I medici di Pechino rifiutano il vaccino

Secondo un sondaggio del Ministero della Salute cinese, gli operatori sanitari di Pechino sarebbero più refrattari a sottoporsi al vaccino anti-covid rispetto ai colleghi di altre città. Meno del 74% del personale sanitario della capitale si sarebbe fatto vaccinare volontariamente, mentre in altre aree (come le province di Shandong, Sichuan e Hubei) il tasso sale 90%. I ricercatori del programma nazionale di vaccinazioni, che hanno condotto il sondaggio, hanno concluso che più alto è il livello di istruzione, meno un addetto alla sanità pubblica è disposto a farsi il vaccino.

“Il personale sanitario è un settore chiave per la vaccinazione contro il Covid-19, a causa dell’alto rischio di infezione”, ha osservato il team di ricercatori, guidato da Kong Qingfu, in un articolo per il Chinese Journal of Vaccines and Immunization. A loro parere, “il governo dovrebbe promuovere i nuovi vaccini e rafforzare la fiducia nei programmi di vaccinazione tra i dipendenti della sanità pubblica”.

Più di 3.000 operatori sanitari provenienti da tutta la Cina hanno preso parte al sondaggio a maggio e giugno dello scorso anno, ma i ricercatori hanno notato che i risultati dovrebbero essere presi con cautela poiché circa un terzo dei dipendenti non ha risposto.

Il professor Zhong Nanshan, uno dei massimi consiglieri governativi per le malattie infettive, ha affermato in una videoconferenza che il programma di vaccinazione della Cina vorrebbe battere sul tempo le mutazioni virali. “Il nostro obiettivo è vaccinare il 40% della popolazione entro luglio”.

Ciò significherebbe somministrare almeno 5 milioni di dosi al giorno. Al momento, secondo Bloomberg, vengono somministrati 6,14 milioni di vaccini al giorno in tutto il mondo, di cui circa un terzo negli Stati Uniti.

Il consenso da parte della popolazione è il punto di svolta per il successo dei vaccini. Il team di ricerca ha scoperto che la maggior parte del personale del sanitario, compresi quelli di Pechino, non solo ha chiara la pericolosità della malattia ed è preoccupata per il contagio, ma ha anche fiducia nella sicurezza e nell’efficacia dei vaccini. Tuttavia, solo il 79% degli intervistati pensa che i vaccini siano in grado di tenere sotto controllo la pandemia.

Per i ricercatori non è ancora chiaro il motivo per cui i lavoratori nel settore della sanità pubblica della capitale siano i più riluttanti a farsi vaccinare: un’ipotesi è che i medici di Pechino forse si sentano meno a rischio rispetto ai colleghi di altre zone. La città ha subito uno dei lockdown più duri di tutta la Cina: tra le misure adottate, per esempio, l’obbligo di presentare i risultati del tampone negativo per entrare nella capitale anche da parte di cittadini cinesi.

Durante la videoconferenza Zhang Wenhong, epidemiologo capo di Shanghai, ha accennato al pericolo di un “gap vaccinale” per la Cina rispetto ad altri Paesi. Nel mese scorso sono state somministrate 41 milioni di dosi, le quali coprono meno del 3% della popolazione, e questo dato potrebbe ostacolare le riaperture.

“I vaccini e il test degli acidi nucleici diventeranno un passaporto per i viaggi internazionali in futuro“, ha detto. “Solo in questo modo possiamo proteggere la popolazione mondiale. E solo in questo modo il mondo intero potrà riaprirsi completamente”.

La Cina ha approvato l’uso di tre vaccini che sono ora disponibili in quasi 100 nazioni. Zhang ha stimato che oltre 2 miliardi di dosi potrebbero essere prodotte nel paese entro la fine dell’anno.

Fonte: Beijing public health workers the least willing in China to get Covid-19 vaccine, survey finds (South China Morning Post, 4 mazo 2021)

PS: Gli operatori sanitari che non hanno risposto al sondaggio erano quanto meno titubanti, anche perché nessuno che sia convinto di fare il vaccino si rifiuterebbe di rispondere a tali domande. La Cina ha prodotto un suo vaccino nazionale e ha interrotto le politiche di lockdown di massa, che in ogni caso non hanno pesato tanto quanto in Occidente sui cittadini cinesi, considerando i “metodi” con cui sono abituata a essere trattati (un discorso simile si potrebbe fare sulle mascherine, che tra le popolazione asiatiche sono utilizzate abitualmente da decenni per vari motivi, in primis l’inquinamento).

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