrestato dall’FBI per aver pianificato di assassinare il candidato democratico Beto O’Rourke e aver pianificato attacchi terroristici contro i principali network televisivi.

Smith aveva progettato di recarsi in Ucraina per combattere con il battaglione Azov e in precedenza si era offerto volontario nella guerra del Donbass nel 2017 con un’altra milizia neofascista ucraina, Pravyj Sektor. Secondo quanto riferito, Smith ha cercato di entrare in contatto con l’Azov attraverso un altro disertore, tale Craig Lang, attualmente agli arresti domiciliari in Ucraina e la cui estradizione è richiesta negli Stati Uniti per aver ucciso una coppia in Florida.

Lang, che da Kiev è considerato un eroe per aver prestato servizio come mercenario privato per Pravyj Sektor, ha anche combattuto con la Legione Georgiana, un’unità arruolata dalla parte ucraina nella guerra nel Donbass i cui miliziani si ritiene abbiano sparato sulla folla del Maidan per poi incolpare famigerati cecchini del governo di Janukovich.

Coincidenza vuole che proprio mentre gli americani stanno seguendo l’impeachment in diretta televisiva, Netflix abbia lanciato un nuovo documentario di una coppia di cineasti israeliani, The Devil Next Door, dedicato alla vicenda di un nazista ucraino ospitato negli Stati Uniti. La serie tratta infatti del caso di John Demjanjuk, operaio in pensione e immigrato di origine ucraina che vive a Cleveland, Ohio, improvvisamente accusato di esser stato uno spietato aguzzino nazista nel campo di concentramento di Treblinka, conosciuto come “Ivan il Terribile” ed estradato in Israele nel 1986 con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

A seguito di alcune testimonianze appassionate ma incoerenti dei sopravvissuti al campo, fu ritenuto colpevole da un tribunale israeliano e condannato a morte, ma scarcerato nel 1993 grazie a un ricorso. Anni dopo, Demjanjuk venne identificato come guardia carceraria di un altro campo di Sobibor e nuovamente condannato da un tribunale tedesco.

Fino alla sua morte nel 2012 ha sostenuto di esser stato scambiato con qualcun altro e ha raccontato di esser stato prigioniero di guerra dopo aver prestato servizio nell’Armata Rossa fino alla sua cattura da parte dei tedeschi che lo hanno “costretto” a lavorare come guardia a Trawniki, non Sobibor.

Tuttavia, sono state appena ritrovate delle sue foto nel campo di sterminio che ne contraddicono le affermazioni e possono anche provare che fosse un disertore volontario. Il documentario fa comunque luce sul modo in cui Demjanjuk è riuscito a “rifugiarsi” negli Stati Uniti grazie alla riforma della legislazione sui profughi del 1948 che limitava l’immigrazione dei perseguitati dai nazisti mentre offriva un trattamento preferenziale a cittadini polacchi e ucraini in fuga dai sovietici.

I servizi di immigrazione degli Stati Uniti sono stati in grado di registrate l’ingresso di membri ufficiale del regime nazista, mentre i collaborazionisti come Demjanjuk sono spesso passati inosservati.

Il documentario tocca anche la questione del reclutamento di molti ex nazisti (come Wernher von Braun e migliaia di altri scienziati tedeschi) attraverso l’operazione Paperclip da parte del governo degli Stati Uniti durante la Guerra fredda per avvantaggiarsene nella “corsa allo spazio”.

Tuttavia, la serie trascura di menzionare il supporto della CIA all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) di Stepan Bandera, e tanto meno dei loro eredi a Kiev che oggi ribattezzano le strade della città con i nomi di SS e demoliscono i monumenti sovietici per rimpiazzarli con quelli dei loro vari “Quisling”. Sfortunatamente, è improbabile che gli spettatori riescano a collegare la serie allo scandalo politico che ora attanaglia Washington.

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha accusato il gigante dello streaming di “riscrivere la storia” usando una mappa dei confini post-1945 del Paese e sottintendendo che la Polonia fosse complice dei crimini di guerra nazisti verificatisi nel suo territorio.

Da un giorno con l’altro l’Ucraina occidentale divenne infatti Polonia orientale in conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop e dell’occupazione tedesca: questo è uno dei motivi per cui un ucraino come Demjanjuk è finito nel Paese confinante.

Come i banderisti, i nazionalisti di Varsavia stanno cercando di riscrivere la storia dei numerosi polacchi che collaborarono con i tedeschi anche nel massacro dei loro connazionali: tale negazionismo di stato è emerso nelle recenti schermaglie con la Russia per il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, in occasione della quale Morawiecki ha provocatoriamente equiparato Unione Sovietica e Germania nazista, una reinterpretazione incoraggiata dagli Stati Uniti che cercano di prendersi il merito della liberazione di Auschwitz. Gli atlantisti sono disposti a politicizzare qualsiasi cosa in nome della geostrategia di circondare Mosca e conquistare l’Eurasia.

Il fatto che i democratici non vogliano mettere sotto accusa Trump per un reato realmente incostituzionale come il dirottamento di fondi militari sul suo famigerato “muro” senza l’approvazione del Congresso rivela le loro vere motivazioni: Trump ha oltrepassato la linea solo quando si è messo contro un pezzo grosso dell’establishment come Biden e ha frenato per un momento la macchina da guerra americana contro Mosca.

Tutto ciò ricorda le ragioni dell’impeachment di Richard Nixon: lo scandalo Watergate lo costrinse a dimettersi nel 1974 dopo che aveva preso di mira altri membri dell’élite con le intercettazioni e l’effrazione del quartier generale della DNC, non per aver fatto spiare dalla CIA dei cittadini americani attivi nei movimenti pacifisti. Inoltre, come Trump nei confronti di Mosca, anche Nixon aveva rotto con le tradizioni di politica estera riaprendo i canali diplomatici con la Cina e favorendo la distensione con l’Unione Sovietica.

Le pericolose conseguenze della campagna contro Trump, accusato di deviare dai dogmi anti-russi, si possono osservare nelle recenti sortite belliche della NATO e nel Bulletin of Atomic Scientists che porta la lancetta dell’apocalisse atomica a soli 100 secondi a mezzanotte, una prossimità che supera addirittura quella dell’inizio della Guerra fredda nei primi anni ’50.

Trump non avrebbe mai armato l’Ucraina se non fosse stato per la costante pressione delle indagini sul Russiagate e per la necessità di non apparire debole nei confronti di Mosca. È chiaro che l’impeachment non è altro che una guerra tra le diverse fazioni dell’élite; il guaio è che oltre a regalare uno spettacolino agli americani rischia di farci morire tutti in un olocausto nucleare.

Per un’eccellente indagine sulle radici della crisi ucraina, si raccomanda la visione di Revealing Ukraine, il seguito del documentario del 2016 Ukraine on Fire diretto da Igor Lopatonok e prodotto da Oliver Stone.

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