Il filosofo Slavoj Žižek: usiamo il coronavirus per imporre il comunismo a livello mondiale

The End of the World As We Know It
(Slavoj Žižek, Welt, 12 febbraio 2020)

La diffusione in corso dell’epidemia di coronavirus ha innescato altre epidemie di virus ideologici dormienti nelle nostre società: fake news, complottismo, razzismo. La necessità medica ben fondata di quarantene ha trovato un’eco nella pressione ideologica di stabilire confini chiari e mettere in quarantena i nemici che minacciano la nostra identità.

Ma forse un altro – e molto più benefico – virus ideologico si diffonderà e si spera di infettarci: il virus dell’idea di una società alternativa, una società al di là dello stato-nazione, una società che si attualizzi in forme di solidarietà e cooperazione globali.

Oggi si sente spesso che il coronavirus potrebbe portare alla caduta del dominio comunista in Cina, nello stesso modo in cui (come ha ammesso lo stesso Gorbaciov) la catastrofe di Chernobyl scatenò la fine del comunismo sovietico. Ma qui c’è un paradosso: il coronavirus ci costringerà anche a reinventare il comunismo basato sulla fiducia nelle persone e nella scienza.

[qui c’è una supercazzola infinita su Kill Bill che salto, se volete potete gustarvela in lingua originale anche su RT, dove l’articolo è ricomparso il 27 febbraio 2020]

La mia modesta opinione è molto più radicale: l’epidemia di coronavirus è una sorta di attacco a scoppio ritardato al sistema capitalista globale. un segnale che non possiamo andare avanti così, che un cambiamento radicale è necessario.

Anni fa, Fredric Jameson attirò l’attenzione sul potenziale utopico dei film catastrofici (quelli in cui un asteroide minaccia la Terra o un virus stermina l’umanità). Una tale minaccia globale suscita la solidarietà globale, perché le nostre piccole differenze diventano insignificanti e c’è bisogno di collaborare tutti assieme per trovare una soluzione. Eccoci giunti a questo punto nella vita reale. La questione però non si riduce a godere sadicamente di una sofferenza collettiva nella misura in cui aiuta la nostra causa: al contrario, dobbiamo riflettere sul fatto che ci sia bisogno di una catastrofe per ripensare le società in cui viviamo. Il primo vago modello di un coordinamento globale è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla quale non riceviamo le solite chiacchiere burocratiche ma precisi avvertimenti dati senza panico. A tali organizzazioni dovrebbe essere dato più potere esecutivo.

Bernie Sanders è deriso dagli scettici per la sua difesa dell’assistenza sanitaria universale negli Stati Uniti, ma la lezione del coronavirus non è forse che ne servirebbe ancora di più, che dovremmo iniziare a pensare a una sorta di rete sanitaria globale?

Il vice ministro della Sanità iraniano Iraj Harirchi appena un giorno dopo aver negato in una conferenza stampa la necessità di una quarantena di massa, ha dovuto ammettere di aver contratto il coronavirus e di essersi messo in isolamento (già durante la sua prima apparizione televisiva, aveva mostrato sintomi di febbre e spossatezza), aggiungendo che “questo virus è democratico, e non distingue tra poveri e ricchi, né tra politici e comuni cittadini”. In questo ha ragione: siamo tutti sulla stessa barca. È difficile non cogliere l’ironia del fatto che ciò che ci ha uniti e ci ha spinti alla solidarietà globale si traduce nella vita quotidiana in rigorose direttive di evitare contatti stretti con gli altri e di auto-isolarci.

E non si tratta solo di epidemie: altre catastrofi si profilano all’orizzonte o sono già in atto, come siccità, surriscaldamento, uragani ecc. In tutti questi casi, la risposta non è il panico, ma un lavorio alacre e rapido per stabilire un coordinamento globale efficiente.

