Il cuore perverso di Žižek

Ne Il cuore perverso del cristianesimo (2003) di Slavoj Žižek, tra una selva di supercazzole spunta un passaggio comprensibile, una nota all’apparenza insignificante ma che forse può dirci qualcosa sull’intellettuale in quanto uomo:

«L’amore stesso può anche funzionare al modo dell’universale e della sua eccezione (si ama veramente qualcuno se non lo/la si rende il centro diretto del proprio universo, se gli/le si lascia sapere che si è pronti a lasciarlo/a per una qualche Causa superiore). In ciò risiede uno dei grandi temi melodrammatici: un uomo si merita l’amore di una donna solo se è abbastanza forte da resistere alla tentazione di abbandonare tutto per lei, se le lascia credere che può sopravvivere senza di lei –  se lascia tutto per lei e la segue servilmente, lei presto o tardi inizierà a disprezzarlo…».

Più che un grande tema da melodramma (dove la “Causa superiore” è solo un elemento dell’intreccio e non implica mai il disprezzo, se non nei casi in cui il poeta esigesse una dose eccessiva di cinismo da parte del pubblico, che comunque non gli verrebbe accordata), questo è a tutti gli effetti un topos da “servo della gleba“.

Conosciamo la tesi, non fosse che per il noto Teorema di Ferradini («Chi è troppo amato amore non dà»), la canzone più equivocata al mondo, poiché sia chi la idolatra che chi la stigmatizza finge di ignorare che i saggi consigli da redpillato della prima parte vengono subito smentiti dalla seconda voce narrante, squallidamente bluepillata («Lascia aperta la porta del cuore»).

Questo perché Marco Ferradini mica era un incel o un MGTOW, dunque non poteva di certo accreditare una tipica paranoia da s-figato. Tanto è vero che il suo più lucido teorizzatore, colui che le diede la forma di un tragico determinismo, di una disarmonia prestabilita, rimane Cesare Pavese. Ogni pagina dei diari è costellata da testimonianze sulla “eccezione” come unica, fragilissima, salvaguardia dalla barbarie della femminilità:

«Per possedere qualcosa o qualcuno, occorre non abbandonarglisi, non perderci dietro la testa, restargli insomma superiore. Ma è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona. Erano in gamba gli inventori dell’amore di Dio: altro che insieme si possieda e si goda, non esiste» (16 novembre 1937);

«Le cose si ottengono quando non si desiderano più» (15 ottobre 1940);

«Una beffarda legge della vita è la seguente: non chi dà ma chi esige, è amato. Cioè, è amato chi non ama, perché chi ama dà» (27 maggio 1941);

«Fin che vorrai essere solo, ti verranno a cercare. Ma se allunghi la mano, non vorranno saperne. E così via» (8 febbraio 1946).

Certo, sarebbe facile controbattere che neppure Žižek è uno sfigato, né tanto meno un incel, visto che si è persino accasato con tre baiadere del capitalismo cognitivo (Renata Salecl, Analia Hounie e Jela Krečič) le quali rappresenterebbero l’acme della scopabilità per qualsiasi morto di figa (cercate le foto, soprattutto della seconda). Il punto tuttavia è che Slavoj può essere un Chad («a sexually active alpha males», “Wikipedia”) solo nei confronti del povero professor Peterson:

(fonte)

Alle prese con le predatrici naturali del maschio beta, si intuisce che il filosofo, nonostante il successo, la fama, la brandizzazione eccetera, non abbia mai avuto il coltello dalla parte del manico. Non è poi così difficile percepire una punta di scoramento dietro quelle osservazioni così distaccate e asettiche («Se lascia tutto per lei e la segue servilmente, lei presto o tardi inizierà a disprezzarlo»); per non dire della sottile misoginia, anch’essa mascherata (è il colmo) con l’alibi della “Causa”, ma che invece emerge in tutta la sua crudezza se confrontiamo la sua implicita riduzione della donna a minus habens con l’assoluta mancanza di remore di José Ortega y Gasset nell’esprimere il medesimo concetto:

«Nell’uomo praticamente non esiste, a rigor di termini, l’istinto sessuale puro, essendo quasi sempre indissolubilmente unito almeno alla fantasia. […] L’uomo va verso la donna come a una festa e in delirio, come a un’estasi che rompa la monotonia dell’esistenza, e trova quasi sempre un essere che è felice soltanto occupato nelle incombenze quotidiane, che si tratti del rammendare la biancheria, o dell’andare a ballare».

