Ich klage an: quando la buona morte era cattiva

La citazione qui sopra è tratta da un intervento dello scrittore Martin Amis sul “Sunday Times” (Martin Amis and the sex war, 24 gennaio 2010), che ripeté gli illuminati giudizi parola per parola durante una intervista a “La Lettura” (23 giugno 2013), con qualche aggiunta ancora più “scorretta”:

«Deve esserci una “cabina per l’eutanasia” a ogni angolo di strada, dove ti servono un Martini, ti danno una medaglia e ti sopprimono. […] La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità».

Mettere definitivamente in soffitta gli “abusi di Hitler” sarebbe in effetti un passaggio essenziale per la “riabilitazione” della pratica nelle nostre società, poiché, nonostante tutto, l’ipoteca morale sulle “cabine per l’eutanasia” passa anche per il modo in cui i nazisti presentarono le loro: a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, non furono usati i soliti slogan sulla superiorità della razza, ma si tentò di ricondurre la questione interamente nell’ambito dell’umanitarismo…

Non a caso, quindi, i primi a realizzare le prime pellicole sull’eutanasia non furono raffinati registi canadesi o spagnoli, ma i più convinti sostenitori del progetto Aktion T4, “fiore all’occhiello” del programma eugenetico nazista. Uno dei “capolavori” del genere fu Ich klage an (“Io accuso”) di Wolfgang Liebeneiner, che rappresentò anche un colossale successo commerciale (15 milioni di spettatori).

Per capire di cosa stiamo parlando, riprendiamo la presentazione dal vecchio sito del programma “Fuori Orario” (Rai Tre), nel quale Ich klage an è stato mandato in onda almeno un paio di volte:

«Il film, uno dei migliori realizzati nel corso del Terzo Reich, è stato realizzato con l’intento di preparare e di promuovere segretamente il programma di eutanasia voluto da Hitler. La trama narra le vicende di una giovane donna che si ammala di sclerosi multipla e chiede al marito, brillante medico, di morire prima dell’inizio dell’agonia. Incapace di trovare una cura l’uomo accoglie il suo desiderio ed è accusato di omicidio. L’intreccio psicologico è tratteggiato con grande cura e sensibilità, anche grazie al fatto che è ispirato a una vicenda reale. Il film tuttora è bandito in Germania per il suo contenuto controverso perché pur portando lo spettatore a riflettere sull’argomento prende decisamente le difese dell’accusato. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1941».

L’estetizzante giudizio sulla “grande cura e sensibilità” stride col fatto che Ich klage an fu patrocinato direttamente da Goebbels e che il soggetto fu compilato da uno dei medici che parteciparono all’Aktion T4. A questo punto sconsigliamo ai curatori del programma di guardare Jud Süß oppure Der ewige Jude, perché potrebbero interpretarli come capolavoro neorealisti (per giunta il secondo è anche impreziosito da delicati toni animalisti).

Battute a parte, è un fatto che il legame tra eutanasia e nazismo rimanga ancora un argomento tabù. Ricordo che, quando qualche anno fa Gad Lerner presentò su La7 Ausmerzen, l’ottima pièce di Marco Paolini dedicata appunto all’Aktion T4, i toni del dibattito che ne scaturì furono a dir poco surreali: in quell’occasione il buon Gad trovò modo di paragonare l’eutanasia ai respingimenti degli immigrati, alla xenofobia, ai tagli del governo (c’era Berlusconi…), alla pena di morte, all’omofobia, alla riduzione delle cattedre di sostegno, alle politiche demografiche della Cina, al «pregiudizio contro gli zingari, che magari continua ancora oggi»; l’unico paragone che si risparmiò fu (guarda caso) quello fra eutanasia e… eutanasia!

Forse un giorno, per poter almeno accennare al tema, sarà necessario distinguere l’eutanasia nazista da quelle più “buone”, introducendo magari una nuova definizione per quest’ultime: la Wikipedia spagnola suggerisce “cacotanasia”, che effettivamente si addice all’ipocrisia degli attuali sostenitori.

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