Il cardinale Mezzofanti, “santo patrono” dei poliglotti

«Amato da studiosi laici e non credenti, venerato con punte di vero e proprio culto della personalità da linguisti e appassionati della materia, e dimenticato, invece, nel suo mondo cattolico. Un curioso destino quello del cardinale Mezzofanti, il più grande poliglotta di sempre».

Così l’incipit di un articolo di Andrea Galli (Il cardinale prodigio che parlava 78 lingue, “Avvenire”, 25 maggio 2008) che a distanza di anni rimane una delle poche testimonianze a favore del Mezzofanti (1774–1849), la cui fama in Italia è inversamente proporzionale a quella riscossa all’estero.

È infatti incredibile constatare la venerazione nei confronti del Cardinale in un ambito come quello anglosassone, generalmente ostile a tutto ciò che è italiano (e cattolico): alcuni siti (come “Languageholic”) lo considerano una sorta di “patrono” e ne accreditano persino le leggende più bizzarre (come quella secondo cui avrebbe imparato in una notte la lingua di due condannati a morte per confessarli prima dell’esecuzione).

Lo studioso americano Michael Erard ne ha tratto ispirazione per un volume (Babel no more, pubblicato nel Regno Unito come Mezzofanti’s Gift, a conferma della notorietà del cardinale da quelle parti), nel quale pur mantenendo un approccio critico non è riuscito a nascondere l’immensa ammirazione per il Mezzofanti. È stato proprio Erard a scovare nell’archivio del porporato una versione ottocentesca delle odierne flashcards:

«Durante l’ultimo giorno della mia visita all’archivio del Mezzofanti nell’Archiginnasio di Bologna, ho scoperto una cosa di cui nessuno ha mai parlato: le flashcards di Mezzofanti. La foto ritrae una scatola contenente flashcards in 13 lingue (georgiano, ungherese, turco, arabo, algonchino, russo, tagalog, più tre serie non etichettate). […] I bibliotecari non le avevano mai notate e, dato che loro non parlavano inglese e io non capivo l’italiano, gesticolavano freneticamente per farmi capire che non potevo fotografarle impilate sul tavolo.
Il “segreto” di Mezzofanti è ancora avvolto dal mistero, ma il suo metodo è ormai noto. In ogni caso nessuno aveva mai descritto le sue flashcards prima d’ora»
(M. Erard, annotazione a C.W. Russell, The Life of Cardinal Mezzofanti, “
Genius”, 2014).

Questa fortunosa scoperta è un’ulteriore prova dell’indifferenza italiana nei confronti del genio felsineo (una noncuranza che a quanto pare ha contagiato persino il mondo accademico). Negli ultimi dieci anni, al di là dell’articolo del Galli, il Cardinale è stato citato da un giornale solamente in un’altra occasione: un trafiletto dedicato all’“iperpoliglotta” brianzolo Emanuele Marini su una rivista allegata al “Corriere”, nel quale peraltro le capacità del prelato venivano ridotte a dato folkloristico (sfortunatamente non è possibile ritrovare il pezzo online). Ben diversa, invece, l’attenzione che il personaggio ha suscitato in corrispondenza della pubblicazione del volume di Erard, come dimostrano le recensioni entusiastiche apparse sul “Guardian” e sull’“Economist”.

L’uso delle flashcards da parte del Mezzofanti lascia supporre che egli non fosse del tutto estraneo ai metodi della mnemotecnica tradizionale, che per secoli fu un pilastro dell’apologetica cattolica (anche per l’apprendimento delle lingue, come nel caso di Matteo Ricci).

L’associazione sinestetica tra immagini, concetti e suoni, praticata da Dante, Tommaso e Alberto Magno (come dimostrano le eccellenti ricostruzioni di Frances A. Yates ne L’arte della memoria), subì un primo attacco da parte del puritanesimo, che estendeva l’iconoclastia al mondo interiore derubricando l’ars memoriae a sofisticheria scolastica, e infine ricevette il colpo di grazia dai maghi rinascimentali, che ne fecero un astruso e inutilizzabile culto ermetico.

Se l’antica arte non fosse caduta in disgrazia, forse il Mezzofanti avrebbe potuto imparare perfettamente anche quelle lingue che rimasero sempre il suo cruccio, come il ruteno, il frisone, il lettone, il cornico, il quechua e il bambara.

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Per capire meglio il “mistero” riguardante la fortuna del Mezzofanti nel mondo anglosassone, ho contattato direttamente il buon Michael Erard, che ha espresso anch’egli stupore per l’indifferenza italiana nei confronti del Cardinale poliglotta («Anche la gente di Bologna non ne aveva mai sentito parlare»).

Sui motivi di tale ingiustificabile damnatio memoriae, abbiamo abbozzato un paio di ipotesi (che prima o poi sarò costretto ad approfondire): in primis, il declino dell’afflato missionario che ha ridotto le interazioni tra poliglottismo e cattolicesimo (una volta fiorenti, se pensiamo che –per fare un esempio tra mille– ancora oggi il dizionario Italo-Indonesiano di riferimento è quello composto dal saveriano p. Lorenzo Lini); in secondo luogo, l’onnipresente Kulturkampf anti-cattolico che anima parte dell’accademia e dell’industria culturale italiane; infine –la tesi più azzardata– la migrazione dei potenziali epigoni di Mezzofanti verso l’orientalistica (pensavo a personaggi come Giuseppe Tucci).

A questo punto, tuttavia, comprendere le cause dell’oblio diventa meno importante che non rimediare con ogni mezzo necessario. Sembra che Erard sia disposto a far parte della “missione”, considerando che è stato lui il primo a scovare nell’archivio di Mezzofanti non solo le flashcards (di cui si è già parlato), ma anche alcuni “esperimenti stenografici” del Cardinale, che a quanto pare voleva creare un proprio alfabeto fonetico. Anche Erard, come il sottoscritto, è convinto che non sia stato Mezzofanti a inventare le famose carte di cui ancora oggi molti poliglotti si servono, ma ammette di non esser stato in grado di risalire all’origine.

Dal mio punto di vista, uno studio dal quale Mezzofanti avrebbe potuto attingere è quello del domenicano Johannes Romberch, che nel 1553 elaborò un alfabeto visuale (Congestorium artificiosae memoriae) basato sulla mnemotecnica tradizionale.

Secondo Frances Yates,

«in considerazione delle continue citazioni di Tommaso d’Aquino sui simboli corporei e sull’ordine di memoria che troviamo nel libro di Romberch, si affaccia la possibilità che si conservi, in questo tardivo trattato mnemonico domenicano, qualche lontana eco del sistema di memoria dello stesso aquinate» (L’arte della memoria, Einaudi, Milano, 1972, p. 113).

Le vicissitudini dell’ars memoriae in ambito cattolico sono note: da pilastro dell’apologetica a eresia rinascimentale, con in mezzo l’avversione protestante che portò al trionfo del ramismo, una mnemotecnica senza immagini. Da tale prospettiva è quasi un bene che le flashcards non abbiano avuto molto successo tra i frati, perché così come Giovanni Calvino aveva paragonato le immagini della Vergine nei “templi dei papisti” alle prostitute, il predicatore protestante William Perkins nel XVI secolo accusò Pietro da Ravenna (grande mnemonista italiano) di aver proposto ai giovani figure libidinose (riferendosi «alle osservazioni di Pietro su come usava la sua amica, Ginevra di Pistoia, come immagini infallibile per stimolargli la memoria» [Yates, p. 254]).

C’è molto lavoro da fare, insomma; ma non dimentichiamo che we’re on a mission from God!

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