Žižek è così poco “Chad” da porre la sua correlazione in termini quasi “meccanici”, come se fosse una dinamica oggettiva del rapporto tra sessi e non un’interpretazione di esso (che peraltro trasuda frustrazione da tutti i pori). In tal caso, è Ortega y Gasset il vero Chad (anche in spagnolo hanno introdotto il gergalismo), che manda a stendere il maschio ingenuo con un’altra micidiale disamina delle “buone intenzioni”, el buen deseo, della donna (entrambe le citazioni sono tratte da Estudios sobre el amor, 1927; tr. it. La scelta in amore, ES, 2006 – questa è talmente bella che la metto anche nell’originale):

«Desde el punto de vista de la seleccion humana, […] la mujer no colabora con su preferencia sentimental en el perfeccionamiento de la especie, al menos en el sentido que los hombres atribuimos a éste. Tiende más bien a eliminar los mejores individuos, masculinamente hablando, a los que innovan y emprenden altas empresas, y manifesta un decidido entusiasmo por la mediocridad. Cuando se ha pasado buena porción de la vida en la pupila alerta, observando el ir y venir de la mujer, no es fácil hacerse ilusiones sobre la norma de sus preferencias. Todo el buen deseo que a veces muestra de exaltarse por los hombres óptimos suele fracasar tristemente, y, en cambio, se le ve nadar a gusto, como en su elemento, cuando circula entre los hombres mediocres»

«Dal punto di vista della selezione umana, […] la donna non contribuisce, con le sue scelte sentimentali, al perfezionamento della specie, almeno nel senso che noi uomini gli attribuiamo. Tende, viceversa, ad eliminare quelli che dal punto di vista maschile sono gli esemplari migliori, gli innovatori, i realizzatori di grandi imprese, e manifesta una decisa preferenza per la mediocrità. […] Tutte le buone intenzioni che [la donna] talvolta manifesta di esaltarsi per gli uomini eccelsi, di solito falliscono tristemente, e la si vede invece a suo agio, come nel proprio elemento, quando si trova tra uomini mediocri»

E’ dunque in ultima analisi tutto il non detto che si nasconde “a piè di pagina” di Žižek a risultare a dir poco inquietante: perché è solo lo sfigato che deve “obbligarsi” alla Causa (che poi alla fine sarebbe la solita Cosa lacaniana, Das Ding – anche se non voglio millantare una specializzazione in antanismo che non ho mai avuto), mentre Il più atto (dopo Pavese, non poteva mancare Gozzano) se ne può sbattere altamente di qualsiasi cosa, persino di se stesso (rientra infatti nella “Causa superiore” anche l’illusione che i propri insuccessi sessuali dipendano da come ci si veste o ci si pettina, per non dire dalla mancanza di fiducia in se stessi e di “intelligenza sociale”).

In conclusione, esiste la sgradevole sensazione che anche Žižek abbia un cuore perverso, e che tutto il fantasmagorico teatrino sia stato messo in piedi solo per un tocco di figa. È la sua Causa, l’unica che ancora gli consente di “resistere alla tentazione di abbandonare tutto per lei”…

Un commento su “Il cuore perverso di Žižek

  1. “la donna non contribuisce, con le sue scelte sentimentali, al perfezionamento della specie,…Tende, viceversa, ad eliminare quelli che dal punto di vista maschile sono gli esemplari migliori, gli innovatori, i realizzatori di grandi imprese”
    Vero. Ed è bene così. Se Leopardi avesse scopato, avrebbe smesso di scrivere il giorno dopo e molto probabilmente dato fuoco a tutti i manoscritti. Gli uomini migliori sono quelli che hanno sublimato altrove l’attrazione per le donne.

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