La prima illusione da sfatare è quella formulata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua recente visita in India, dove ha detto che l’epidemia scemerà rapidamente e che non resta che aspettarne il picco, per poi tornare alla normalità. Contro queste ingenue speranze, la prima cosa da accettare è che la minaccia durerà a lungo. Anche se questa ondata si ritirasse, riapparirebbe in forme nuove, forse anche più pericolose. Per questo motivo, possiamo aspettarci che le epidemie influenzino le nostre interazioni elementari con le persone e gli oggetti che ci circondano, compreso il nostro stesso corpo: evitare di toccare cose che possano essere infette, non sedersi nei bagni pubblici o sulle panchine, evitare di abbracciare le persone o stringere le mani. Saremmo anche costretti a fare più attenzione a gesti spontanei come toccarsi il naso e stropicciarci gli occhi.

Quindi non saranno solo lo Stato e le altre agenzie a controllarci, dovremmo anche imparare a controllarci e disciplinarci. Forse solo la realtà virtuale sarà considerata sicura, e muoversi liberamente in uno spazio aperto sarà limitato alle isole dei miliardari.

Ma anche qui, a livello di realtà virtuale e internet, dovremmo ricordarci che, negli ultimi decenni, le espressioni “virus” e “virale” sono stati usati soprattutto per indicare i virus digitali che infettavano il nostro spazio web e di cui non eravamo a conoscenza, almeno fino a quando non hanno scatenato tutto il loro potenziale distruttivo (per esempio, distruggendo i nostri dati o il nostro disco rigido). Quello che vediamo ora è un massiccio ritorno al significato letterale del termine: le infezioni virali ora si muovono in entrambe le dimensioni, reale e virtuale.

Un altro strano fenomeno che possiamo osservare è il ritorno trionfale dell’animismo capitalista, del concepire come entità viventi fenomeni sociali come i mercati o il capitale finanziario. Per i grandi media ciò di cui dovremmo davvero preoccuparci non sono le migliaia di morti (e le altre migliaia che verranno) ma il fatto che “i mercati si stanno surriscaldando”. Il coronavirus disturba il funzionamento del mercato mondiale e, come abbiamo sentito, la crescita potrebbe diminuire del 2-3%. Tutto questo non segnala forse l’urgente necessità di una riorganizzazione dell’economia globale che non sarà più alla mercé dei meccanismi di mercato? Non stiamo parlando di un comunismo vecchio stile, naturalmente, ma di una sorta di organizzazione globale in grado di controllare e regolare l’economia, oltre a limitare la sovranità degli Stati-nazione quando necessario. In passato i Paesi sono stati in grado di realizzarlo col pungolo guerra, ma tutti noi adesso ci stiamo avvicinando a uno stato di “guerra sanitaria”.

Dobbiamo avere il coraggio di sottolineare alcuni effetti collaterali potenzialmente benefici dell’epidemia. Uno dei simboli del contagio sono i passeggeri in quarantena sulle grandi navi da crociera: una bella rivalsa contro l’oscenità di tali navi, sarei tentato di dire. (Ora dobbiamo preoccuparci che i viaggi verso isole solitarie o altri resort esclusivi non diventino di nuovo il privilegio di pochi ricchi, come lo erano i voli decenni fa). Anche la produzione di automobili è stata influenzata dal coronavirus, e anche questo che non è un male, perché può costringerci a pensare a delle alternative alla nostra ossessione per i veicoli privati. La lista continua.

In un suo recente discorso, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha detto: “Non esistono i progressisti, un progressista non è che un comunista con una laurea”. E se fosse vero il contrario? Se designassimo come “progressisti” tutti coloro che hanno a cuore le nostre libertà, e come “comunisti” coloro che sono consapevoli che possiamo salvare le nostre libertà solo con cambiamenti radicali, visto che il capitalismo globale si sta avvicinando alla crisi? Allora dovremmo dire che, oggi, coloro che si riconoscono ancora come comunisti sono progressisti con una laurea – cioè che hanno studiato seriamente il motivo per cui i valori progressisti sono minacciati e si sono resi conto che solo un cambiamento radicale potrebbe salvarli.

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